Budrio, (BO) - 1886 | 1918

Budrio, (BO) - 1886 | 1918

Scheda

Nel primo Novecento Budrio, coi suoi 17.400 abitanti, era uno dei più popolosi comuni della provincia. L'economia del paese si basava fondamentalmente sull'agricoltura, che impiegava i due terzi della popolazione, in maggioranza come braccianti. Molte anche le attività artigianali, rinomate per qualità: fabbri, falegnami, sarti, calzolai. 

La coltivazione della canapa, da secoli esportata sui mercati nazionali ed internazionali, continuava ad essere una delle principali risorse, mentre i lavori di bonifica e l'introduzione di innovazioni tecniche nella lavorazione dei prodotti avevano risollevato in parte le campagne dalla crisi agraria di fine Ottocento. La maggiore stabilità politica, poi, aveva permesso l'attuazione di importanti opere pubbliche, dal nuovo edificio delle Scuole elementari al "Sanatorio popolare" per malati di petto; all'acquedotto, al nuovo sistema fognario, contro il diffondersi di malattie endemiche come il tifo; alla costruzione della centrale elettrica, in grado di fornire di illuminazione pubblica anche le frazioni. Dal 1886 funzionava la ferrovia che collegava il paese a Bologna e, con le sue due linee, a Molinella-Portomaggiore e a Medicina-Massalombarda. Tutto ciò aveva portato notevoli benefici. Ma l'entrata in guerra dell'Italia, e il protrarsi del conflitto stravolsero l'economia e la vita stessa del paese. 

La mobilitazione interessò tra i 3500 e i 4000 uomini, il 40% della popolazione maschile, in maggioranza lavoratori agricoli. Le ripercussioni furono devastanti: difficile provvedere alla manutenzione della campagna, famiglie contadine con due o tre figli si trovarono senza aiuto per lavorare i loro campi. E nel corso del conflitto, la situazione peggiorò: dalla scarsità della produzione agricola derivò un progressivo aumento dei prezzi dei beni di primo consumo. Anche sul versante della pubblica amministrazione vi furono effetti pesanti, con la chiamata alle armi di gran parte del personale comunale. Budrio fu dichiarata “zona di guerra” e il paese e le frazioni ospitarono reparti in attesa di raggiungere le zone di operazioni o di ritorno dal fronte. L'arrivo delle truppe costrinse l'amministrazione comunale a organizzare le requisizioni di edifici pubblici e privati richieste dal comando militare per alloggiare i soldati e a predisporre quant'altro era richiesto dalla loro presenza: il forno, ad esempio, o la "Casa del soldato", con una "sala di lettura e scrittura", luogo di accoglienza e di conforto.
Numerosi documenti attestano i ringraziamenti dei capi militari per l'accoglienza ricevuta, ma la situazione diventò sempre più difficile col prolungarsi della guerra e gli oneri superarono i possibili guadagni. Era il sindaco che doveva gestire la situazione su tutti i fronti.
L'impegno più gravoso fu l'assistenza alle famiglie dei richiamati. A questo scopo si istituì una rete formata da enti pubblici e privati cittadini, rete che funzionò con efficienza. L'Amministrazione comunale intervenne triplicando, dal 1915 al 1918, lo stanziamento per "la beneficienza straordinaria per la guerra"; mentre ai primi di giugno del 1915 costituì un "Comitato assistenza famiglie dei richiamati", che si incaricò di raccogliere offerte e di mettere in atto un programma di aiuti alle famiglie dei soldati al fronte. Per tutti gli anni di guerra il Comitato, con l'aiuto anche del Patronato scolastico, fece funzionare dal 1° luglio al 30 settembre, "ricreatori" affidati a volontarie, in cui accogliere i figli dei richiamati, le cui mamme dovevano lavorare. 

