Fascio democratico di resistenza

1914 - 1915

Scheda

Fondato a Bologna il 18 dicembre 1914 da Mario Bonzani, Gino Bondanini, Dante Calàbri (fra gli organizzatori qualche tempo prima della Federazione Repubblicana Emiliana), Ulisse Lucchesi (per il Circolo Socialista Indipendente), Pietro Martinelli e M. Muratori, vide tra i suoi animatori anche i repubblicani Ferdinando De Cinque (già garibaldino in Grecia nel 1897) e i fratelli Mario e Guido Bergamo (questi sarebbe diventato poi l'alpino più decorato della Grande guerra).
Vi aderirono il Partito Repubblicano, l'Associazione Radicale, il Circolo Socialista Indipendente e qualche sparuto anarchico, fra i quali Leandro Arpinati.
Il Fascio fu inaugurato da un intervento del prof. Giuseppe Meoni di Roma. Egli fu introdotto dall'avv. Calàbri che, presentando gli scopi dell'organizzazione al pubblico, affermò che esso non era affatto «un ricettacolo degli scarti degli altri partiti, ma una libera accolita di liberi spiriti militanti sotto diverse bandiere politiche, uniti, in questo momemto per riaffermare i diritti delle diverse nazionalità e rendere intangibilmente compiuti i destini dei popoli». Il prof. Meoni, da par suo, concluse così il suo intervento:

«Invochiamo l'intervento dell'Italia non per vani sogni imperialistici, ma per il dovere nazionale e per la solidarietà internazionale; per la tutela dei diritti dell'Italia come nazione e per garantire la nostra vita nazionale. Mentre una vittoria austro-tedesca ridurrebbe la Europa [in] una grande caserma di schiavi e sarebbe causa di nuove barbarie, dalla vittoria degli anglo-franco-russi, che non fanno una politica aggressiva, tutte le altre nazioni ne sarebbero avvantaggiate. Il Belgio ha perduto tutto per mantenere una cosa sola: l'onore nazionale. La condotta del piccolo eroico popolo, ci sia di monito e di esempio».

Come organo ufficiale, fu dato alle stampe il periodico “La Riscossa. Giornale di battaglia interventista” la cui redazione – retta da Guido Bergamo e Gualtiero Piccinini – aveva sede presso il Bar Portorico del mazziniano Antonio Gancia (sito sotto la Loggia del Pavaglione). Così venne presentato il programma del periodico e del Fascio stesso nell'editoriale del primo numero, pubblicato l'11 marzo 1915:

«Abbiamo in animo di combattere una buona battaglia. Con coraggio, con audacia. Deposte le nostre pregiudiziali politiche e sociali per breve ora, non intendiamo però confonderci con uomini e partiti i quali non aspirino al trionfo della giustizia, e non intendano rendere più facile la vittoria degli oppressi, degli sfruttati. È vano sperare nel progresso non essendo disposti alle lotte, al sacrificio anche cruento. Le idee di giustizia si fanno strada con la violenza: l'ingiusto, il violento non può essere rimosso che dalla violenza. Il popolo, la patria oggi soffrono: domani soffrirebbero maggiormente e più atrocemente. Tutti i precursori, religiosi e politici, profeti e condottieri, c'insegnano che il sacrificio è la grande necessità del progresso. Per salvare il suo patrimonio morale e materiale, oggi il popolo deve saper sacrificarsi. Il proletariato non può essere al di sopra della patria perché questa non è né borghese né proletaria: la classe non può prescindere dalla nazione senza correre verso l'abisso verso la morte. Infatti gli avvenimenti odierni ànno smentito in modo terribile la internazionale marxista. Non si possono sopprimere le differenze etniche, i caratteri peculiari d'una razza, senza recar grave danno alla civiltà: quindi guerra, guerra contro coloro che sognano egemonie sopra altri popoli, sopra altre razze. Il popolo soffre all'interno: ma i popoli aggrediti dal teutono soffrono di più, e con conseguenze più gravi; ma a Trento e Trieste si piangono più amare lacrime! L'internazionale può rivivere, a patto che il popolo italiano scenda senza indugio in lotta per le rivendicazioni nazionali ed umane. Interrompiamo la nostra vita di uomini di parte: domani riprenderemo con più vigore la lotta per il partito, per la classe: ma accorriamo tosto a salvare le poche nostre conquiste, a rendere possibile il progresso di domani. Alla guerra, oggi, alla guerra: l'Austria deve cadere insieme al militarismo prussiano. La vittoria di domani deve segnare il trionfo delle nazionalità, oggi conculcate. Sarà un gran passo in avanti. Alla guerra!».

