Fiaccherai e vetturini bolognesi

Fiaccherai e vetturini bolognesi

XIX | XX secolo

Scheda

Come ci informa Franco Cristofori nel suo volume "Bologna. Immagini e vita tra ottocento e novecento", una "Guida di Bologna e suoi dintorni" edita da Zanichelli nel 1875, stimava in circa cinquecento i fiacre o mezzi di trasporto varii a cavalli presenti in città: era veramente una cifra notevole, considerando il limitato e particolarissimo territorio in cui si trovavano ad operare. Le prime regole che disciplinavano l'uso delle vetture si ebbero dopo l'annessione al Regno d'Italia, nel 1860. Furono destinate alcune aree alla sosta; furono fissate opportune tariffe e divenne obbligatorio l'uso dei fanali all'imbrunire. Anche lo stesso vetturino doveva essere abbigliato in modo tale da essere in qualche modo riconosciuto come tale. Il termine "fiacre", di derivazione francese, fu importato anche a Bologna, dove il vetturino divenne immediatamente "al fiacaresta". Tale popolare figura fu celebrata anche da Carlo Musi in una delle sue canzonette. Nel 1880 comparvero i primi tram a cavalli e i vetturini cominciarono a soffrire di una crisi che si acuì nel 1903 quando entrò in funzione il primo tram elettrico. In realtà, le carrozze sopravvissero ancora un po' per essere poi definitivamente dimenticate con lo sviluppo meccanico dei trasporti.

"Per eliminazione, a poco a poco, anche le vetture pubbliche a cavalli si ritirano dalla circolazione. Il taxi prende il posto del fiacre. Ed ecco il vetturino una nuova vittima del progresso, il vetturino che a Bologna fino al 1857 fece la sua prima comparsa con un modesto veicolo e un non meno modesto ronzino. L’intero equipaggiamento non valeva quattrocento franchi. E senza tanti regolamenti, senza tema di contravvenzioni, potè all’inizio percorrere in largo e in lungo la città con nessun obbligo di posteggio e di tariffa. Solo una targa, da mettere e da levare, doveva essere collocata nella parte posteriore della vettura con il numero d’ordine. In numero di sette i primi fiacherai, certamente erano troppi, se si consideri che per i servizi pubblici non si era molto esigenti; tanto è vero che bastava solamente un certo signor Zaniboni a consegnare a tutti i cittadini la posta da un finestrino con ferriata nel suo Ufficio di piazza San Francesco! Fino a quel tempo, per i veicoli il ricco petroniano si serviva di quelli di sua proprietà, bruzzein, zardinira, vittoria, faiton, cupè, landò, nomi adoperati anche in dialetto, d’origine quasi tutti francese e inglese – breech, stege, dumon, tandem, visavi; mentre chi non poteva permettersi tanto lusso, adoperava vetture tolte a nolo dalle ditta Mazzetti e Nannetti, dal Pritein, da Jusfein èl curamar, negozianti tutti che facevano fior di quattrini con le diligenze, i tarabaschein, i brum per il servizio di posta da una città all’altra. La ditta Golinelli, che aveva stallaggio e rimessa in via Santo Stefano quasi di faccia al teatro del Corso, teneva esposto un vistoso cartello con la scritta: “Si fa vettura per le quattro parti del mondo e anche per Roma”. E questa libertà, si può dire incondizionata, godettero i vetturini finchè durò lo Stato pontificio. Nel 1860, compiuta l’annessione, sotto il sindacato del marchese Luigi Pizzardi, si volle dare un nuovo ordinamento ai servizi pubblici e si dovette pensare anche alle vetture prescrivendo “una prefissa tariffa e l’uso dei fanali quando imbruniva”. E senza dubbio fu quell’anno molto fruttifero anche ai fiacherai per le feste patriottiche che si succedettero con insolita frequenza, se perfino i nostri nonni raccontavano ai padri nostri che Marco Minghetti, allora presedente del Consiglio provinciale, si servì d’un fiacre, tirato da un magro cavallo con tanto di coccarda tricolore sui parocchi, per andare incontro il 3 maggio a Vittorio Emanuele II.

