Biagi Giuseppe

Biagi Giuseppe

2 Febbraio 1897 - 1 Novembre 1965

Note sintetiche

Scheda

Il medicinese Giuseppe Biagi, radiotelegrafista della Marina Militare, divenne popolare nel 1928, quando con la sua capacità tecnica riuscì a dare un contributo fondamentale per la salvezza dei naufraghi polari della spedizione comandata da Umberto Nobile, col suo dirigibile “Italia”: oltre a stabilire il primato mondiale della trasmissione radiotelegrafica dal Polo Nord, dimostrò in maniera clamorosa (perché ne parlarono tutti i periodici, tutte le radio e tutti i cinegiornali del mondo) la grande utilità pratica dei radiotelegrafi ad onde corte (pur se di dimensioni molto ridotte). Lo scrivente l’ha ricordato con un breve articolo nel 1º centenario della nascita, e dell’invenzione della radio, ma a seguito di una ricerca e di una mostra fatta a Medicina nel 60º anniversario della tragica spedizione polare; e pertanto qui intende fare conoscere più diffusamente i dati bibliografici raccolti, e proprio in una pubblicazione medicinese.

Era nato il 2 Febbraio 1897 nella campagna adiacente a Medicina, ove il padre, Raffaele Biagi – fattore agricolo dei Garagnani –, e la madre – Virginia Natali – (oriundi di Casalecchio dei Conti, in comune di Castel S. Pietro), da tempo abitavano, per ragioni di lavoro, nel vecchio palazzo Albergati. Ma qui aveva appena finito le scuole elementari, che suo padre trasferì la famiglia a Bologna, dove anche i ragazzi, come allora usava, poterono trovare subito un lavoro proficuo, e meno duro di quello possibile nelle campagne medicinesi, dove la meccanizzazione, e pure il sindacalismo ed il cooperativismo dei lavoratori agricoli erano appena agli inizi. A Bologna il Biagi fece i primi tre corsi della scuola tecnica e l’apprendistato all’Istituto Aldini, ma lavorò pure, col fratello Alfredo, nella tabaccheria della Stazione ferroviaria, poi in un negozio del centro ed infine in officine meccaniche. Era comunque ancora un ragazzo quando diede prova di una vigoria ed un coraggio notevoli, salvando la sorella Cesira dalle fiamme, ed un cugino dall’annegamento nel fiume Reno. Intanto cominciavano ad affascinarlo i popolari romanzi d’avventure in terre e mari sconosciuti: e la suggestione del mare fu per lui così forte che, anche contro il parere paterno, andò a Rimini, per lavorare su una tartana da pesca, per un ben modesto salario; ma potè rimanervi pochi giorni perché, tradito dal timbro postale di una lettera scritta alla madre, lo rintracciò il fratello maggiore, che lo ricondusse a casa.

Aveva comunque solo sedici anni quando tanto insistette coi genitori che ebbe l’autorizzazione ad arruolarsi nella Marina Militare, e la ricambiò mandando loro tutto ciò che riusciva a risparmiare sul magro soldo di marinaio. Fu sul “Palinuro”, poi sulla “Liguria” e sul “Miseno” quando c’era ancora la guerra di Libia. Interessandosi di elettricità e di telecomunicazioni – che allora avevano ben scarse applicazioni –, fu inviato alla Scuola radiotelegrafisti che la Marina aveva a Varignano di La Spezia, e poi come operatore nelle corazzate “Giulio Cesare” e “Conte di Cavour”. Nella Grande Guerra (1915-18: l’ultima del Risorgimento) fu radiotelegrafista dello Stato Maggiore sulle navi in cui risiedeva il comandante Luigi di Savoia (Duca degli Abruzzi), su sommergibili e su idrovolanti, anche in varie azioni molto pericolose, come quella della squadriglia d’idrovolanti di Valona, comandata dal tenente Pellegrini, o come i bombardamenti aerei di Durazzo e di Cattaro. Una volta che con l’aereo precipitò in mare, presso la costa albanese, potè salvarsi perché, bravo nuotatore, riuscì a mantenersi a galla per ben 6 ore, e fu poi raccolto, ma tre giorni dopo, dal cacciatorpediniere “Airone”. Ottenne vari encomi per il buon servizio prestato, e nel 1918 fu assegnato al Centro Radio di S. Paolo a Roma, come tecnico dirigente.