Un ruolo fondamentale nell'assistenza alle famiglie, in particolare ai bambini e agli orfani (alla fine della guerra 252 documentati) ebbe anche la Congregazione di Carità-Opere Pie, antico ente di beneficenza che gestiva due istituti per orfani dai 6 ai 19 anni e l'Asilo infantile Menarini. Congregazione e Comune agivano di concerto nella formulazione delle liste degli assistiti, nella valutazione delle domande delle famiglie e nell'impegno assistenziale. Per gli orfani di entrambi i genitori fu istituito nel 1918 un orfanatrofio.
Di questa efficiente rete di assistenza fece parte anche la Sezione budriese della Croce Rossa, attiva fin dai primi mesi di guerra nel prodigarsi per i soldati al fronte, e, in particolare, per quelli fatti prigionieri. Essa costituiva l'unico canale diretto con le famiglie: a lei si devono ricerche e notizie dai campi di prigionia e l'aiuto alle famiglie per seguire correttamente le procedure di invio di cibo e indumenti ai propri cari.

Dei prigionieri dell'altro fronte che vennero smistati a Budrio si occupò invece la Congregazione di Carità, che gestiva anche l'ospedale, dove furono ricoverati, oltre a molti nostri soldati, anche 287 prigionieri, di cui 32, morti nel 1918 di spagnola, furono sepolti nel cimitero di Budrio, dove una lapide ne onora la memoria. Alla fine del conflitto il bilancio dei caduti fu pesante: i residenti a Budrio morti nel corso della guerra furono all'incirca 380. In una statistica approssimativa, il 53% di loro morì per ferite, gli altri per malattia, anzitutto patologie polmonari. 44 soldati trovarono la morte nei campi di prigionia: in Austria, Germania, Boemia, Slovacchia, Ungheria, Montenegro; di questi ultimi, almeno 8 morirono di fame. Alcuni infine caddero lontano dai fronti del Triveneto: 3 in Albania e 6 in Libia. Per l'80% si trattava di contadini, braccianti e operai. A questi 380 vanno aggiunti 147 caduti nativi di Budrio ma residenti altrove. Molti anche i feriti, che, pur non avendo dati certi, dovrebbero ammontare a oltre 500.

Nel 1922 il Ministero della Pubblica Istruzione emanò due circolari per promuovere in tutta Italia la realizzazione dei “Parchi per le Rimembranze” in cui piantare alberi in memoria dei caduti della prima guerra mondiale. Nel 1924 il Comitato per le Onoranze ai Caduti di Budrio, presieduto dal sindaco Federico Pescatori, presentò quindi il progetto per un monumento “destinato ad onorare i nostri gloriosi concittadini morti combattendo per la sicurezza e la grandezza della Patria”, nell’area “lungo il viale che conduce alla stazione ferroviaria, a destra della villa Menarini” (attuale viale I Maggio). Il parco, progettato dal geometra comunale Francesco Fabbri, fu inaugurato il 13 giugno 1925 durante una visita del Re Vittorio Emanuele III.

Al centro vi si trova un monumento a gradoni di cemento, decorato da tre bassorilievi in bronzo dello scultore budriese Arturo Orsoni (1867-1928), in cui sono rappresentati un uomo inginocchiato che prega e una madre dolente con il suo bambino. Sullo sfondo, alberi di alloro e di quercia - simboli di gloria ed eternità - intrecciano i loro rami. Le lastre sul fronte e sul retro riportano i nomi dei caduti budriesi, con lo stemma in bronzo del Comune, circondato da due rami di palma, simbolo del martirio.

a cura di Lorenza Servetti, Carlo Dogheria, Annalisa Sabattini

Fonti e Bibliografia: Archivio Storico del Comune di Budrio; Archivio Opere Pie-Congregazione di Carità, Budrio; Archivio di Stato, Gabinetto di Prefettura, Bologna; Fedora Servetti Donati, Budrio Casa nostra, Budrio, 1993

NB: Gli elenchi dei NATI, MORTI e RESIDENTI si riferiscono ai Caduti nella Prima Guerra Mondiale

 

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Ugo Pesci, La campagna dell'Agro Romano e la battaglia di Mentana, in I bolognesi nelle guerre nazionali, Bologna, Zanichelli, 1906.

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