A Parigi invece fino dal 1640 circolavano vetture pubbliche a quattro ruote e a quattro posti. La rimessa era all’insegna di Saint Fiacre, un santo che diventò popolarissimo da quando la regina madre Anna d’Austria rivolse a lui preghiere per far cessare la sua sterilità e ne ottenne la grazia con un buon numero di figliuoli. Che bisogno avessero i vetturini di dare ai loro veicoli il nome di quel santo frate protettore delle donne sterili, non mi è dato spiegare; fatto si è che essi presero tanta venerazione per lui, che incollarono la sua effige sulle vetture, come preservativo stavolta contro gli accidenti. Meno male che gli fecero mutar protezione! E così il nome di fiacre passò di Francia a noi, e già nel 1857 a Bologna era chiamato fiacaresta il conduttore di carrozze pubbliche, che l’indimenticabile Carlo Musi celebrò in una delle sue deliziose canzonette bolognesi. E fu quando nel dicembre del 1880 cominciarono a circolare i tramvaj a cavalli, sostituendo i tram-pavè tramballanti sulle malselciate strade, Quella canzone è un lamento dei fiacherai, i quali rivolgono invano i replicati inviti ai frettolosi pedoni: Ehi, carrozza, sgnurein, carrozza. Vuole il brum? Che monti qui …Ehi! Mo i vann tott vi d’carrira, Ch’al par ch’j vadn’a nozz!

Un nuovo e più potente concorrente per le vetture pubbliche apparve il giovedì grasso del 1903. Dal fondo di via indipendenza si vide spuntare il primo tram / elettrico, e allora ad una voce si disse che era giunta la fine dei fiaccherai! Ma che! Essi continuarono lo stesso a incolonnarsi nelle piazze e nelle vie principali seguitando a fare buoni affari. Un vetturino, che ho interrogato in questi giorni, ha sentenziato che i bolognesi hanno sempre avuto e hanno ancora una speciale preferenza per i brum, e se quelli che comandano sono sempre decisi a sopprimere i fiacherai “gnente ed piò fazil che a nj tòurna la rivoluziòn. Che stiano in gamba!”. Fino alla rivoluzione non credo, ma è certo che a Bologna gli usi, le consuetudini, le tradizioni si vedono scomparire con un nostalgico rimpianto e si accolgono tutte le innovazioni con evidente freddezza. Difatti al pensiero che a poco a poco saranno aboliti i fiacres, il decano dei vetturini, conosciuto col soprannome di Maibèvver (Mai bere) non sa darsi pace. Rinaldo Ferrari è un simpatico vecchietto, quasi ottantenne, che da due anni ha smesso il mestiere di fiacheraio da lui iniziato nel 1873, e si è ritirato in una pulita casina di Capo di Lucca con “qla dona” – una vecchietta robusta, colorita, sorridente, dai capelli candidi come la neve – ed ha l’orgoglio di potersi chiamare felice padre dei suoi due figliuoli onesti e laboriosi. Però, sebbene a riposo, sebbene tranquillo, egli non può “mandar zò” la disposizione presa dal Comune di non permettere più il passaggio o la cessione del “numero” da un vetturino all’altro, come si è usato sempre, tanto che il mestiere del fiacherajo bolognese passava comunemente di padre in figlio. Ma adesso – purtroppo – per i vecchi è il riposo assoluto senza più alcun compenso. E nel farmi queste malinconiche asserzioni, non per sé che ha dei bravi figliuoli, “che non gli fanno mancar niente” ma si duole per i suoi colleghi già maturi d’età che non potranno mettersi a guidare automobili e dovranno abbandonare anche “la bestia” la fida compagna che divideva con loro la pioggia, la neve, il freddo delle lunghe notti d’inverno…. “Sono passati due anni – egli dice – ma non mi so scordare il mio Peppino!”. Maibevver, nella classe dei vetturini, è conosciuto come la betonica. Fu ribattezzato così perché – egli afferma – nessuno lo ha mai visto ubbriaco e cita – a testimoni Scajein, La papa, Giuppein, La scoca, El vecc’ in zavalla, La gatteina, tutti suoi prediletti colleghi, coi quali ha condiviso le varie peripezie del movimentato mestiere, fatto sempre scrupolosamente e dignitosamente. Infatti il vetturino seduto in serpa, può guardare dall’alto al basso il misero pedone che gli passa accanto. Egli ha di comune coi ricchi carrozza e cavalli e sente tutta la responsabilità della sua “alta” posizione. Non ha ceduto mai a imposizioni che ledessero il suo amor proprio. Nel 1888, l’anno dell’Esposizione regionale e delle feste per l’ottavo centenario della nostra gloriosa Università, l’amministrazione comunale, retta da Gaetano Tacconi, pensò di dare una divisa anche con una speciale preferenza per i brums e cappello a cilindro. Apriti cielo! Piuttosto che indossare una “montura” avrebbero magari lasciato morire la bestia di fame! E fu per merito del conte Codronchi, presidente del Comitato dell’Esposizione, se si venne ad una dignitosa transazione: niente livrea ma una giacca scura, una bombetta in capo e un cavallino di stagno tenuto fermo dalla cordella del cappello. Mostrava appena appena la testa e spariva addirittura appena il vetturino non sedeva più ufficialmente a cassetta. E’ coi forestieri specialmente che il fiacherajo ha modo di mostrare la sua cortesia quasi senta il dovere di fare gli onori di casa quando li porta in giro per visitare le cose notabili di Bologna. Infiorando il discorso con qualche parola francese, egli diventa un Cicerone perfetto e non ha un’esitazione a ciascuna domanda del forestiero: Et ce tombeau là? Rolandino de Passeggeri Qui était-t-il? Oh! Un omme straordiner… Accidenti! Gardè, gardè, dan la guide!

