Dina Pescio Rosetti, maestra di Salvaro

Scheda

“Pro memoria”. Ero l’insegnante della Scuola Elementare di Salvaro di Grizzana, che, terrorizzata dai bombardamenti su Bologna, dove risiedevo, avevo trovato calda ospitalità presso Monsignor Mellini, nella sede Parrocchiale. M’illudevo che la guerra terminasse da un giorno all’altro e che i Tedeschi in ritirata fuggissero frettolosamente lungo la strada provinciale Porrettana. Con la stessa pia illusione, quasi tutti gli abitanti rimasti a Pioppe, erano corsi a rifugiarsi verso le colline e i monti limitrofi; un numeroso gruppo aveva trovato, come me, rifugio in Canonica.
Passavano i giorni e diventammo tanti e Monsignore ci sistemò come era possibile, nelle camere ancora libere, nella scuderia, nelle cantine, nelle dispense. Tra paure di bombardamenti e di visite pericolose la vita si svolgeva alla meno peggio. Ogni tanto correva voce che soprusi e rapine e uccisioni avvenivano nei casolari lungo la Porrettana ma, pur partecipi di tanti lutti, ci confortava il pensiero di essere fuori mano…
Un brutto mattino però ci accorgemmo che parte della colonna tedesca s’era fermata proprio sotto di noi e che stava istallando delle mitragliatici, mentre grossi cannocchiali scrutavano verso il Monte Salvaro. Passarono poche ore e un gruppo di radiotelegrafisti arrivò da noi e si installò nelle stanze dell’Ufficio Parrocchiale, sito in un’ala dello stesso nostro cortile. Incominciammo a preoccuparci quando vollero sapere il numero dei presenti. L’istituto ci suggerì di far passare gli uomini meno giovani come mariti, fratelli, genitori di noi donne presenti. Finsero di crederci, pur controllando spesso il numero da noi denunciato: nessuno doveva allontanarsi per segnalare la loro presenza. Intanto le notizie delle stragi aumentavano, i partigiani, numerosi fra i boschi della Creda, erano ricercati senza sosta e i civili (specialmente uomini) delle case coloniche sparse lassù, scesero e fu dato asilo anche a loro. C’era una cantina (già in parte occupata da alcuni giovani) alla quale si accedeva da una botola che avevamo occultato con del grano e che, ogni tanto, spostavamo per dare loro un po’ d’aria. La stipammo al massimo, ma tutto diventava sempre più difficile: bastava il minimo errore per essere scoperti!
La bontà divina venne in nostro aiuto: al tramonto di uno di quei giorni, mentre sul piazzale esterno vigilavo per avvertire di qualche improvviso pericolo, vidi arrivare un giovane sacerdote claudicante, che si sosteneva ad un improvvisato bastone. Seppi poi che era don Elia Comini che, come ogni estate, veniva a passare le vacanze a Salvaro, dove in località “La Fornace” viveva la sua vecchia madre. Era arrivato da Treviglio, dove insegnava in quel Collegio Salesiano, e lungo il viaggio, per aiutare una persona, si era rovinato seriamente una gamba. A lui, come il solito, Monsignore aveva riservato una piccola stanza. Gli altri ospiti che lo conoscevano dall’infanzia diedero proprio in urla di gioia ed io ne fui contagiata. Realmente il suo arrivo ci tolse dall’angosciosa vita di quegli ultimi giorni.
Il suo viso era sereno, la sua calma, le sue buone parole ci dettero speranza nella sopravvivenza. Incurante della ferita, che doveva fargli tanto male e che avevamo disinfettato alla meno peggio, era sempre presente ai nostri richiami: era il consolatore, l’organizzatore e il moderatore.
Dopo di lui era arrivato fra noi un altro sacerdote: Padre Martino Capelli, Missionario del Sacro Cuore, ma di lui posso dire ben poco, perché lo vedevo di rado. Era un tipo molto riservato e silenzioso: passava le sue giornate in montagna, dove esplicava la sua missione fra le persone che vivevano lassù, al di fuori dal nostro cerchio di mura. Ma anche per lui avevo tanta ammirazione; capivo che il suo incarico era di estrazione diversa ed il dolore per le umane sofferenze, era un continuo olocausto: era quasi un martire vivente. Dopo la sua morte, riordinando la sua camera, trovai degli appunti che svelavano la sua partecipazione al dolore e al calvario di tutto il popolo e l’offriva alla Madonna implorando da Essa la nostra salvezza. Caro don Martino! Insieme a questo missionario, don Elia non esitò ad addentrarsi in zona vietata per raccogliere alcune salme, dar loro cristiana sepoltura e salvare i famigliari. I suoi interventi non si contano perché erano continui. Basta un altro esempio: i militi, istallati negli uffici, tenevano la radio al massimo volume e Monsignore, che non riusciva a sopportare quei soprusi, in quello che era stato il suo regno, entrava furiosamente e d’un colpo spegneva l’apparecchio. Tremavamo per la loro reazione, ma don Elia, sempre vigile, correva a calmarli facendo capire che soltanto l’età avanzata suggeriva quegli scatti!…
