Esposizione della Società Protettrice di Bologna

Esposizione della Società Protettrice di Bologna

1858

Scheda

"Pro e contra. La Società Protettrice annienta l'Accademia, perche' in questa si hanno i temi obbligati e le difficoltà de' cimenti ne' concorsi; onde più difficile ottener premio: mentre in quella ognun è lihero nell'argomento, e, purché faccia discreta opera ed a buon prezzo, ne ha quasi certa la vendita. Nell'Accademia si corre lo stadio della gloria, ne' lavori per la Società si batte il cammino della bottega: fare e intascare. Ma poiché facendo s'impara (ove l'arte non si converta in mestiere), così l'istituzione della Società Protettrice fiorisce e fruttifica, adunando mezzi, premiando, acquistando.

Primo fra' dipinti che ha comprati quest'anno, è quello d'Antonio Muzzi, accademico votante. Rappresenta due cristiani, padre e figlia, dannati alle fiere nel Colosseo. Il padre, fermo ed esultante pel vicino martirio, è tutto in Dio collo sguardo e coll'anima, mentre la giovinetta, che ode il ruggir delle fiere, stringe al petto la croce e invoca fermezza da questa; ma con atto di raccapriccio, e nell'ultima lotta tra il senso e lo spirito, smarrisce le forze, e reggesi a mala pena dalla persona. Assai lodata è questa tela per composizione, per disegno, per espressione, per dipinto; e soprammodo il torso nudo del padre viene ammirato per l'intelligenza del vero e I'elezione delle forme. Non piace però la prospettiva del fondo, che dovendo essere l'immagine dell'anfiteatro Flavio, porge veduta di soverchia dimensione, sicché le belve che vi spaziano bramose, veggonsi piccole soverchiamente, e, quasi cose puramente accessorie, più indicate che fatte.

Lodata è la fuga d'Angelica, rappresentata da Gaetano Belvederi. Intricata e cupa è la selva per la quale passa la bella giovine aggrappata sul cavallo di Rinaldo, perdute avendo le staffe. Vera la paura di lei, vera la furia del corsiero sudante, sbuffante. Questa pittura attrae gli sguardi della moltitudine, che ne loda specialmente l'invenzione fantastica, e l'anima e la vita. Tutti vorrebbero però che il Belvederi temperasse nelle carni quell'impasto livido oltremarino, che tolse al gran Rubens di emulare l'unico Tiziano.

Dalla tragedia del Monti trasse Ippolito Bonaveri l'agonìa d'Aristodemo, nell'alto che riconosce per Cesira la figlia Argìa. La scena è trovata e composta con naturatezza, benché non al tutto ben disegnata, specialmente nelle figure d'Eumeo e di Gonippo: nè l'Aristodemo ha faccia d'uomo che muoia di ferita, ma si di languore. Se il Bonaveri lascierà la timidezza, farà bene a sé ed all'arte.

Enrico Savini, giovine assai, procede innanzi alacremente; e quest'anno ci ha dato l'incontro dell'Innominato convertito con D. Abbondio, l'Agnese e la Perpetua; incontro che veramente si vede come avvenisse in luogo aperto, non solo per le linee del fondo, che accennano castelli e monti, ma pel giuoco della luce riflessa e dell'aria libera, onde le figure del quadro si veggono al tutto illuminate. Solo si vorrebbe più grandioso l'Innominato, e meno goffo il D. Abbondio.

Pietro Montebugnoli ha esposto una grandiosa figura di nobile donna, la quale eloquentemente nel suo silenzio ti dice: Io son la Pia; maremma mi strugge. E già si vede che la mal'aria la consuma; che la bella persona si accascia; che il nero ciglio, un dì lucente, s'intorbida; che fra poche lune non sarà più. Questa donna, che sta in cima d'alta torre, e che guarda fra' merli alla volta di Siena, aspettando l'ingiusto marito, è fra' più begli ornamenti dell'esposizione, e fra gli acquisti più degni che abbia fatto la Società.

Un piccolo quadretto di Francesco Bommartini rappresenta la Rebecca dell'Ivanhoe di Walter Scott, che il templario Malvoisin trae fuori dal carcere e chiama innanzi al Gran Maestro dell'Ordine. Il timido pennello porge fede che il dipintore è assai giovane; ma meglio assai nei primordi!ìi l'essere peritoso che temerario.

Povertà e Rassegnazione è il tema trattato dall'artista Massimo Lodi, il quale ha espresso un vecchio decorato della medaglia di sant'Elena, ridotto a cercar l'obolo come l'antico Belisario, cui una fanciulletta che accatta seco la carità, mostra quella sola moneta che l'altrui pietà le ha dato. Mesta è la scena ed assai vera. La fanciulletta soprammodo ti tocca l'anima colla movenza dello sguardo, colla mestizia dell'aspetto. Il vecchio è nobile e bello, ma il troverei poco marziale e troppo filosofo.

Il giovine Alessandro Collini ha figurato un cieco ragazzetto suonator di violino, che fra i dipinti di genere è stato de' più lodati, e da chi riguarda l'arte, e da chi cerca l'espressione.