Ha un vero affetto per il suo cavallo sopportandone magari le bizzarrie anche quando esso s’impunta a non voler correre però ha una speciale antipatia per le guardie municipali, fino dalla loro origine, vale a dire dal 1867, quando apparvero i primi policemens con un palamidone lungo fino ai piedi, un alto cappello a staio e un grosso e lungo bastone fra le mani! La stessa antipatia è nutrita anche da Maibèvver che fu replicatamente multato per abbandono della vettura sulla via mentre era a bere nell’osteria vicina. Egli, Maibèvver! Che controsenso! Pagò cinque lire di multa la prima volta, ma siccome la storiella spesso si ripeteva, così prese l’eroica risoluzione di “fare un giorno di San Giovanni in Monte” per ogni multa da pagare, tanto più che da un sequestro dei mobili non si potè ricavare niente di niente. Sapete il perché? Perché gli uscieri furono condotti da Maibèvver stesso a perquisire non la sua casetta, provvista di discreta mobilia, ma quella della “Rusètta la lavandara” una coinquilina proprietaria solo di un misero pagliericcio e d’una sgangherata sedia. Prova anche questa dell’intelligenza dei fiacherai! Ed ecco un’altra categoria di lavoratori che scompare. E’ vero che il vetturino sarà sostituito dallo chauffeur, ma non è la stessa cosa. Il conduttore di un taxi ha sempre una certa aria grave di forestiero nella sua divisa automobilistica, mentre èl fiacaresta si presenta schietto, buontempone, irruente magari, ma sincero, immortalato con tanta verità da Paolo Ferrari nella Medicina d’una ragazza malata. Egli formava certamente tra noi una classe speciale, e se il buon Musi, petroniano puro sangue, vivesse ancora, sono certo che in una nuova canzone darebbe libero sfogo al suo vivo rimpianto!" (Alfredo Testoni)

