Cavazza Filippo

Cavazza Filippo

21 marzo 1886 - 1953

Note sintetiche

Occupazione: Possidente/Proprietario

Scheda

Filippo Cavazza, da Francesco - liberale, consigliere e assessore comunale e consigliere provinciale di Bologna, sindaco di Minerbio, deputato del III collegio di Bologna (1913-1919), presidente della prima conferenza nazionale degli agricoltori, vicepresidente del Consorzio della bonifica renana, presidente dell'Accademia Clementina, fondatore dell'Istituto dei ciechi, promotore del Comitato per Bologna storico-artistica - e Lina Bianconcini - promotrice dell'ufficio per notizie alle famiglie di militari durante la prima guerra mondiale -; nata il 21 marzo 1886 a Bologna. Conte, possidente. Libero docente in zoologia e in zootecnia nell'università di Bologna, autore di studi di zoologia, biologia, etnologia, zootecnica e scienze agrarie, «autentico democratico, un uomo profondamente religioso e di vasta cultura umanistica e agronomica, un agricoltore capace di vedere i problemi della terra oltre i limiti della sua proprietà», ebbe un ruolo di rilievo nelle lotte agrarie del primo dopoguerra. Eletto, nel 1917, presidente dell'Associazione agraria bolognese, nel 1919, in un'intervista pubblicata ne «La libertà economica», sostenne la collaborazione di classe, i concordati tra datori di lavoro e lavoratori a carattere provinciale da stipularsi tra organizzazioni sindacali riconosciute dallo stato, il collocamento in forma mista. Propose questa prospettiva, notevolmente avanzata, che teneva conto dell'evoluzione economica e morale dei lavoratori e del profondo mutamento del concetto di proprietà, riconosciuta in forza della «funzione che essa è chiamata a svolgere», per giungere fino alla compartecipazione ai prodotti, anche al congresso nazionale degli agricoltori (Roma, febbraio 1919), raccogliendo la sua analisi nel lavoro La compartecipazione ai prodotti agricoli in rapporto alla evoluzione economica dei lavoratori della terra e all'incremento della produzione, Bologna, 1919.

Continuò a sostenere negli anni successivi queste linee in vari scritti, poi raccolti in Libertà e collaborazione. Bologna, 1949. Quale componente della Società italiana degli agricoltori e specificamente quale vicepresidente dell'ente studio propose una legge, nella quale «la proprietà terriera potesse essere controllata nella sua funzione tecnica-economica-sociale da commissioni paritetiche regionali presiedute da un magistrato, col diritto di proporre per l'esproprio (inteso come cambiamento coattivo d'investimento del valore reale di mercato) quei territori che, per un periodo di alcuni anni non avevano fatto produrre la loro terra secondo la normalità, le possibilità locali e l'utilità generale». L'intransigenza della Federterra non consentì che almeno alcune di queste prospettive potessero trovare un avvio di applicazione. Con l'azienda del padre, che gestiva e nella quale aveva attuato sostanziali miglioramenti tecnici e nelle condizioni di lavoro, resistette sino all'ultimo, dovendo infine cedere persino sulla taglia. Sconfitto, alla fine del 1919, pur accettando la vicepresidenza, lasciò la presidenza dell'Associazione provinciale degli agricoltori bolognesi «a causa della debolezza morale di alcuni soci di Molinella». Non mancò di dissentire, il 12 aprile 1920, dall' indirizzo impresso all'Associazione dal nuovo presidente Calisto Paglia. Osservò che «la lotta per il riconoscimento 'ci ha chiusi in un circolo senza uscite, ci ha messi in un terreno di lotta moralmente simpatico e bello, ma altrettanto difficile data la mentalità e la finalità dei nostri avversari e la mentalità di non pochi soci nostri. Bisogna pertanto fare un atto che senza pregiudicare la nostra causa di principio, tenda a rompere il cerchio chiuso e a spostare la questione». In merito, propose di assumere posizioni di chiarezza sia dichiarando la tariffa che gli agricoltori erano disposti a riconoscere ai braccianti, sia non tenendo conto delle invasioni di terre da questi effettuate. Concluse, sottolineando che i braccianti «se verranno al lavoro, la nostra vittoria sarà così grande (sarebbe infatti una disgregazione della loro ormai favolosa solidarietà) che il pagamento delle giornate di lavoro abusivo non sarebbe che un ben magro sacrificio in rapporto al risultato ottenuto». Nel 1920 fece parte dell'Associazione bolognese di difesa civile, costituita con il proposito di «riunire in stretta compagine tutti i cittadini che rifuggono dalla violenza». Nel 1921, interrogato dalla Commissione parlamentare per l'accertamento dei fatti avvenuti a Bologna (strage di Palazzo d'Accursio), negò la «matrice agraria» dei fasci, sorti invece in città «per un sano senso di reazione vitale e non di retrograda o violenta concezione politica. Non ebbero e non hanno a Bologna nessun significato politico». Il male, tuttavia - ammise - «ebbe origine nelle campagne e nelle campagne deve venire curato e guarito», sollecitando lo stato ad intervenire per «ristabilire l'imperio della legge» e, tramite «leggi eque superiori a qualsiasi singolo interesse», anche per evitare il «danno grave che nuove e prossime agitazioni agrarie potranno arrecare». In coerenza con i suoi principi etici e le sue convinzioni, contrarie alle dittature e alle coercizioni, non accettò, fin dagli inizi, il fascismo: respinse la tessera del partito, prima a Tripoli - dove, dal 1922 al 1925, fu incaricato di studiare le concessioni agricole della colonia, e, in seguito, nominato direttore della colonizzazione - poi, nel 1933; non sovvenzionò le iniziative e le attività, in qualsiasi forma, dei fascisti. Durante il regime ebbe contatti, in Italia e all'estero, con antifascisti e svolse una continua propaganda «spicciola», ribadendo il valore «della libertà in tutte le sue manifestazioni».