Nel 1926 e nel 1927 vinse vari premi nelle manovre navali, e fu così assegnato istruttore nella Scuola di Varignano in cui era stato allievo. Ma il 12 Maggio del 1926 un radiotelegramma indirizzato al governo annunciava che la bandiera italiana era stata lasciata cadere sul Polo Nord dal dirigibile “Norge”, condotto dal generale Umberto Nobile e da equipaggio italiano, con gli esploratori Roald Amundsen e Lincoln Ellsworth, e tre giorni dopo un altro messaggio dall’Alaska annunziò che, nonostante che la radio non avesse funzionato per due giorni, era stato compiuto un percorso complessivo di 13.000 chilometri in 172 ore di volo; ma nel 1928 il Nobile ottenne di andare in dirigibile al Polo Nord ed all’Arcipelago detto dello Zar Nicola II, col comando della spedizione, che doveva comprendere anche scienziati, per nuove ricerche sul posto, quasi completamente inesplorato: anche perciò al dirigibile (identico al “Norge”) aveva dato il nome “Italia”.

Biagi allora aveva un’abitazione presso il Centro Radio di Roma, una moglie – Anita Buccilli –, un figlioletto di 3 anni – Giorgio – ed un altro figlio in arrivo; ma già da 3 anni erano morti i suoi genitori, ad appena 3 mesi l’uno dall’altro; Nobile era divenuto generale dell’Aeronautica e Professore di Costruzioni aeronautiche all’Università di Napoli. Fu il ministro Costanzo Ciano a segnalare a Nobile il radiotelegrafista Biagi, che fu assunto a bordo dell’“Italia” comunque solo dopo che ebbe superato le prove preliminari nell’occasione stabilita. La partenza ed il viaggio del dirigibile furono salutati come qualcosa di eccezionale, ed i notiziari allora diffusi un po’ in tutto il mondo abbondarono nei particolari, oltre che della retorica in uso nel tempo (secondo la scuola dannunziana imperante). Dopo avere superato non poche difficoltà tecniche ed atmosferiche, e dopo che erano state esplorate varie regioni artiche sconosciute, il dirigibile “Italia” giunse sul Polo Nord il 24 Maggio 1928, mentre in Italia si celebrava il 13º anniversario dell’entrata in quella Guerra della quale si festeggiava il decennale della vittoria: poiché le bufere impedivano di scendervi, vi furono lanciate dall’alto le bandiere alla partenza ricevute da varie autorità e la croce avuta dal papa Pio XI, mentre Biagi provvedeva ad inviare a Roma i radiogrammi dettati da Nobile ed anche a fotografare l’avvenimento. Ma non fu possibile raggiungere l’Arcipelago dello Zar Nicola II, perché durante una nuova forte bufera di neve, a poca distanza dalla base artica, il dirigibile, specialmente a causa di un grave sovrappeso procurato dal ghiaccio e di varie rotture, precipitò, e strisciando sulla banchisa gettò sul ghiaccio 10 uomini (tra i quali Nobile e Biagi) – e la cagnetta Titina –, mentre altri 6 uomini scomparvero col dirigibile stesso, che riprese quota, trascinato dal molto vento, ma presto finì in un rogo fumoso. Di questi ultimi aeronauti nessuno fu più ritrovato, nonostante lunghe e complesse ricerche; degli altri 10, uno morì nella caduta, un altro morirà in un vano tentativo di raggiungere a piedi la base, alcuni (fra cui Nobile) riportarono ferite gravi, ma i sopravvissuti poterono salvarsi, in quello sterminato deserto di ghiaccio e bufere nevose, perché dal dirigibile con loro caddero pure una tenda, alcuni viveri, e vari attrezzi fra cui la stazione radiotelegrafica campale di soccorso, ad onde corte, ed il tecnico Biagi. I problemi più gravi furono subito posti dal disgelo e dalla conseguente deriva dei ghiacci, oltre che dalla scarsità di viveri disponibili: questi furono razionati, ma il controllo della posizione geografica faceva constatare che la base diveniva sempre più lontana, e la conclusione era nelle previsioni molto brutta, perché se non fossero arrivati presto dei soccorsi e non si potesse raggiungere quanto prima una terra ferma, entro due mesi al massimo le gelide acque polari sarebbero divenute la tomba di tutti.

