Giovetti Luigi

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Note sintetiche

Scheda

Il maestro bolognese Luigi Giovetti aveva aperto una scuola di danza in via Santo Stefano, nel palazzo di proprietà del conte Domenico Pallavicini, e aveva fatto della danza nobile educativa, che insegna il tempo, la cadenza, la misura, la posizione, il portamento di tutto il corpo, la sua missione. Luigi Giovetti aveva studiato musica, dopo il violino con cui da bambino aveva accompagnato gli esercizi di ballo di altri maestri, si era iscritto al liceo musicale alla scuola di tromba del professor Gaetano Brizzi, con il quale si era diplomato nel 1845. Nato da un ex soldato di Napoleone, aveva partecipato ai combattimenti dell’8 agosto 1848 come caporale della Guardia Civica, in cui militò fino al ritorno degli Austriaci nel maggio 1849. Il 12 giugno 1859, proprio quando i tedeschi fuggivano da Bologna, lasciò la moglie a letto partoriente per unirsi agli altri che si recavano con le bandiere in piazza per acclamare il governo provvisorio. Dopo qualche giorno faceva parte del battaglione di guardia provvisoria appena istituito, che poi divenne Guardia Nazionale, dove ebbe il grado da sottoufficiale e istruttore di compagnia.

Nel maggio 1860 Giovetti si trovò a dirigere la festa da ballo al teatro Comunale data in onore del Re d’Italia, e al contempo venne fregiato delle medaglie commemorative delle guerre combattute per l’Indipendenza e l’Unità d’Italia, e della medaglia commemorativa dell’8 agosto 1848. Un uomo d’onore, come si definiva nella sua autobiografia scritta nel 1891 ricordando i suoi cinquant’anni di insegnamento, capace di tenere alto il cuore da patriota e da insegnante di una delle arti più nobili, la Danza. Ripercorrendo la storia della danza attraverso i secoli Giovetti si sofferma nel suo scritto su una riflessione: la danza ha sempre tenuto in società il primiero posto, sempre maestra di avvenenza, di grazia e di leggiadria, a partire dall’antica Grecia dove servì a celebrare la memoria dei grandi fatti e delle gloriose gesta, all’antica Roma dove fu onorata dalle famiglie senatorie tant’è che divenne esercizio quotidiano per i figli fin dalla tenera età di 5 anni, fino ad arrivare ai regni di Francesco II, Carlo IX, Enrico III e Luigi XIV. Giovetti si pone la questione sul perché oggi la danza debba essere dimenticata, si domanda perché oggi questo nobile esercizio debba essere svisato. Questo termine veniva usato per indicare la mancanza di alcuni princìpi necessari alla Danza quali il tempo, la cadenza e la misura di cui le persone non conoscono più il significato. Giovetti si preoccupava del fatto che ballando con questi tempi svisati si correva il pericolo di abbreviarsi la vita e di procurarsi malattie. Addirittura ne citava alcune tra cui la bronchite, la febbre reumatica, la pneumonite, la cistite, la encefalite, e soprattutto il cardio palmo tanto comune ai nostri giorni quali principali conseguenze a cui può portare la pratica sbagliata del ballo. Io per togliere questi mali, sono molti anni che ho richiamato la danza nobile educativa alla sua ortodossia, avendo conosciuto il bene che può portare all’umanità, e questo è il mio insegnamento, e bisogna convenire che la danza che si deve preferire, sia la danza nobile educativa, perché è quella che insegna il tempo, la cadenza, la misura, la posizione e il portamento di tutto il corpo.

In questo modo Giovetti nel corso degli anni diede a Bologna, all’Italia e alle altre nazioni più di dodicimila allievi di entrambi i sessi ed ebbe l’onore di insegnare alle famiglie più nobili, dai principi Spada, alle marchesine Pepoli, alla famiglia Mazzacorati, alle contessine Ranieri, alla famiglia Malvezzi-Campeggi ecc… e anche nelle scuole e nei collegi più importanti della città. Sarà lui, Luigi Giovetti, il maestro di cerimonia della nostra Festa da Ballo che si svolge nel 1860 a sostegno delle imprese garibaldine, una festa che impegnò tutti i cittadini bolognesi. Eh sì perché l’Avviso esplicitava proprio che l’incasso della festa era destinato per intero all’acquisto del Milione Fucili richiesti dal generale Garibaldi. Correva voce in città che il generale Garibaldi, salpando da Quarto genovese, fosse diretto in Sicilia con mille generosi volontari, munito di denaro e di munizioni, e che la rivoluzione siciliana vinta con moltissima strage, stesse cominciando a propagarsi nelle campagne. Come riporta la rivista Il Cannocchiale in data 14 aprile 1860 il contributo dato dal popolo bolognese a tale richiesta fu un atto nobile e patriottico

"In questi tempi di popolare commozione, come dolce mi scende al cuore vedere dimenticati gli odii e le passioni, stringersi ed amarsi tutta la popolare famiglia come fratelli. Gioite, e gioite con sicurezza. Affidate le vostre sorti a quel Grande… e quel grande vi aiuterà. Bisogna passare, e purarsi per il crogiuolo dei sacrificii perché il mondo ci trovi degni di essere chiamati Italiani. Pensa, o Popolo Bolognese, che conti memorandi fatti nella tua patria storia di abnegazioni e sofferenze. Pensa quanto dovettero soffrire i tuoi padri prima di ridurre Bologna una fra le prime Città Italiane. Preparati a soffrire ancora per qualche anno se vuoi che torni a primeggiare oggigiorno fra le Città d’Italia l’Antica Bologna. Lo sa Bologna, lo sa l’Italia, lo sa il Mondo quanto altamente in te stia l’amore pel tuo paese. Tu sei corsa volenterosa al campo di battaglia per cacciare lo straniero. Tu hai contribuito e alla formazione delle bandiere, e alle feste della città. Hai dato il tuo obolo per l’emigrazione. Hai fatto quanto era in te per coadiuvare al nobile pensiero di Garibaldi per la compra dei milioni di fucili. Sei tuttora pronta e disposta ad accorrere volenterosa alla difesa della tua città, se l’imprudente nemico ardirà appressarsi alle tue mura. O’popolo di Bologna! Tu che sapesti per nove mesi passare incolume sotto le reti che da ogni parte ti erano tese; ora che un fatto è compiuto, ora che sei suddito di un vero Re tanto meno crederai alle insinuazioni di falsi fratelli, che non cercano che il disordine per comprometterti ed abbandonarti ai rigori della Giustizia, cosa che nei passati tempi non mancarono di fare".

Alessia Branchi

In collaborazione con Associazione 8cento, estratto dalla rivista Jourdelò n. 16, Bologna, novembre 2010

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