Betti Paolo

9 ottobre 1894 - 13 Marzo 1972

Note sintetiche

Riconoscimenti

  • Partigiana/o ( 1 ottobre 1943 - 21 aprile 1945)

Scheda

Paolo Betti, da Biagio e Genoveffa Brighetti; nato il 9 ottobre 1894 a Jiuz de Fora (Brasile). Il padre calzolaio, aveva lasciato l’Italia dopo essere stato tra i fondatori della sezione socialista di Conselice (RA) e dopo aver partecipato allo sciopero agrario che sfociò nell'eccidio del 21 maggio 1890, con l'assassinio di una bracciante e di due mondine; la madre, operaia tessile, aveva diretto, in terra brasiliana, alcuni scioperi. Con i suoi 5 fratelli e i genitori, tornarono in Italia nel 1900 e si stabilì a Bologna. Frequentò la scuola d'arti e mestieri Aldini e Valeriani e vi si diplomò. Nel 1911 si iscrisse alla federazione giovanile socialista. Dipendente delle ferrovie dello stato in qualità di disegnatore, nel 1912 fu trasferito a Roma; qui restò per due anni, svolgendovi un'intensa attività di propaganda e di proselitismo fra gli impiegati.

Nel 1914, divenne componente dell'esecutivo della FGSI. Nei primi anni di guerra partecipò a manifestazioni contro gli interventisti attirando su di sé le prime «attenzioni» poliziesche e della direzione ferroviaria. Fu qualificato «intransigentemente antibellico e rivoluzionario». Nel 1918, poiché ritenuto pericoloso, fu inviato al 55° fanteria a Siena. Alla vigilia del 1° maggio, il 30 aprile 19, sposò la giovane socialista Lea Giaccaglia. Partecipò all'organizzazione dello sciopero internazionale di protesta per l'azione delle potenze capitalistiche contro la Russia e l'Ungheria, che si svolse il 20 e il 21 luglio 19; partecipò all'azione dei ferrovieri, che boicottarono l'invio di armi agli eserciti schieratisi contro il potere sovietico. Passato poi nel PSI, fu attivo anche nella Camera confederale del lavoro e nel Sindacato ferrovieri italiani. Durante il forte sciopero ferroviario generale il 20-29 gennaio 1920, fece parte della commissione del SFI, che trattò la vertenza sindacale con il governo presieduto da Francesco Saverio Nitti. Aderì al PCI fin dal suo sorgere e fu tra gli animatori della costituzione della federazione di Bologna, che tenne il suo primo congresso il 20 marzo 1921. I socialisti bolognesi avevano ospitato Irén Gàl, la moglie di Béla Kun, quando, dopo la fine della Repubblica ungherese dei consigli, si esiliò in Bologna. Betti la soccorse quando dovette fuggire dietro le minacce dei fascisti. La Gàl l'ha ricordato «sicuro di sé», che, accompagnando lei e il figlioletto partorito a Bologna verso l'Austria venne arrestato ad Udine e che, mentre i poliziotti lo portavano via, gridò: «Arrivederci! Portate i miei saluti a Béla Kun!». Era il 14 aprile 1921. Bordighiano, venne eletto segretario della federazione comunista bolognese il 25 novembre 1921; fu delegato al II congresso del PCI che si riunì a Roma dal 20 al 25 marzo 1922. Il 22 giugno 1922, per la sua attività comunista venne licenziato dalle ferrovie dello stato. Il 5 febbraio 1923, fu arrestato nel corso delle retate che colpirono i comunisti su scala nazionale e che portarono al primo processo dei comunisti italiani, celebrato nell'ottobre dello stesso anno. Negli atti del processo si legge che Betti, interrogato sulla sua attività rispose: «Nego di appartenere ad un’associazione sediziosa [...]. Sono membro della federazione provinciale bolognese e faccio parte del partito comunista fin dalla sua formazione.

Sono altero di aver dato per esso, disinteressatamente, tutte le mie energie». Dopo il carcere riprese il suo posto di direzione nell'organizzazione dei comunisti bolognesi, impegno che divenne tanto più intenso nel corso della campagna elettorale per le elezioni politiche dell'aprile 1924. Quando Betti si recò al seggio elettorale, una squadraccia fascista lo aggredì a bastonate impedendogli di votare. Nel 1924 fece parte della delegazione italiana al V congresso dell’Internazionale comunista, che si svolse a Mosca (17 giugno 1924-8 luglio 1924); al rientro in Italia fu fermato al confine per espatrio clandestino e, tradotto a Bologna, tenuto agli arresti per 10 giorni. A Mosca abbandonò le concezioni bordighiane e abbracciò gli orientamenti gramsciani. Venne nuovamente arrestato nel 1925 per detenzione e diffusione di materiale di propaganda e deferito al tribunale per «attentato alla sicurezza dello Stato»: solo un’amnistia concessa per l'Anno santo, impedì un’ulteriore condanna. Per sottrarre Betti al pericolo della vita, sempre più minacciata dai fascisti bolognesi, l’organizzazione comunista predispose un suo impiego in diverse località (a Genova e in altri scali), alla direzione dei lavoratori dei trasporti. A seguito dell’individuazione da parte della polizia si spostò a Milano, dove lavorò nel comitato sindacale nazionale del PCI. Durante il 1926, svolse le mansioni di segretario regionale del PCI in Lombardia. Accusato di organizzazione del PCI, il 29 novembre 1926 venne condannato a 5 anni di confino.

