Gli ultimi incidenti di vettura degli arcivescovi di Bologna

Gli ultimi incidenti di vettura degli arcivescovi di Bologna

1902 | 1914

Scheda

Quando ogni mattina apriamo il giornale per renderci conto delle novità di questa nostra affrettatissima vita, l'occhio corre subito alla rubrica degli incidenti stradali. Il loro numero e la loro gravità sono diventati tali che se ne occupano non solo i servizi direttamente interessati al traffico della strada, ma gli stessi governi. Nella ultima conferenza di Stresa è stato ancora una volta suonato il campanello di allarme per questa grave piaga sociale. Non mancano, anche in questa circostanza, coloro i quali vantano che in antico questi incidenti non succedevano ed attribuiscono ai tempi nuovi le calamità della strada. Ma è ciò vero? I giovanissimi non possono nemmeno pensare ai rischi dell'antica trazione animale, perché a loro è quasi sconosciuta. Una volta gli incidenti della strada erano frequenti e gravi e reclamavano anch'essi le loro vittime. Per le campagne, nei passi meno agevoli, non difficilmente in prossimità dei ponti, si vedevano croci o segni ricordanti che in tale luogo era accaduto un incidente stradale. Se poi, in luogo di una semplice croce, si rinveniva, a ricordo dell'incidente, un cosiddetto “capitello”, si vedevano intorno quadretti rappresentanti l'incidente occorso, quadretti che il devoto aveva recato alla immagine per ringraziamento e riconoscenza per lo scampato pericolo. Molti se ne conservarono fino all'inizio del secolo anche nella città di Bologna. Ad esempio, all'angolo del palazzo Pepoli Nuovo, fra le vie Clavature e Castiglione nella parete architettata dall'Albertoni, vi era una immagine sacra, dietro una grata, e fuori non meno di tre tavolette in ricordo di incidenti di vettura. In via Mazzini, circa di fronte all'antico fabbricato dove nel secolo XII abitavano i frati Crociferi, la strada ha un livello più alto delle case dal lato nord, ed è sostenuta da un muretto. Orbene nel muro della casa è una statuetta di S. Giuseppe, rinnovata in occasione di un incidente di vettura ivi occorso alla mia nonna materna. Non mancherebbero certo le citazioni degli incidenti e le documentazioni degli ex voto. Ma ricorderò ora solo gli ultimi incidenti di vettura occorsi agli Arcivescovi di Bologna, anche perché, da due di essi fiorirono gentili opere d'arte.

La mattina del 4 agosto 1902 mentre il Cardinale Domenico Svampa, del titolo di S. Onofrio, Arcivescovo di Bologna, nella sua carrozza tirata da due cavalli bai, in compagnia del Molto Reverendo Don Giuseppe Elli, era di ritorno dalla basilica di S. Domenico, dove aveva celebrata la Messa per la funzione del Titolare, un improvviso incidente avvenne che poteva dar luogo ad una grave disgrazia. La vettura aveva appena oltrepassata la piazza Vittorio Emanuele quando, presso il Palazzo del Podestà, un cavallo inciampandosi in una delle numerose rotaie del tram, cadde spezzando il timone. Il cameriere Antonio Innocenti fu lesto a balzare a terra mentre il cocchiere Oreste Tabarini rimase al suo posto per rialzare il cavallo che, imbizzarritosi, trascinando la carrozza fino al voltone sotto alla torre del Podestà rompendo le colonnette di ghisa poste all'ingresso per evitare l'accesso ai veicoli. I cavalli proseguirono fino davanti all'immagine della Madonna del Popolo. Era questa immagine un piccolo dischetto di terracotta del diametro di una trentina di centimetri, che nel 1516 destò una grande devozione in Bologna per un miracolo ivi accaduto a un soldato. E la devozione fu tale che il 7 febbraio dello stesso anno dalla Assunteria d'Ornato fu costruita una cappella con le offerte dei devoti. Questa immagine nel 1772 fu portata nella chiesa di S. Michele del Mercato di Mezzo, di cui si aveva memoria fin dal 1130, chiesa assai nota agli studiosi bolognesi perché di essa fu parroco alla fine del Sec. XIV quel Pietro di Mattiolo che ci ha lasciato una delle più ricche cronache del suo tempo. Arrivati i cavalli davanti a questa immagine, trovato il terreno bagnato e in pendenza, scivolarono e furono fermati dal sensale Odoardo Armaroli e da tale Giuseppe Severi che riportò nell'incidente una ferita lieve, giudicata successivamente guaribile in cinque giorni. Fra coloro che si prodigarono nell'arrestare la corsa dei cavalli, rimanendo anch'esso leggermente ferito, fu il Cav. Giuseppe Amadei, Ufficiale dell'II° Reggimento Bersaglieri. Il Cardinale sceso dalla carrozza tu attorniato da negozianti, che allora erano numerosi, e con altra vettura ritornò a palazzo mentre uno dei soccorritori, il Cav. Cobianchi, si faceva iniziatore di una sottoscrizione per mantenere, a ricordo del fatto, davanti all'immagine della Madonna del Popolo (che quando fu distrutta la Chiesa di S. Michele del Mercato di Mezzo fu ricollocata al suo posto), una lampada votiva per ringraziamento.

