Busto di Gregorio XVI

Busto di Gregorio XVI

1831 | 1853

Scheda

Nel maggio 1831 lo scultore Adamo Tadolini, che aveva ottenuto la cattedra di scultura presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna, rinunciò all’incarico e il camerlengo richiese l’apertura di un nuovo concorso per riassegnarla. Si presentarono Alessandro Franceschi di Bologna, Alessandro Massimiliano Laboureur e Francesco Benaglia di Roma, Innocenzo Giungi di Verucchio, Cincinnato Baruzzi di Imola e Democrito Gandolfi. Baruzzi, che nel concorso precedente si era classificato secondo della terna proposta dall’Accademia al governo centrale, fin dalla rinuncia iniziale di Tadolini si era adoperato nell’ambiente romano e presso Francesco Tognetti, segretario dell’Accademia bolognese, per proporre la propria candidatura come naturale scorrimento di una graduatoria già esistente, di cui chiedeva che venisse tenuto conto. Nell’agosto del 1831 si rivolse direttamente a papa Gregorio XVI per sollecitare la propria nomina in base alla vecchia graduatoria, sottolineando anche i propri meriti artistici, la realizzazione della Pietà in marmo dal modello di Canova e la vittoria nell’alunnato romano dell’Accademia di Bologna. Il papa affidò la decisione all’Accademia di Bologna e, in seguito ad un parere positivo, nel settembre 1831 Baruzzi riceveva la nomina a professore di scultura. Da una lettera a Francesco Tognetti apprendiamo che il 9 settembre Baruzzi era trattenuto a Roma perché gli era stato concesso di ritrarre il pontefice  e nel successivo mese d’ottobre, dopo quattro sedute di posa, passava a scolpire il marmo da donare a Gregorio XVI. Dal modello originale vennero tratte almeno 5 versioni del busto, non tutte al momento reperibili. La prima versione, che dovrebbe coincidere con quella che venne donata al pontefice, fu da lui trasmessa alla chiesa di San Gregorio al Celio appartenente all’ordine camaldolese, di cui il papa era membro.

Il pontefice espresse la sua soddisfazione concedendo allo scultore l’onorificenza appena istituita di Cavaliere di San Gregorio Magno. Una successiva versione in marmo fu donata da Baruzzi al Comune di Bologna, ottenendo in cambio la cittadinanza bolognese e il luogo per una tomba a sua scelta in Certosa. Il busto, che doveva essere collocato nella sala del consiglio comunale è molto probabilmente quello oggi in deposito presso il Museo del Risorgimento (agosto 1832). Versioni in gesso furono donate all’arcivescovo Carlo Oppizzoni, a monsignor Brignole e al paese di Casola Valsenio. Di esse è stato possibile identificare finora solo il gesso di provenienza Oppizzoni che dovrebbe essere quello conservato presso il palazzo arcivescovile di Bologna. Un’altra versione in gesso del busto è in deposito presso le Collezioni Comunali d’Arte di Bologna. Nel 1835 Baruzzi partecipa all’esposizione dell’Accademia di Belle Arti di Bologna con un busto di Gregorio XVI (Gualandi 1835), forse lo stesso che nel 1839 viene donato all’Accademia e che oggi è collocato sulla parete destra dell’atrio, entro un catino circolare. Dopo un primo progetto di porlo in pinacoteca, nel 1845 il busto di Gregorio XVI si trovava «nel bel mezzo dell’arco d’ingresso alla galleria terrena», come acutamente già notato da Cristina Bersani, che ne pubblica una rappresentazione grafica, dove è ben visibile, davanti alla vetrata policroma che introduceva all’ingresso. A documentare che quella attuale è una sistemazione successiva e di fortuna contribuisce anche la lapide, oggi murata sotto il busto, che si riferisce al cardinal Pacca e non a Gregorio XVI. Una versione del busto è inoltre documentata da una foto d’epoca conservata presso la Biblioteca dell’Archiginnasio in cui sono riuniti i busti, di tre papi opera di Baruzzi: Gregorio XVI, Pio VII e Pio IX. Alcune delle fonti citano anche una versione, di cui non viene specificato il materiale, che fu donato da Baruzzi a Napoleone III. Analogamente ad altri busti realizzati da Baruzzi quello di Gregorio XVI presenta una discreta ampiezza, giungendo ad includere anche le spalle della figura. Lo scultore descrive in modo accurato i lineamenti distesi del pontefice, soffermandosi sui capelli folti, ricoperti dalla papalina, e sulla stola finemente scolpita che reca lo stemma gentilizio ed è chiusa da due fiocchi annodati, ricadenti asimmetricamente sul petto del ritrattato.

Antonella Mampieri

Testo tratto dalla scheda realizzata dall'autrice per il volume 'Cincinnato Baruzzi (1796 - 1878)', secondo numero della Collana Scultori bolognesi dell'800 e del '900, Bononia University Press, Bologna, 2014

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Bologna nella Restaurazione, 1814 | 1873. Intervista ad Otello Sangiorgi. A cura del Comitato di Bologna dell'istituto per la storia del Risorgimento italiano. Con il contributo di Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna. www.vedio.bo.it

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