Ancora: le nostre provviste alimentari stavano per esaurirsi, ma don Elia riusciva sempre a racimolare qualcosa; il suo tatto smuoveva anche quei cuori. Perché fossimo sereni, aveva il coraggio di canticchiare, di trastullarsi coi bambini raccontando tanti episodi della vita di S. Giovanni in Bosco, e il terrore passava. Io posso affermare questo perché gli ero la più vicina dato che, per essere utile e ricompensare in qualche modo l’ospitalità, avevo accettato dalle anziane nipoti di Monsignore l’incarico di accudire alle camere dei sacerdoti. Con quanta fatica talvolta andavamo a sentire un po’ di musica, a conversare a cenno con quei militi, per dar modo ai nostri forzati reclusi di essere un po’ liberi. Ci eravamo quasi abituate a quella vita di sacrifici e aspettavamo con ansia che nella strada giù al piano riprendessero a sfilare uomini ed armamenti; invece…
Invece venne il peggio: era il 29 Settembre, festa di San Michele Arcangelo, Patrono della Parrocchia, e mentre don Elia stava celebrando la S. Messa ed il rumore di tanti scoppi fuorviava la nostra attenzione, irruppe un gruppo di parrocchiani atterriti a chiedere aiuto. Lassù - alla Creda - c’era stato uno sconto fra partigiani ed SS; un loro capo era stato colpito e la feroce rappresaglia era stata immediata.
Vecchi, donne e bambini (uno nato da pochi giorni della famiglia Macchelli) furono catturati, ammucchiati come bestie, depredati d’ogni avere, mitragliati e dati alle fiamme, per nasconderne lo scempio. Sapemmo pure che fra i morti c’erano dei moribondi ed uno solo fu l’impulso dei Sacerdoti: portare il Viatico e salvare qualche vita.
Io avrei dovuto seguirli dopo la colazione e dopo aver reperito qualche medicinale. Purtroppo il loro viaggio di consolazione fu breve: catturati quasi subito come spie, furono costretti, come bestie da soma, a portare munizioni dalla pianura al monte. La sera vennero accomunati ad altri ostaggi nella Scuderia della Canapiera. Fu detto loro che li avrebbero consegnati a Bologna all’arcivescovado, mentre gli uomini validi sarebbero stati avviati ai campi di lavoro di Germania. I due sacerdoti ci fecero sapere di portare loro il Breviario, un po’ di biancheria e un po’ di cibo. Le prime ad andare furono le suore e, il giorno dopo, andai io. Al milite di guardia mi presentai come la sorella di uno di loro e mi permise di salutarlo per pochi minuti. Entrai: dal folto gruppo (una cinquantina di uomini) sdraiato nella paglia si alzò don Elia. Col solito senso del decoro, si rassettò la veste, col solito sorriso sereno, cercò di confortare me, pregandomi di rassicurare sua madre, poi mi benedisse. Padre Martino, che si era anche lui avvicinato, non aprì bocca, fece un segno di assoluzione e seguitò a pregare, mentre gli altri uomini imploravano i Sacerdoti di non lasciarli e pregavano me di far qualcosa per tutti.
Il tempo che trascorsi con loro fu più breve di quello che mi serve ora a descriverlo, perché la guardia mi tirò fuori in malo modo. Le implorazioni che ancora giungevano alle mie orecchie e alle quali nessuno avrebbe potuto dar vita, mi accompagnavano per il lungo tratto di strada verso la Parrocchia. Ancora qualche ora di attesa, di speranza e di incredulità, poi - era la sera del 1° Ottobre - festa della Madonna del SS Rosario, mentre pregavamo, giunse fino a noi l’eco del crepitio di tanti colpi cui seguì un silenzio agghiacciante. Il mattino seguente, insieme ad un’altra donna, scesi verso la Canapiera.
Nella “botte” fra la melma e l’acqua arrossata dal sangue innocente, vedemmo galleggiare la salma di Padre Martino. Aveva le braccia aperte come simbolo di Croce e di apparizione al Cielo. Il corpo di don Elia doveva essere stato coperto dai cadaveri degli altri innocenti, perché non lo vidi.
“Tutto era stato consumato”.
Dopo qualche giorno, per le piogge torrenziali fu dato (non so da chi) l’ordine di alzare le griglie, così quelle salme martoriate ancora dall’inclemenza del tempo, saranno andate forse verso il mare, ignoti martiri d’un crudele destino.

Insegnante: Dina Pescio Rosetti


Angelo Carboni, "Elia Comini e i confratelli martiri di Marzabotto", Bologna, Tip. Alfa-Beta, 1989
[EC]
Note
4
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