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Disoccupato

1907

Schede

Un uomo lacero, che alza il bavero della giacca per celare il petto nudo, perché ha ceduto la sua camicia al più grandicello dei suoi figli. Pallido e scarno con le mani in tasca segue con la coda dell’occhio chi paventa felicità e spensieratezza, corrugando la fronte e serrando le labbra, fra uno stringimento di fame, di sconforto, di disprezzo e di odio. È la mancanza del lavoro che rende lo stomaco vuoto, e atrofizza le braccia necessariamente oziose. Golfarelli si fa in quest’opera un profondo indagatore dell’anima, offrendo una versione elevata del suo modo di interpretare il realismo sociale, che pone nei dettagli la chiave di lettura di un disagio. Così la sofferenza umana si materializza nella smorfia di stanchezza sulle labbra, nel cipiglio scuro dello sguardo, nel berretto inclinato sulle tempie, nelle mani inoperose seminascoste nell’apertura della giubba. Presentata all’Esposizione romagnola-emiliana di Belle Arti di Forlì del 1907, Disoccupato porterà al suo autore il diploma di medaglia d’argento.

Nel 1909 la statua sarà invece presente all’Esposizione nazionale di Roma. Golfarelli carpisce il dolore, ascolta le voci e intuisce il grido che proviene dagli operai delle officine e dalle miniere, cercando di riabilitare con la sua arte queste figure. Così accade per il lavoratore di Siesta. Un vecchio corpo, una vecchia carcassa, un minatore che riposa, dopo aver dato tutto. Del suo duro lavoro, della sua gioventù, della sua intelligenza e del suo amore rimangono solo le ossa alle quali si attaccano come corde secche i muscoli sotto la pelle, rude come una scorza. Con espressività e realismo Golfarelli fa percepire le ossa che scricchiolano ancora sotto il peso quotidiano, i denti che si serrano ancora nello sforzo, ma al contempo mostra lo spirito divenuto atarassico, e i nervi che non vibrano più. La vecchiaia e il lavoro hanno soppresso la sensibilità; la persona seduta ed esausta proposta dallo scultore non sorride, nè è triste, è oramai avvolta dalla solitudine dell’indifferenza. Una classe sociale fatta di persone che come nella statuetta del Minatore ferito ha lasciato cadere il piccone, e sentendosi mancare, tenta invano di mantenersi in piedi mentre ogni appoggio interno ed esterno gli sfugge. L’unica via di riscatto e sopravvivenza, secondo Golfarelli è offerta nel bassorilievo Inno dei lavoratori, dove operai e bifolchi avanzano in falange compatta, con i ferri dei diversi mestieri, accompagnati dalle loro donne e dai figlioletti, giovandosi del canto per affermare la santità del lavoro.

Disoccupato, 1907. Foto d’epoca. Ubicazione sconosciuta.

Paolo Zanfini

Testo tratto da: Silvia Bartoli, Paolo Zanfini, Tullo Golfarelli (1852 - 1928), Minerva Edizioni, 2016. Fonti: BMRBo, Album Golfarelli. Bibliografia: F. DE’CINQUE, Uno scultore sociale, “Il Caffaro”, 11 luglio 1903; F. SAPORI, Un plastico romagnolo. Tullo Golfarelli, “Vita d’arte. Rivista mensile di arte antica e moderna”, V (1912), n. 54, pp. 217-231: 220-222.