Decorazione del Teatro Comunale di Bologna

Decorazione del Teatro Comunale di Bologna

1828

Scheda

Nel corso dei primi decenni dell’Ottocento fu portata a termine la costruzione del Teatro Comunale di Bologna. Eretto a partire dalla seconda metà del Settecento su progetto dei fratelli Bibiena, architetti toscani che si specializzarono nella progettazione e costruzione di teatri al punto da creare uno stile assolutamente riconoscibile, il teatro andò a riempire l’area del guasto, cimitero all’aria aperta di una delle perle del Rinascimento bolognese. Nell’isolato fra piazza Verdi e via Belle Arti, fra il 1460 e il 1507, era stato costruito e poi distrutto il palazzo dei Bentivoglio, già signori di Bologna, descritto dalle cronache del tempo come una delle meraviglie non solo di Bologna ma di mezza Italia. L’entrata in città di papa Giulio II, nel 1507, aveva avviato una stagione di imposta e calcolata cancellazione della memoria: a specifici editti si deve la cacciata dei simpatizzanti bentivoleschi, l’abrasione degli stemmi, e perfino la distruzione del palazzo.

Il guasto del palazzo, pur istigato dalle truppe papaline, si era rivelato un’azione dei bolognesi contro se stessi e la loro storia recente; un moto violento che, come se avesse colpito un organismo vivo, non poteva passare come se nulla fosse. La memoria della distruzione infatti aveva lasciato per più di due secoli un vuoto di ruderi e muri rotti nel cuore del centro cittadino, un vuoto che per molto tempo, appunto per più di due secoli, nessuno aveva voluto o osato toccare, riempire, sfidare, finché nel Settecento non si decise di porre fine alla questione tacitando i fantasmi del passato. Così fu dato il via, in quel luogo, alla costruzione del Teatro Comunale. Come se avesse assorbito i tormenti delle vicende passate, il Teatro non era destinato ad avere vita facile, così come furono tormentate le vicende della sua decorazione. 

Fu ornato una prima volta fra il 1828 e il 1830 da Pietro Fancelli e Mauro Berti. Com’era d’uso al tempo più artisti partecipavano alla decorazione di ambienti molto grandi o di appartamenti nobili nei palazzi, spesso con compiti differenti: la suddivisione dei lavori più frequente era fra quadraturisti o ornatisti (ovvero coloro che avevano il compito di dipingere le finte architetture, gli ornamenti, le cornici e quant’altro) e figuristi, ovvero coloro che animavano le scene con i personaggi. Tornando al Teatro, un altro elemento decorativo era costituito dal sipario, prima che questo fosse sostituito quasi ovunque dal tendone rosso scuro o nero che siamo abituati a vedere. Il sontuoso sipario del Teatro fu dipinto da Napoleone Angiolini e da allievi della scuola dei Gandolfi, pittori del Settecento bolognese, e rappresentava il Trionfo di Felsina con numerose divinità, le allegorie delle belle Arti e un leone. Dopo questa prima decorazione terminata nel 1830 si affacciarono i primi problemi: nonostante l’edificio fosse stato terminato da circa trent’anni, alla metà del secolo accusava già problemi strutturali. Inizia così, troppo presto per una costruzione nuova, una stagione di ristrutturazioni, sistemazioni e lavori. Dopo aver consolidato la struttura, negli anni 1853-1854 si mise mano al boccascena, ai palchi e, per la seconda volta in poco più di vent’anni, alla decorazione. L’architetto Parmeggiani si occupò dell’ornamento del soffitto e quindi, dopo aver riassestato la struttura, furono scelti gli artisti.