Fortunatamente Biagi era rimasto in buone condizioni fisiche, e fece presto a montare e far funzionare il radiotelegrafo, trasmettendo (ogni 2 ore) i testi degli S.O.S. stabiliti da Nobile e Mariano, e ricevendo anche le trasmissioni dell’Italia (e del suo Centro Radio di Roma), e della stessa nave “Città di Milano” che aveva seguito come appoggio il dirigibile fino presso la meta. Ma l’S.O.S. verrà sentito solo il 3 Giugno, da un radioamatore sovietico. E solamente il 20 Giugno la tenda dei naufraghi polari, ricoperta di carte rosse affinché potesse essere meglio individuata nel candore dei ghiacci (e divenuta quindi famosa col nome di “tenda rossa”), fu avvistata dall’aereo del soccorritore Giovanni Marsano, e furono così ottenuti i primi aiuti di medicinali, viveri ed attrezzi, ma con nuove vittime, perché un idrovolante italiano nel ritorno precipitò. Il 24 Giugno lo svedese Lundborg riuscì a raggiungere la tenda col suo aereo, ma potè caricarvi il solo Nobile, preferito perché il ferito più grave e perché capace di organizzare meglio i soccorsi; ma in un successivo viaggio l’aereo cappottò e lo stesso Lundborg finì fra i naufraghi della “tenda rossa”. Un altro aereo s’inabissò nel Mare del Nord, e fra i soccorritori aveva lo stesso Amundsen. Varie nazioni, specialmente del Nord, collaborarono in una gara di solidarietà con le autorità italiane che fu unanimemente ammirata, a riprova dell’importanza e sacralità della vita umana. Ma solamente il 12 Luglio giunse il rompighiaccio sovietico Krassin, il più potente dell’epoca, che dopo un’avanzata di migliaia di chilometri era arrivato alle massime latitudini artiche (nonostante avesse un’elica a pezzi ed il timone in avaria), incitato ed ammirato da tutto il mondo: erano le 5,20 quando i naufraghi, sfiniti dal gelo e dalla fame, poterono abbracciare i soccorritori. Per salvare 8 persone ne erano comunque morte altre 10, e nel commentare questi eccezionali avvenimenti i giornalisti furono veementemente polemici, ma fu trionfale il ritorno dei naufraghi e dei loro soccorritori.

Un film della L.U.C.E. (Lega Universitaria per la Cinematografia Educativa), che comprese le principali scene della partenza, del viaggio e dell’arrivo del dirigibile nell’Artico, e poi quelle dei soccorsi, delle ricerche e del ritorno dei naufraghi, ebbe ampia diffusione e notevole successo. Era stata ammirata l’audacia italiana nel collaudare, fino alle estreme possibilità e col rischio della vita, l’efficienza di uno degli strumenti più importanti della civiltà moderna per la conquista dell’aria; ma in fine questa sconfitta fragorosa del dirigibile rivelò in modo definitivo la sua inferiorità rispetto all’aeroplano. Da quella data i dirigibili furono accantonati (in attesa di tempi migliori), mentre le radio ad onde corte furono adottate da tutti gli apparecchi e bastimenti destinati ai viaggi lunghi. I superstiti furono in vari modi onorati, ed i loro memoriali – nonostante un esplicito divieto di Mussolini avente lo scopo di smorzare le polemiche – furono contesi dagli editori, così come quelli dei loro soccorritori. Nobile fra l’altro, oltre al volume miscellaneo sui risultati scientifici della spedizione, pubblicò un suo racconto de “L’‘Italia’ al Polo Nord” (Milano 1929) che fu subito tradotto in varie lingue e poi ristampato in nuove edizioni, con aggiunte e precisazioni e polemiche, ma sempre con molte, ripetute espressioni di ammirazione, gratitudine e simpatia per Biagi. E Biagi, oltre alle interviste giornalistiche, attese al volume “I miracoli della radio nella tragedia polare - Biagi racconta...” (Milano 1929), nel quale espose con semplicità quanto accadutogli; ma del suo comportamento eroico sulla banchisa polare a specialmente accanto alla cassetta del radiotelegrafo hanno dato notizie ampie, dettagliate e specifiche, oltre ai giornali del tempo, tre importanti testimoni che furono con lui sotto la “tenda rossa”: Alfredo Viglieri (“48 giorni sul pack”, Milano 1929), Francesco Behounek (“Il naufragio della spedizione Nobile”, Firenze 1930) e Felice Trojani (“La coda di Minosse”, 3ª ediz., Milano 1964); e l’hanno elogiato pure Cesco Tomaselli (“L’inferno bianco”, 4ª ediz., Milano 1929) ed A. Majorana, (“La spedizione polare artica”, Trapani 1962), che erano stati sulla nave-appoggio “Città di Milano”.