"Fiacre è parola francese; ma è ospite, da innumeri anni, della nostra lingua per cui la preferiamo a vettura, carrozzella, calesse, vocaboli un po' vagli nel designare un veicolo noleggiato; noi non le faremo quindi il torto di darle l’ostracismo. Nel 1650, a Parigi, nella via S. Martin, da una rimessa posta nell’Albergo S. Fiacre, partì il primo esperimento di carrozze a nolo; il nome del santo, fu trasferito alle vetture, dando così origine al vocabolo in parola. Per due secoli e mezzo l’esperimento delle carrozze a nolo – riuscito felice – permise al fiaccheraio di sbarcare il lunario, ma verso la fine del secolo passato nuovi mezzi di locomozione cominciarono ad insidiargli il pane e lo scarso companatico. Quando, nel 1882, les tramways de Bologne, secondo la denominazione data loro dalla Società Belga che li gestiva si accinsero ad attraversare parte della nostra città, grazie al trotterellare dei loro ronzini, i fiaccherai che allora pullulavano a Bologna cominciarono a mettersi sull’avvertito. La clientela andò diminuendo e il vetturino prese a bestemmiare sottovoce oppure a far intendere le sue lagnanze attraverso la stampa cittadina, lagnanze, del resto, in molti casi giustificatissime. Ne portiamo una per esempio: Resto del Carlino 27 novembre 1885 – “Riceviamo una lettera di certo A.B. fiaccheraio, che, dopo avere dichiarato di essere quotidiano leggitore nostro ed un nostro convinto ammiratore si “prende la libertà di farci conoscere le cose che anche la sua classe ne avrebbe bisogno”. Egli vuole che il Municipio provveda ad un migliore mantenimento stradale di tutte le strade e di via Galliera in ispece: vorrebbe inoltre che riparlassimo delle modificazioni alla tariffa. Orbene il reclamo ha la sua ragione di esistere e lo facciamo però nostro. La via Galliera, come è più di tutte le strade percorse dal tram a cavalli, è in uno stato deplorevole: le carrozze private e le cittadine soffrono danni continui e incalcolabili alle ruote, e gli assi corrono il rischio ad ogni momento di spezzarsi”. L’articolista continuava la sua pappardella contro la Società Belga, ma taceva sull’argomento delle tariffe. I poveri fiaccherai dovevano gli anni di poi assaporare tutte le attenzioni che venivano loro prodigate dalla concorrenza dei tram elettrici, delle automobili, motociclette, biciclette e taxi, cioè da tutti i nuovi mezzi che permettevano di spostarsi rapidamente entro la città e fuori, abbandonando quel fiacre che precedentemente aveva regnato sovrano. Le file dei vetturini cominciarono ad assottigliarsi in maniera paurosa, e nel 1947 essi chiesero spontaneamente al Comune una diminuzione delle concessioni tanto che le 35 carrozze, le quali allora trotterellavano per Bologna, furono portate a 22. Nell’inverno di quell’anno la Camera del Lavoro, nell’intento di sollevare alquanto questa disgraziatissima categoria, fornì loro, gratis 50 Kg. di avena per ogni cavallo e si interessò perché le tasse venissero diminuite, senza però raggiungere in questo tentativo un risultato soddisfacente.

Quante sbocce, un tempo, finivano con una gita in fiacher! (Fiacher è la traduzione in petroniano del vocabolo francese). Stravaccati sui sedili, i clienti smaltivano la prima fase dell’ubriachezza, cantando stentoreamente e strimpellando il mandolino, mentre le donne lasciando traboccare quella mollezza che le rende oltremodo allettanti, lanciavano occhiate da regina ai vilissimi pedoni; i cinni invece, seduti in serpa accanto all’auriga, resi beati dal ritmo del trotto, constatavano che la digestione del destriero produceva sull’animale i medesimi fenomeni a cui erano soggetti essi stessi. In quanto poi al purosangue, che si trascinava dietro carrozza e scarrozzati, conviene dire che era più sollecito ad arrestare il trotto piuttosto che riprenderlo. Alla nostra memoria si presentano nostalgicamente alcuni fra i tanti tipi caratteristici di fiaccherai bolognesi: Stangatt; Melchiorri detto il Nonno, divenuto cieco; Ghini Romeo detto Tampunini; Marcheselli, il padre del valoroso comico Walter Marcheselli ed il famoso Zanatt la Lorgna, amatissimo dei litri e dei grappini, bizzarro cicerone nei rapporti con la clientela straniera. Un tentativo di galvanizzare il fiaccherésta e le vecchie tradizioni che esso rappresenta, fu fatto nel 1932 da giornalisti ed artisti, attraverso l’iniziativa della Famèia Bulgnèisa; su trenta vetture essi si fecero condurre a Pontecchio in pellegrinaggio alla casa di Marconi in una rumorosa e lieta gita, disdegnando i taxi e le automobili. Questa fiaccherata ne ricordava un’altra, avvenuta nel lontano 1899, quando il direttore del Bologna che dorme, G. C. Sarti, volendo festeggiare il bilancio attivo del settimanale (L.17 in tutto), condusse, in una lunga teoria di fiacre, i suoi collaboratori a scarrozzare per Bologna e per i Giardini Margherita. La fiaccherata del 1932 fu l’ultimo tentativo di vitalità nel grigiore di una decadenza inesorabile e dolorosa. Siamo alla fine del 1949 e il lettore ci permetta di rifilargli un breve elenco di nomi; saremo brevi perché composto di sette unità. Baratta Didimo, Comelli Guerino, Baravelli Luigi, Landi Arturo, Landi Aldo, Morselli Francesco e Ravagli Giovanni. Questi nomi rappresentano gli ultimi fiaccherai bolognesi superstiti che oggi attendono, con vettura e cavallo, il cliente, in quelle piazze o in quella ferrovia dove un tempo stazionava, numerosa e fiorente, la caratteristica categoria dei nostri vetturini". (Alessandro Cervellati)

Trascrizioni a cura di Lorena Barchetti. In collaborazione con Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna.

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