Il 26 giugno 1935 rifiutò di giurare, quale docente universitario, e, conseguentemente, dovette «con dolore rinunziare a qualsiasi attività di insegnamento». Motivò la decisione «per uno scrupolo formale (forse) di coscienza», non ritenendosi «autorizzato» a legarsi «ad un partito politico (e naturalmente - aggiungeva - ho sempre aborrito ogni società segreta), perché per promettere la propria fedeltà non solo in atto, ma anche di pensiero, bisogna essere profondamente convinti e sicuri di sé». Nel 1942 rinunciò alla ricompensa al valor militare concessa alla memoria del figlio Franco, ufficiale degli alpini, «mandato al massacro» in Albania, il quale era morto «senza voler portare un'arma» per non fare «mai male ad alcuno» e, partendo, gli aveva lasciato scritto: «Se dovrò lasciarci la pelle, sappiano quei luridi individui (Hitler e Mussolini) che non sarà mai per la loro ambizione, né per le loro ideologie infette». L'«insegnamento forte nel dolore» del figlio, «l'animo di cristiano e di italiano» lo resero «naturalmente desideroso [...] di poter collaborare attivamente con coloro che, di qualsiasi partito fossero, volevano lavorare per abbattere la bassa tirannia fascista e da ultimo il grande nemico di ogni libertà del nostro paese, il prepotere tedesco». Decisivo, anche per lui, fu il radiomessaggio natalizio del 1942 di Pio XII. Partecipò, infatti, all'incontro promosso da padre Innocenzo Maria Casati. Sui contenuti del messaggio papale, nel maggio 1943, tenne una conferenza allo studentato dei padri missionari del Sacro Cuore di Castiglione dei Pepoli. Dopo il 25 luglio 1943, d'accordo con Fulvio Milani, con il quale era in stretto rapporto da anni, per tutta la durata del «tremendo periodo trascorso», intensificò i suoi incontri con esponenti dell'antifascismo. Dopo il 8 settembre 1943 entrò in contatto «con gruppi attivi di antifascisti, soprattutto in Toscana e poi a Bologna». Si rese totalmente disponibile, dichiarando che fino alla liberazione avrebbe avuto «come partito quello di tutti gli italiani uniti per la libertà», per difendere i perseguitati e «per collaborare alla preparazione di un avvenire meno doloroso per il nostro paese e per i nostri figli». Nella sua casa di San Martino (Minerbio) accolse ebrei e altri perseguitati, tra i quali Mario Finzi e Gian Giuseppe Palmieri. Fu uno dei primissimi, tra i cattolici bolognesi, che sostenne la necessità «che i cattolici partecipassero con la loro forza, coi loro organismi e colle loro idee al movimento di liberazione». Nella sua convinzione non bastava che i cattolici avessero «sostenuto le più alte battaglie con il paganesimo dilagante e contro la propaganda di odio del fascismo e del nazismo». «In queste nostre zone martoriate» - come in altre regioni italiane - i cattolici avrebbero dovuto collaborare perché «vi fosse chi cercava la libertà col concetto di una vera democrazia, che vuole la collaborazione di tutti nello studio sereno e logico dei problemi, nella dedizione onesta al fine della pace e della reciproca comprensione»; perché bisognava che «quando gli alleati, giungendo a cacciare da Bologna i tedeschi e i fascisti (giungendo con ciò nella prima regione dell'Italia settentrionale), vi trovassero una organizzazione ed una rappresentanza composta non solo da alcune tendenze, ma da tutte». Inoltre, cogliendo il significato genuino e profondo della partecipazione dei cattolici al movimento di liberazione, ritenne che «i cristiani [...] non dovevano solo rappresentare un partito, ma sentirsi depositari di una tradizione millenaria che, anche quando non è palese, è la base della nostra vita morale, dei nostri ordinamenti, della nostra cultura, del nostro senso universale di giustizia». Dovevano essere presenti «come coloro che vogliono la liberazione per amore e non per odio, coloro che essendo d'accordo sui punti della liberazione, vogliono che questa non sia uno scatenarsi di altri odi, uno scorrere di nuovo sangue, ma una difesa della libertà, di quella libertà che non esiste che come figlia del dovere e dell'amore, che porta a rispettare la libertà del prossimo».