È in questa fase che entrano in gioco alcuni dei protagonisti della pittura bolognese dell’Ottocento, figure considerate spesso d’Accademia nell’accezione più pedante che si possa dare a questo termine e perciò, non del tutto meritatamente, abbandonati a loro stessi nel panorama degli studi sull’arte italiana di quel periodo. I riscatti, nel mondo dell’arte, coinvolgono spesso anche figure che non ne sono proprio degne ma che hanno avuto, per mille motivi, la buona sorte di sopravvivere al tempo e alle dimenticanze. Perciò, consapevole delle virtù e dei limiti degli artisti che andrò a citare, ve li presenterò come volenterosi artigiani del buon gusto. Il panorama artistico bolognese della metà dell’Ottocento era ricco di figure che in qualche modo si ispiravano al vero, alla realtà della natura, ma spesso discutevano fra loro se la natura, i paesaggi, le persone, insomma i dipinti che ritraevano questo vero dovessero essere ricchi, o sprovvisti, di richiami alla morale. Esattamente come succede in letteratura, la domanda era la stessa: posso raccontare un aneddoto, un fatto, un momento vissuto senza che abbia una morale di fondo? Di fatto, per il periodo storico che si stava vivendo, questo tipo di dibattito era più che altro una spia della fatica patita da questi pittori nell’abbandonare definitivamente il passato, quella vecchia tentazione che l’arte ha avuto molto spesso di drizzare la natura. In realtà, temo, questa caparbietà nel voler dipingere una natura non del tutto reale ma rendendola più bella, più a modo, più pulita, era più che altro spia della scarsa capacità dei nostri pittori di vedere e ritrarre la natura così com’è nelle sue imperfezioni, nei suoi cambiamenti repentini, nell’asimmetria, nella sua imprevedibilità, che era la ricerca che stavano per avviare gli Impressionisti a Parigi o i Macchiaioli in Toscana. I pittori più quotati degli anni Cinquanta dell’Ottocento a Bologna erano Muzzi, Ferrari, Besteghi e Serrazanetti. I paesaggisti invece tutti nomi che a noi oggi dicono davvero poco. Questi artisti negli anni Cinquanta avevano rappresentato l’avanguardia ma già negli anni Sessanta si rivelarono incapaci di cogliere i segni dei tempi nuovi e così scivolarono di nuovo nell’accademismo centrato quasi esclusivamente sulla cosiddetta pittura di storia. Ovvero, ancora una volta, quadri con episodi che avessero una morale.

Di fatto quel che c’era a Bologna negli anni Cinquanta dell’Ottocento, e quel che piaceva, era questo. Non deve allora stupire la scelta di assegnare ad Antonio Muzzi (in qualità di figurista) e Giuseppe Badiali (ornatista) la decorazione della volta della sala grande del Teatro Comunale di Bologna, uno dei luoghi centrali della cultura cittadina. Muzzi aveva già lavorato per il teatro di San Giovanni in Persiceto, aveva dipinto sipari e dunque non era nuovo all’ambiente teatrale; lo stesso si dica per Badiali e dunque le premesse erano buone; così i due iniziarono a lavorare di buona lena, nel 1853-54, all’impresa che dovette rivelarsi per entrambi un solenne fiasco professionale. Muzzi, corpulento e un poco millantatore ma, in fin dei conti, un galantuomo, come lo descrive il suo allievo Augusto Majani, aveva partecipato in prima linea, nel 1849, alla difesa di Bologna contro gli Austriaci e sarà Consigliere Comunale nel 1859 e 1861. Nonostante questo suo fervore politico, dal punto di vista artistico lo conosciamo come un pittore un po’ pedante ma non privo di alcuni guizzi e aperto alle esperienze estere. Scorrendo la corposa serie dei suoi disegni si trovano infiniti studi di modelli, prove e riprove per soggetti rappresentanti episodi della storia romana, episodi della storia sacra, qualche guizzo per decorazioni da effettuare in case private, si ha notizia di numerosissimi ritratti alle dame della buona società del tempo... Un pittore consapevole, con buona tecnica, che ha lasciato nei fogli preparatori per i suoi dipinti una tale quantità di appunti che si ha un po’ l’impressione di bussare a casa sua e di entrare, non invitati, nel suo mondo privato: i suoi disegni sono costellati di note, citazioni, date e circostanze delle commissioni delle opere, e poco manca che ci informi, nelle stesse note, del suo stato di salute o della cronaca del tempo.