Nei giorni successivi, il Fascio si presentò alla popolazione bolognese diramando il 27 dicembre una circolare, firmata dal Comitato Provvisorio, riportata anche dalla stampa locale:

«Il Fascio d'Azione Rivoluzionaria costituitosi con l'intento di svolgere nel presente momento politico, un'azione diretta a richiamare l'intorbidita coscienza popolare alle sue fulgide memorie rivoluzionarie ed a premere sulla monarchia e sui poteri dirigenti fatti ignavi per troppo calcolata difesa dei propri interessi ed indegnamente obliosi dei loro doveri di fronte alle urgenti necessità nazionali, solleva fiducioso le sue insegne e chiama intorno a sé a raccolta. L'appello non suonerà vano per gli uomini provati alle antiche lotte della libera democrazia e per coloro che, raccolti in operosa solitudine, prepararono l'animo ai più aspri cimenti che debbono raffermare i diritti delle diverse nazionalità e rendere intangibilmente compiuti i destini dei popoli».

Al termine, si specificava che le adesioni venivano raccolte dall'avv. Calàbri (via Castiglione 17, 19).

Il Fascio organizzò quasi tutte le manifestazioni a favore dell’intervento, oltre che le aggressioni fisiche contro gli esponenti socialisti che si battevano contro la guerra. Il 23 febbraio 1915 fu organizzato un comizio privato durante il quale intervennero Pietro Nenni, l'anarchica Maria Rygier e Guido Bergamo, a cui seguirono degli incidenti. Tre giorni dopo fu indetto un corteo, mentre il 28 marzo l'avvocato Calàbri partecipò a Roma, in rappresentanza del Fascio bolognese (nonché dell'Unione Repubblicana) al congresso della società “Trento-Trieste”. Ancora, l'11 aprile presso la Sala dei Noti l'avvocato milanese Luigi Perona tenne un discorso Sull'attuale momento politico.
Il 10 maggio giunse in città il tenente colonnello Giuseppe “Peppino” Garibaldi, reduce dal comando della spedizione delle Argonne. Fu ricevuto all'Hotel Baglioni da una rappresentanza dell'interventismo cittadino (Giacomo Venezian, Calàbri, De Cinque ed altri) e dal reduce della campagna garibaldina di Francia del 1870-71 Teobaldo Buggini. Seguì un comizio dello stesso Peppino Garibaldi nei locali dell'Università, quindi un'ultima arringa alla folla dalla balconata del Baglioni.

Il Fascio, esaurito il suo compito con la dichiarazione di guerra del 24 maggio, si estinse pochi giorni dopo l'inizio del conflitto.

Andrea Spicciarelli

FONTI E BIBLIOGRAFIA: N. S. Onofri, Fascio democratico di resistenza in Id., Gli antifascisti, i partigiani e le vittime del fascismo nel bolognese (1919-1945), vol. I, Bologna dall'antifascismo alla Resistenza, Bologna, Comune di Bologna : Istituto per la Storia della Resistenza e della società contemporanea nella provincia di Bologna “Luciano Bergonzini”, p. 126; L'inaugurazione del Fascio d'Azione Rivoluzionario in “L'Emilia Nuova” (31 dicembre 1914), p. 3; Fascio Rivoluzionario Intervenzionista in “L'Emilia Nuova” (31 dicembre 1914), p. 3; Noi, Presentiamo le armi! in “La Riscossa” (11 marzo 1915), p. 1; Edg., Guerra! in “La Riscossa” (4 aprile 1915), p. 1; Interventisti bolognesi in “La Riscossa” (11 aprile 1915), p. 3; Peppino Garibaldi a Bologna in “Il Resto del Carlino-La Patria” (11 maggio 1915), p. 5.

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Bibliografia
La grande guerra nella città rossa
Onofri N.S.
1966 Milano Gallo