Toccò proprio a lui, che prima di altri aveva sostenuto e fatto maturare la partecipazione dei cattolici alla resistenza, piegandosi alle insistenze di Fulvio Milani, Angelo Salizzoni, Giancarlo Pascale, rappresentare dall'estate 1944, insieme con lo stesso Salizzoni, la DC, «non per interesse di parte, ma per interesse umano, per interesse nazionale, per interesse cittadino» e perché «l'etica cristiana possa trovare sempre maggiore estrinsecazione nella vita dei singoli prima ed in quella della società poi», nel CLNER.  La sua attività nel CLN, che si riunì varie volte nel palazzo di sua proprietà in via Farini, ove fu anche decisa l'adesione della DC e del PLI, seguì, in accordo con i gruppi di cattolici impegnati nella resistenza, la linea di condotta di non ammettere «nessuna violenza se non come legittima difesa» e di non consentire a nessuna deliberazione «tale da ipotecare la libertà avvenire del nostro paese, e degli uomini che vivono su questa povera terra provata da tanti ma meritati dolori». Il suo contributo fu notevole e, in qualche modo, favorito dalla sua amicizia con il gen. Frido Von Senger, comandante del corpo d'armata tedesco a Bologna, conosciuto nell'ottobre 1943. Riuscì, tra l'altro, a far attenuare, nell'autunno 1944, il «terrore» instaurato a Bologna dai «faziosi» delle brigate nere; ad ottenere soccorsi per la popolazione; a far liberare numerosi giovani rastrellati; ad evitare gli atti di sabotaggio dei tedeschi prima di abbandonare la città. Cercò «di frenare l'entrata in azione delle forze partigiane a Bologna, mesi prima dell'arrivo delle truppe alleate, non giudicando che questa azione potesse affrettare l'allontanamento dei nazifascisti». Ricercato dai fascisti nei giorni immediatamente precedenti la liberazione, si sottrasse all'arresto grazie all'aiuto del dott. Miccolis. Nei primi giorni della liberazione non esitò a salvare «quante più persone potè, anche se di ideologie contrarie alle sue», convinto che «l'opera più ardua è quella che tutti ci attende, è quella delle ore grigie e di facile delusione. Ricordiamoci che per noi, cattolici, per noi cristiani, il dolore non è fonte di risentimenti e di odi, che la lotta subita o dovuta accettare non è produttrice di divisioni o di ambizioni, che forse avremo assai più da combattere contro il ritorno della corrente che non quando tutti erano con noi nell'opporsi alla corrente che tentava di sommergerci». [A]

E' sepolto nel tomba di famiglia collocata nel cimitero di Minerbio (Bo).

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Bologna combatte
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Nazario Sauro Onofri, Bologna combatte (1940-1945) - Dalla dittatura alla libertà, ed. Sapere 2000, 2003

1918_02_01
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1 - 7 febbraio 1918