Sulla stessa linea, e ugualmente puntiglioso, è il commento che Muzzi lasciò accanto al disegno ad acquerello che rappresenta la decorazione del plafond del teatro così come avrebbe dovuto essere realizzata: Badiali cambiò alcuni particolari in corso d’opera, non sappiamo né quanti né quali, né in quale misura, fatto sta che i due non si capirono. Questo foglio è il ricordo dello screzio con Badiali e delle critiche che dovettero subire, un ricordo che bruciava ancora e per il quale Muzzi sentiva di doversi giustificare. Muzzi, probabilmente, non aveva il dono della velocità, non aveva la capacità di riadattare le proprie idee e di plasmarle rapidamente, e così le modifiche fatte dall’ornatista e non concordate rimasero per lui espressione di un disaccordo non sanabile. Nonostante questa sconfitta Muzzi rimase, nel panorama artistico cittadino del secondo Ottocento, una figura di riferimento e degna di considerazione, anche se le cose stavano finalmente cambiando. Con il 1860 riaprì i battenti un’Accademia di Belle Arti profondamente rinnovata, nella quale erano stati sollevati dall’incarico gli insegnanti e i dirigenti che sapevano troppo d’ancien régime. Parallelamente nel 1860-61 fu dato di nuovo incarico ad altri tre pittori, Luigi Busi, Luigi Samoggia e Silvio Faccioli, ancora una volta un figurista (Busi) e due ornatisti (Samoggia e Faccioli), di cancellare e rifare la stessa decorazione del plafond del Teatro Comunale: la terza in poco più di trent’anni.

Busi e Samoggia facevano parte di una nuova generazione. I giovani pittori bolognesi scalpitavano, avevano sentore di ciò che accadeva fuori dalle mura di una città ripiegata su se stessa dal punto di vista artistico e guardavano alle nuove esperienze dei macchiaioli. Fra i nomi nuovi nel panorama artistico bolognese Luigi Busi spiccava per talento e determinazione e si impose presto per le sue idee decisamente innovative in fatto di arte, idee che non mancarono di lasciare più che perplessi i maestri delle vecchie generazioni: mandato a Roma a studiare, rimandò a casa non copie di Raffaello - pulito, ordinato, senza scossoni, classico - ma di Vélasquez, spagnolo, veloce, ironico nei ritratti, eccellente colorista senza disegno. Per capirci basta fare un salto nella chiesa dei Santi Vitale e Agricola in strada Maggiore. La pala dell’altare maggiore è di mano di Busi: l’impostazione sbilanciata della scena, la ricerca degli effetti di luce, la tavolozza essenziale e squillante rendono bene l’idea della ricerca che stava svolgendo, avvicinandosi sempre di più, per noi che ora ne conosciamo le implicazioni, ai tagli delle immagini possibili con le istantanee fotografiche. Busi è un pittore poco noto. Ha subito lo stesso destino degli altri pittori dell’Ottocento bolognese, eppure, nascoste ai più, ha lasciato opere di una bellezza straordinaria. Oltre che innovativo pittore Busi fu un ottimo disegnatore: ci rimangono, per rimanere nell’ambito della decorazione del teatro, alcuni disegni e bozzetti rappresentanti le allegorie delle Arti, opere che aspettano ancora di essere valorizzate come meritano. In attesa di uno studio approfondito, ve le presento in questa sede perché, ad anni di distanza dalla mostra in occasione della quale furono esposti al pubblico, possano essere visti di nuovo.

Ma il teatro non aveva finito di scontare le sue pene. Il 28 novembre 1931 un incendio ne distrusse una parte e, con essa, bruciò il sipario dipinto e si rovinarono anche le decorazioni di Busi e Samoggia, delle quali ora rimangono poco più che le ombre dello splendore che fu.

Chiara Albonico

In collaborazione con Associazione 8cento, estratto dalla rivista Jourdelò n. 19, Bologna, novembre 2011

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