Era stato particolarmente toccante il fatto che sua moglie gli partorì una figlia nei giorni tremendi in cui era naufrago sul pack, ed egli ne apprese la notizia via radio, disponendo poi, con un radiogramma, che essa si chiamasse (come il dirigibile) “Italia”. Bologna e Medicina gli tributarono festeggiamenti entusiastici, ed a Medicina gli fu intitolato il nuovo campo sportivo. I rapporti fra i governi sovietico ad italiano ebbero un miglioramento (purtroppo provvisorio). Il principale storico della radio, Luigi Solari (che era un collaboratore del suo inventore, Guglielmo Marconi), pose ben in rilievo sia il suo primato polare che il nuovo miracoloso salvataggio di vite umane operato da un apparecchio di ben piccole dimensioni. Peraltro il governo italiano ritenne opportuno prendere provvedimenti riguardo il Nobile, e lo stesso Biagi, con una commissione d’inchiesta la cui relazione conclusiva fu ampiamente fatta conoscere tramite la stampa e le radio: al Biagi contestava la cessione (ai russi) dei filmini girati presso la “tenda rossa” con una cinepresa trovata fra gli attrezzi caduti sul pack, ma egli potè proseguire il suo servizio di radiotelegrafista della Marina Militare, e fu anche promosso di grado, mentre il Nobile, che si ritenne calunniato e si trovò anche ostacolato nel proseguimento del suo lavoro, preferì dimettersi, e solamente dopo la seconda Guerra mondiale ottenne giustizia e potè rientrare nell’Aeronautica coi gradi e con le promozioni spettatigli.

Era maresciallo, in Africa Orientale, a Mogadiscio, capo della stazione radio, Biagi, quando nel corso della seconda Guerra mondiale gl’inglesi conquistarono quella città, e, fattolo prigioniero lo inviarono (come innumerevoli altri) in campo di concentramento a Bopal, nell’India centrale: dove, con mezzi di fortuna, costruì una radio che, clandestinamente, potè essere fonte di notizie ad anche di sollievo per i commilitoni. Alla fine della guerra, nell’Aprile 1946 tornò in Italia, e preferì risistemarsi con la famiglia a Roma, ma si congedò dalla Marina, e per integrare una pensione troppo scarsa gestì in via Ostiense un distributore di benzina della Shell. Continuò ad essere ricordato in ogni narrazione che rievocava la vicenda della “tenda rossa”, anche poi alla televisione; nonostante che fosse estremamente riservato, accettò di essere ancora intervistato. Morì il 1º Novembre 1965, ed i giornali gli dedicarono svelti necrologi. Ma si tornò a parlare anche di lui in cronache televisive del 1967, quando in Baviera fu realizzato un telefilm sulla famosa vicenda polare, e di nuovo nel 1968, quando a Leningrado nelle carte di Samoilovich – uno dell’equipaggio del Krassin – fu trovato il suo brogliaccio di bordo nel dirigibile “Italia”. Comunque negli anni 1969-1970 fu il film italo-russo “La tenda rossa” (Krasnaja Palatka) a rievocare con molti particolari quella tragica vicenda, ed ebbe molto successo di pubblico e di critica in tutta l’Unione Sovietica, oltre che in Italia, dove lo ha riprogrammato la Televisione il 9 Settembre 1974 e di nuovo recentemente. Suo malgrado, Biagi ora fa parte della storia della radio e delle esplorazioni polari.

Aldo Adversi

Testo tratto da "Brodo di serpe - Miscellanea di cose medicinesi", Associazione Pro Loco Medicina, marzo 2002.

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Umberto Nobile in partenza da Milano per il polo nord
Umberto Nobile in partenza da Milano per il polo nord

Umberto Nobile in partenza da Milano per il polo nord. Giornale Istituto Luce del 04/1928. 

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Brodo di serpe - Miscellanea di cose medicinesi, Associazione Pro Loco Medicina, n. 0, ottobre 2002. © Associazione Pro Loco Medicina.

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Brodo di serpe - Miscellanea di cose medicinesi, Associazione Pro Loco Medicina, n. 14, dicembre 2016. © Associazione Pro Loco Medicina.

Dirigibile militare italiano (Il)
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"Il dirigibile militare italiano", di Gustavo Nesti, ne "La Lettura - rivista mensile del Corriere della Sera", Milano, 1910. © Museo Risorgimento Bologna | Certosa.