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Da Sant'Antonio a Medicina

1930 | 1950

Schede

Ho letto "sebben che siamo donne" di Luciano Treré e mi è piaciuto perché mi ha fatto tornare con la mente alla mia terra di origine, larga, spaziosa, quasi disabitata, quando abitavo a S. Antonio. Lì la scuola finiva con la quarta. Per fare la quinta dovetti andare a Medicina dalla maestra Solieri Andalò, la moglie del dottore che abitava nel palazzo della Barletta.

Di lì ho diversi ricordi; per ordine del Fascio doveva venire a scuola con la divisa di donna italiana: camicetta bianca e gonna nera e la sentivo lamentarsi con una collega. Ci correggeva i compiti con l’inchiostro rosso che mi piaceva tanto. Forse allora mi venne la voglia di diventare una maestra per poterlo usare. La mia compagna di banco, il primo a sinistra, era la Bianconi, una bimba taciturna col viso più bianco del suo colletto: era la nipote di Cesare Battisti, così ci disse la maestra. C’era anche la Camilla Dal Pozzo, la nipote di Camillo il pollivendolo: era una chiacchierina, sempre vestita bene, con belle scarpine e una cartella di pelle. Io invece ne avevo una di tela cerata, mezzo spelacchiata e cercavo di tenerla nascosta sotto il banco perché mi vergognavo. Una volta mi disse con una smorfia di disgusto: “Che brutta cartella che hai! Perché non dici a tua madre di comprartene una più bella?” Non mi piacque quel commento. Più di tutto il libro di Treré mi ha fatto ricordare la strada che percorrevo: spesso col vento montano contrario e quando tornavo, se tirava ancora, era un “godiullo” perché si pedalava senza fatica. Ogni tratto di strada aveva la sua caratteristica: fino al Mulino Nuovo, una; altra, dal Mulino Nuovo a Barattieri: c’erano i campi coi filari di vite dei Cattani, dei Cavazèn, dei Surblèn, tutti proprietari; poi c’era la Casàuna con diverse famiglie di povera gente: chissà se aveva abbastanza da mangiare e legna per scaldarsi! Da Barattieri, giù per la discesa che costeggiava il loro palazzo rosso alla Casulina e al ponte del Bosco, altra caratteristica: a sinistra le casse d’acqua con gli argini pieni di canne di “spazarine” e risaie, a destra il canale. Dal Bosco fino all’altro ponte sul canale, tutte risaie con le mondine e i loro canti, i tron che tuonavano profondi e solenni per denunciare la loro rabbia, la loro forza contro i soprusi dei padroni aguzzini. Erano vere combattenti per la dignità delle loro persone, anche se erano immerse nell’acqua fin sopra al ginocchio.

Oggi la televisione ci propina altri tipi di donne che insegnerebbero come emergere e avere posti ben pagati, magari di comando... ...Passato un altro ponte sul canale, altro scenario: la larga della Vallona, dalle diverse colture compresa quella del riso. Ricordo che una volta, percorrendo questo tratto di strada, quasi sempre molto solitaria, raggiunsi due carovane di zingari, trainate da cavalli. Per un po’ rimasi dietro, ma andavano troppo piano e decisi di sorpassarle con un certo patema d’animo. Al bordo della strada c’era della ghiaia sparsa e per il tremolio si sganciò la pompa della bicicletta e cadde a terra. In un attimo dovetti prendere la decisione: fermarmi a raccoglierla o andarmene per il timore che gli zingari rubassero i bambini. La raccolsi e via di corsa dando uno sguardo allo zingaro che teneva le redini del cavallo. L’ho ancora in mente quella faccia: no, non rubava i bambini; forse ne aveva dei suoi dentro il carrozzone. Poi arrivavo alla fine della strè nova per immettermi in quella per Sant’Antonio: meno male, ero quasi a casa. Ero stanca, ma avevo i compiti da fare. A casa c’era poi Franco, più piccolo di me di tre anni, che mi diceva: “Se mi fai i compiti, ti pulisco la bicicletta”, spesso infangata perché la strada non era asfaltata. Spesso aderivo alla sua richiesta. D’inverno stavo a casa dei nonni materni insieme alle sorelle di mia madre per avere meno strada per arrivare a Medicina. Ricordo che nonna Celeste quando poteva mi dava quattro soldi per comperare un panino all’olio e che Cesira si preoccupava molto quando il Rondone si riempiva d’acqua e da Arvers fino dai Mezzetti costeggiava la strada: aveva paura che ci cadessi dentro e mi accompagnava a piedi per quel tratto; ma io non avrei voluto: mi sentivo sicura. Mi piaceva stare con loro e poi alla sera, qualche volta prima di andare a letto, Argentina friggeva fette di pane in padella: com’erano buone! E Cesira aveva sempre qualche piccola leccornia da darmi e mi diceva, perché era in arrivo la nascita di Carlo della Tosca: “Sono finiti tutti i ‘simitoni’ per te. Ci sarà un altro bambino”. Ma Carlo non mi ha mai portato via i “simitoni”. A casa dei nonni veniva poco, anzi ricordo che la bisnonna, che vestiva sempre alla maniera ottocentesca, diceva alla Tosca: “Tosca tu vieni quando vuoi ma lascia a casa quel “brigante” del tuo bambino [poteva avere due anni] perché mi tira i sassi”. Ai bambini piccoli non piacciono i vecchi perché sono brutti, e hanno ragione.

Alieta Fabbri

Emozioni profonde, dolci e struggenti ricordi evocati dalla lettura del libro “Sebben che siamo donne” di Luciano Treré e comunicati a Liliana Negrini dalla cugina Alieta Fabbri di 88 anni. Alieta è nata a Sant’Antonio da una famiglia di operai agricoli e ha seguito l’iter scolastico spostandosi sempre in bicicletta, prima verso le scuole di Sant’Antonio, poi di Medicina e infine di Castel San Pietro, dove ha conseguito il diploma magistrale. Negli anni ‘50 Alieta si è sposata e trasferita a Milano, dove vive tuttora. Testo tratto da "Brodo di serpe - Miscellanea di cose medicinesi", Associazione Pro Loco Medicina, n. 10, dicembre 2012.