Ma non è stato solo questo l'incidente occorso al Cardinale Svampa mentre si trasferiva, per l'esercizio del suo ministero, con la pariglia. Un giorno venendo dalla visita di una chiesa del forese, lungo la via Emilia, entrò nel Monastero delle Monache Salesiane agli Alemanni, ma nell'uscire dal portone, non ricordo per quale incidente, si guastò la vettura e, come si era fortemente inclinata da un lato, dovettero altre persone accorrere per estrarre il Cardinale, che era di statura e di corporatura non comune dalla vettura entro la quale, sacrificato dal suo peso, si trovava anche allora il M. R. Don Giuseppe Elli, suo caudatario, ben noto ai bolognesi e che doveva, molti anni dopo, coronare una vita di vivo apostolato con una severa prigionia nei campi di Dachau.

Nel 1907 moriva il Cardinale Svampa, sulla cattedra di S. Petronio era succeduto al Battaglini, insigne tomista, e a sua volta sostituito da Giacomo dei Marchesi della Chiesa che doveva, nel fatale il pontificato col nome di Benedetto XV. La sera del 21 luglio 1913 tornava questo Arcivescovo da Gaibola dove aveva celebrato i vespri solenni della B. V. del Carmine, e scendeva in compagnia del Segretario Mons. Giuseppe Migone, di Don Francesco Comastri parroco di S. Isaia, e del cameriere Faggiani, che divenne suo aiutante di camera Vaticano, persona notissima nell'ambiente ecclesiastico della riva destra del Tevere. Erano le ore 23,50 quando la vettura uscendo da Via Tagliapietre in via Urbana, si scontrava con la vettura del tram elettrico n. 32 guidato dal manovratore Michele Ricchi, vettura proveniente dal Meloncello. Non fu possibile evitare l'urto e fu frantumata una ruota del treno anteriore alla carrozza. I cavalli non si spaventarono e rimasero fermi, e il cocchiere Maletti fu sbalzato dalla vettura e cadde in mezzo a binari. Sua Eccellenza rimase illeso e così pure il personale del seguito. Non lontano in quel momento passava l'automobile che aveva servito al Vicario della diocesi Mons. Ersilio Menzani (successivamente divenuto vescovo di Piacenza col titolo di Arcivescovo), con la quale si ricondusse in Episcopio Mons. Della Chiesa. Il manovratore del tram, spaventato dell'incidente, si era dato alla fuga. Nel primo e nel terzo degli incidenti narrati, grande fu la commozione dei cittadini che testimoniarono agli scampati il loro compiacimento e la loro devozione.