Latitante, non scontò la pena inflitta dalla Commissione provinciale in quanto successivamente venne condannato dal Tribunale speciale. Arrestato dalla polizia a Milano nel maggio 1927, venne bastonato e poi passato nelle mani della milizia fascista di Brescia. Dai fascisti fu rinchiuso in uno scantinato umido e freddo, due piani sotto terra, e sottoposto a torture; solo dopo 20 giorni venne portato in una torre della città. Betti stesso ha scritto: «A causa della luce fortissima della lampada, mi era impossibile anche il più breve sonno, gli interrogatori si fecero meno frequenti, ma in compenso più feroci e torturanti. Ero tenuto a pane e acqua e di notte venivo bastonato, preso a calci negli stinchi, mi schiacciavano le unghie, mi morsicavano e mi producevano bruciature». Dopo due mesi dall'arresto venne portato al carcere bresciano, dove restò 13 mesi. Con sentenza dell’1 maggio 1928 fu deferito al Tribunale speciale e tradotto poi a Roma, venne processato assieme ad altri 21 antifascisti e il 3 luglio 1928, reo di «ricostruzione, cospirazione e propaganda comunista», condannato a 12 anni di reclusione e 3 di sorveglianza. Mentre scontava la pena a Portolongone (LI), seppe della morte della figlia Luce, di 7 anni, avvenuta il 3 giugno 1928 a Mosca, dove era stata ospitata essendo la mamma della piccola, Lea Giaccaglia, attivamente impegnata nell’attività clandestina del centro interno del PCI.

L’8 giugno 1934, dopo 7 anni di carcere, fu rimesso in libertà a seguito di un'amnistia. Ritornato a Bologna, riallacciò i contatti con i comunisti attivi. Conseguentemente al patto d'unità d'azione fra i comunisti ed i socialisti italiani, firmato a Parigi nell'agosto 1934, si dedicò al lavoro unitario nell'ambiente forense. Nel gennaio 1935 venne nuovamente arrestato per un breve periodo. La polizia, nel luglio 1935, segnalava che Betti era sospettato di ricostruire la trama organizzativa del PCI a Bologna. Precisamente a tale obiettivo mirò l'attività che Betti, con oculatezza cospirativa, condusse indefessamente per anni. Il 10 luglio 1936, la moglie Lea, dopo aver sofferto il carcere e il confino fascista, morì. Il 9 settembre 1939, sposò Laura Dozza , sorella dell'amico e compagno Giuseppe Dozza, attivamente impegnato nell'azione comunista all'estero. Durante la guerra, condusse un’ampia tessitura di contatti per la costruzione di organismi unitari antifascisti. Fu il rappresentante comunista nel comitato (chiamato impropriamente «quadripartito»), costituito sul finire del 1942 a Bologna, composto da rappresentanti comunisti, socialisti, azionisti, e con l’assenso verbale dell'ex deputato popolare Fulvio Milani , che ebbe il nome di Comitato regionale per la pace e la libertà. Dell'attività di quest’ultimo comitato, esplicatasi particolarmente nella primavera del 1943, sul piano politico e militare, fu uno dei principali animatori. Il 28 luglio 1943, caduto Mussolini, fu arrestato e denunciato al tribunale militare con l'accusa di aver distribuito volantini antimilitaristi; fu poi processato il 5 settembre successivo ed assolto.

Dopo l’armistizio dell'8 settembre 1943, partecipò, prima alla costituzione del CLN della regione Emilia Romagna e della provincia di Bologna e poi in essi fu il rappresentante del PCI. Nel contempo fu componente della segreteria della federazione bolognese del PCI. Assieme ad altri comunisti, promosse, col concorso dei socialisti, dei rappresentanti cattolici e anarco-sindacalisti un’attività che, fra il settembre e il novembre 1944, portò alla ricostituzione della Camera confederale del lavoro di Bologna, realizzata sulle basi unitarie del patto di Roma, firmato il 3 giugno 1944 da Canevari, Grandi e Di Vittorio. Fece parte dell'esecutivo camerale che, tra il 10 novembre 1944 e il 21 aprile 1945, condusse l’agitazione contadina ed operaia clandestina contro i nazifascisti. Riconosciuto partigiano nel CUMER col grado di maggiore dall’1 ottobre 1943 al 21 aprile 1945. Fece parte, designato dal PCI, del primo consiglio comunale di Bologna nominato dal CLN e dal Governo militare alleato (AMG). Lettere dal carcere alla moglie Lea Giaccaglia ed altre carte sono state pubblicate nel Carteggio Paolo Betti e Lea Giaccaglia, in "Annali IstitutoGramsci Emilia-Romagna, 1-1997", Bologna, CLUEB, 1998, pp. 284. Testimonianza in RBl. [AR]

Riposa nella Galleria del Cinerario della Certosa di Bologna.

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