Vedova e madre, ecco un simpatico quadretto di Raffaele Lelli. Una giovane donna, seduta a studio della culla dove riposa il suo lattante, ha letto or ora l'infausto foglio che le annunzia la morte del marito lontano. La mestizia di quella donna, l'abbandono di quelle braccia, la naturalezza di quella posa della persona sono tali, che se all'intendimento rispondesse l'esecuzione, n'avrebbe il pittore che I'espose sincerissime lodi.

Hanno mancato quest' anno operazioni del Serra e del Besteghi, occupato il primo in lavori fuor di paese, e l'altro ito or ora a Ravenna, professore di pittura in quella Provinciale Accademia. N'esposero bensì il Guardassoni ed il Ferrari; ma poiché dalla loro potenza si vogliono belle e nobili creazioni, non piccole cose di maniera, così la Società Protettrice ha creduto di non accoglierle: e non è chi disapprovi una tanta risoluzione. Un'infinità di paesaggi sono stati presentati alla Società, alcuni de' quali acquistati, altri no. Ed è singolare come qui si abbiano sufficienti paesisti, senza che in Accademia sia aperta scuola da ciò. Il Campedelli si formò grande da sé, e sulle orme di lui camminano i giovani, e non camminano male. Evidente prova che soprattutto valgono i maestri, e che dalle botteghe del Francia e del Carracci uscirono artisti, che indarno poi si cercarono alle scuole del Franceschini, del Pasinelli e ne' Gandolfi. Maestri, e buoni maestri, studiosi del vero, del bello e del buono; ecco l'essenziale, l'importante!

Un paese alpigiano al calar del sole ha fatto le lodi d'Alfonso Manfredi che il dipinse; ed una scena del Diluvio, veramente spaventevole, ha dato priva di assoluto merito nel professore Feletti. Fresco e rigoglioso è un paesaggio studiato dal vero da Pietro Poppi; ed è mirabile la veduta d'uno stagno, in cui pescano cadenti rami di grandi alberi, dipinti con verità da Giuseppe Lambertini. Giulio Lambertni ha dato un golfo con navi; ma chi nacque sul picciol Reno, può malamente figurarsi le spiaggie marittime, e ritrar l'acque co' lor riflessi, e la distesa dell'aria. Iwasosky, nato in Odessa, dipinge il mare maravigliosamente; e I'ungherese Markò ritrasse vigneti e praterie lussureggianti, che meglio non è dato. Il nostro Luigi Venturi ha contentato i più difficili colla sua valletta del nostro Reno; non così colla catastrofe del Calvario allo spirare di Cristo. Troppo è fuori del comune un sì sublime soggetto; nè l'ali della fantasia poteron reggere a tanto volo. - Sobrio e grazioso è il paese alpigiano di Francesco Mazzoni. Il prof. Brivio ha dato due quadri: il Lago di Garda ed una nevicata nel Cantone svizzero bernese. Troppo minuto il primo dipinto, non venne acquistato; il fu il secondo, per la scelta del luogo, il bell'effetto della luna, e il contrapposto d'un fuoco acceso dentro un'umile capanna.

Ferdinando Fontana ha figurate le rupi di Frosinone, ed uno scontro fra soldati pontifici ed una torma di briganti. E poiché il Fontana tratta bene il paesaggio e schizza con fantasìa le sue numerose macchiette; così la Società ha fatto buon viso a questa scena di stile misto, e si piacque d'acquistarla.

Di prospettiva abbiamo avuto quattro opere. L'ingresso alla Dogana nostra, tanto ben fatto da Giuseppe Ravegnani, che chi lo guarda vede il vero; un luogo fra monumenti di Luigi Bazzani scenografo; un'antica chiesa invasa da soldati, dell'altro scenografo Tito Azzolini, e il cortile d'un castello di Pietro Bordoni.

Il dottor Gaetano Canedi ha dato un bel progetto d'un ponte reale; e Lodovico Aureli, un canestro di fiori dipinti ad olio, che forse i più veri e ben composti non si videro dopo quelli di Seghers.

Nè mancò la scultura: e fra le varie opere esposte in mostra venne acquistato un lodevole gruppo di Carlo Monari, che figurò il centauro Nesso ferito a morte che cade accosciato e dona a Deianira il fatal cinto. Ben fatto è il torso del centauro, formosa e vaga la Deianira anche in mezzo allo sgomento. La Società sen compiacque, e incoraggiò l'autore che dà di sè lusinghiere speranze.

Detto in breve di quanto fu compro, si stenda sul resto il velo del silenzio. La esposizione è stata ricca, se non tutta bella: ed una città di provincia, che in un sol anno ha fatto tanto, può andare fastosa di sè stessa; poiché se l'arti belle sono misura di civiltà, in lei va si innanzi questo amore pel bello, che se per Io addietro fu chiamata la città dotta, potrà forse tra qualche lustro nomarsi ancora la città artistica."

Testo tratto da: 'CORRISPONDENZA ARTISTICA DA BOLOGNA. ESPOSIZIONE DELLA SOCIETÀ PROTETTRICE', in 'Rivista di Firenze e bullettino delle arti del disegno', Anno secondo, volume 4, Firenze, Tipografia Mariani, 1858.

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