L’assassinio della Spisani

L’assassinio della Spisani

19 Gennaio 1874

Scheda

Il 21 gennaio 1874, nel letto del fiume Reno fu ritrovata una testa, colma di capelli nerissimi e un busto di donna poco più in là di essa. Il giorno precedente, il 20 gennaio, si era denunciata la scomparsa della governante Rita Pisani, della casa De Rechter in Palazzo Pepoli. La donna del fiume fu riconosciuta come Rita Spisani. Questa Spisani, di 36 anni, conosciuta nella città per essere stata cameriera di classi agiate, ultimamente aveva impiantato un laboratorio di sartoria, nella casa dove serviva. Essa era stata inoltre la confidente anche di persone illustri. La Spisani conservava 2 bisacce, in cui si diceva fossero documentate azioni compromettenti per parecchi altolocati personaggi. Si seppe intanto che in quella fatale mattina la Spisani, che abitava in via Miola 1068 (via Miola corrispondeva a quel tratto di strada che da via Farini, angolo via Catiglione portava in S. Stefano), a detta di una sua lavorante, aveva abbandonato all’improvviso la camera – dopo la lettura di una lettere che non fu mai trovata – senza orecchini, senza chiudere i mobili, senza pettinarsi, raccogliendo i capelli entro una reticella di seta.

I resti della decapitata erano stati ritrovati, come si è detto, su i banchi di sabbia del fiume Reno il 21 gennaio; particolare di rilievo: tutti i grossi vasi sanguigni erano privi di sangue tanto che si opinò che il corpo e la testa fossero stati tenuti in sgocciolo. Negli abiti e nella biancheria, attorno al collo, non si trovarono tracce alcune di sangue, cosicchè era a dirsi che la decapitazione fosse stata preceduta da un denudamento. Solo 3 ferite nella schiena avevano perforato le vesti. Ma già l’opinione pubblica cominciava a mormorare un nome come quello del probabile assassino della Rita Spisani. Nella notte da 19 a 20, verso le ore 1.30 del mattino, un certo Raffaele Trevisi servo di casa Bentivoglio, mentre si portava alla sua abitazione in via Castagnoli, vide giungere a gran trotto un cavallo che riconobbe essere del De Rechter; sul biroccino, che svoltava all’angolo del Teatro Comunale diretto verso via Moline, riconobbe esservi il Galavotti servo anche lui della casa in cui era governante la Spisani. Sulla predella del veicolo poggiava l’estremità di un grande involto che giungeva fino alle spalle del guidatore, coprendo con i lembi della “capparella” (mantello). Eugenia Ferri dichiarò di avere udito, stando a letto, tre gridi disperati di donna verso le ore 7 e 45 o 8. La Ferri non ebbe dubbi quando furono ritrovati i resti della Spisani: l’assassino della sarta non poteva non essere che il Galavotti, che sapeva avere una tresca amorosa con la Spisani, e che considerava uomo pericoloso. Solo il giorno 26 gennaio il Galavotti venne arrestato. Questo Galavotti, nato il 9 marzo 1840 a Bologna, non era individuo troppo raccomandabile; nel passato aveva subito imputazioni e condanne: era stato inoltre condannato per furto e varie volte ammonito dalla polizia.

Ultimamente lo stesso De Rechter lo aveva licenziato per la fine del mese, perché sopra una candela aveva scritto parole oscene. Presto risultò dalle indagini, che il Galavotti era effettivamente l’assassino della Spisani, e che la povera donna, la quale spesso si recava in scuderia per appuntamenti amorosi, era stata colpita alle spalle e decapitata quando ancora non era morta. Nella stalla si erano trovate numerosissime tracce di sangue e perfino una parte della reticella che raccoglieva i suoi capelli. Il Galavotti negò sempre di essere l’assassino, anzi incolpò un certo Generoso Peluso, ex cameriere della casa, valendosi del fatto che la marchesa l’aveva licenziato per dissidi con la Spisani; il Galavotti aggiunse che anche un facchino, certo Alessandro Novelli era stato complice del delitto. Le accuse si dimostrarono insostenibili ed il cocchiere fu costretto a ritirarle. Ma per quali ragioni il Galavotti aveva compiuto un così efferato delitto? Si disse che doveva dei soldi alla Spisani; si disse che voleva derubarla; ma l’opinione pubblica non ne fu mai convinta; circolarono poi voci che la Spisani aveva abusato della fiducia di potenti persone di cui conosceva terribili segreti. Il processo ebbe inizio quindici mesi dopo il delitto cioè il 12 aprile 1875, nell’ex convento dei Barnabiti. Mai un processo aveva maggiormente interessato i bolognesi.

Il Galavotti si presentò disinvoltamente: era un individuo magro dal viso lungo e pallido, con lunghe fedine all’uso dei cocchiere, dagli occhi grigi infossati, indossante un paletot turchino, calzoni a scacchi bianchi e neri, con le mani impegnate a sostenere il cappello a turba. Il servizio d’ordine fu eccezionalmente imponente: sorvegliò l’ingresso un plotone di fanterie tenendo i fucili in posizione orizzontale. Una seduta sembrò anzi non aver luogo per difetto di servizio d’ordine. Galavotti si mantenne sempre nella negativa e fu splendidamente difeso da Ceneri e da Busi che gli salvarono la testa (esisteva allora la pena di morte). I quesiti posti ai giurati furono 4: il primo diceva: “L’accusato è colpevole di avere nella mattina del Lunedì 19 gennaio 1874, nella scuderia dell’ing. De Rechter, nel vario Pepoli, mediante reiterati colpi di arma puntuta e di tagliente inferiti con intenzione omicida, tolto volontariamente la vita a Rita Spisani?” I giurati risposero, si, ma aggiunsero un no al quarto quesito che chiedeva se la Spisani era stata uccisa a scopo di furto. Il 21 aprile Galavotti fu condannato ai lavori forzati: non battè ciglio alla lettura della sentenza. Qualche mese dopo il 4 agosto di quel medesimo anno, a Nisida il cocchiere assassino, moriva di tisi (anche durante il processo sputava sangue) portandosi nella tomba il segreto di quel delitto, mentre ancora erano esposti nei negozi, a distanza di tempo dal verdetto, il suo ritratto insieme a quello della sua vittima.

Rita Spisani viene tumulata nel cimitero della Certosa e successivamente i resti furono collocati in un ossario comune.

Loredana Lo Fiego

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