Ma come abbiamo detto sopra, da due di questi fatti sbocciarono opere d'arte. Quali sono? Il visitatore che entrando in San Pietro si porta fra due primi pilastri della navata di sinistra vedrà un elegante immagine in marmo bianco della Madonna del Popolo sormontante una epigrafe dettata, salvo errore, dal Canonico Mascherini a ricordo della protezione accordata dalla stessa Immagine della Vergine all'Arcivescovo Svampa e poiché come è noto sotto la torre dell'Arengo, dove si trovava l'immagine, vi erano anche i quattro santi protettori di Bologna, Procolo, Petronio, Francesco d'Assisi e Domenico di Guzman, modellati in terracotta da Alfonso Lombardi, nel 1525, gli stessi, quasi quali testimoni del fatto, furono aggiunti ai piedi della lapide di cui parliamo, con lo sfondo di Bologna nel quale il cielo è azzurro perché trattato ad encausto. La scultura dovuta al Prof. Arturo Orsoni di Budrio, (1867-1928), ricorda lo stile del tempo in qualche dettaglio ma la sobria espressività della linea unitamente alla bellezza dello stile del latino della lapide, fa, di questo marmo, uno dei più pregevoli ricordi che ornino attualmente la nostra Chiesa Metropolitana. Sopraintendente alla esecuzione di questo lavoro, che sostituì l'idea primitiva della lampada votiva dovuta al Cav. Stanislao Cobianchi, fu un dotto e insigne cultore di storia ed arte bolognese, Mons. Luigi Breventani.

La facciata del convento delle Clarisse su quella strada che, in onore del pontefice Barberini, quando fu rettificata nel secolo XVII con uno sventramento, fu chiamata Urbana si orna ai due capi di due singolari decorazioni. Dal lato dell'angolo di Via Urbana - Bocca di Lupo è una colonna di stile composito sulla quale, in altri tempi figurava, alla vista dei devoti, una Santa Chiara dovuta allo scalpello di Alfonso Lombardi. Oggi quella colonna è da moltissimi decenni priva della sua immagine sparita, non si sa come, e rimpiange non solo la dolce figura della mistica compagna di Francesco d'Assisi, ma anche l'incuria degli uomini verso di lei e verso le sue consorelle opere d'arte in arenaria che sono lasciate molto allegramente sfiorire agli inverni ed ai geli. L'altro angolo, Via Urbana - Tagliapietre, dove abbiamo detto essere avvenuto l'incidente all'Arcivescovo Della Chiesa la sera che scese da Gaibola, è decorato da un lieve bugnato sempre in arenaria che si corona in alto, dei due lati dell'angolo, di due nicchie nelle quali hanno trovato posto due statue in terracotta, una di S. Antonio dal lato di Via Urbana, l'altra di S. Bonaventura dal lato di via Tagliapietre. Questo gruppo di statue risale all'anno 1582. Poiché queste statue all'epoca dell'incidente erano collabenti, l'Arcivescovo Della Chiesa volle, a sue spese, che fossero restaurate e che in due specchiature fosse posta memoria del fatte e attestazione del suo animo grato essendo rimasto incolume per divina bontà. Anche questa volta il restauro fu affidato allo scultore Orsoni il quale compì l'opera per la fine dell'anno ed in data 4 febbraio 1914 mio padre, che aveva ricevuto l'incarico di sopraintendere al restauro, riceveva dall'Arcivescovo di Bologna un biglietto autografo così concepito: «Monsignor della Chiesa Arcivescovo di Bologna saluta l'ing. Enrico Rossi e gli rimette L. 350 delle quali 250 sono pel prof. Orsoni e L. 100 per annua offerta al Comitato del Ven. Bianchetti.

Con l'elevazione alla porpora dell'Arcivescovo Giacomo della Chiesa (giugno 1914) furono aboliti nella Curia Bolognese i servizi a cavalli ai quali fu sostituito una automobile donata dai fedeli dell'Archidiocesi e così gli incidenti stradali di vettura degli Arcivescovi di Bologna ebbero fine. Scomparsi oramai quasi tutti gli attori degli incidenti che abbiamo narrati, a distanza, dal confronto dei fatti e dei tempi, emerge evidente una straordinaria differenza di sentimento e di vita che può andare dalla di versa concezione della solidarietà e della gentilezza umana fino alla mancanza di cura che non di rado si riscontra nelle lapidi illeggibili, nelle statue sbrecciate e negli ornamenti consunti.

Giuseppe Carlo Rossi

Testro tratto da: 'Gli ultimi incidenti di vettura degli arcivescovi di Bologna', in 'Strenna Storica bolognese', 1957. In collaborazione con il Comitato per Bologna Storico Artistica.

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