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Schede

"Parte essenziale della bellezza. Gli artisti ne considerano la forma e il colorito, avendo per più belli gli occhi grandi. Per il gioco delle ombre gli antichi facevano d’ordinario l’occhio più incavato che non sia in natura (Winckelmann), e se ne variò la forma nella rappresentazione delle varie divinità. Si ripete che l’occhio è lo specchio dell’animaCome si vede qui alcuna volta / L’affetto della vista (Par. XVIII – 22).

(Cfr. Conv. III – 8). E il Petrarca: E ‘l cor negli occhi e nella fronte ho scritto. (Son. XLVIII). Non vedete voi ‘l cor negli occhi miei? (Son. CLI).

Che debba bastare l’occhio per riconoscere l’individio della sua peculiarità espressiva si pretese da molti filosofi della natura umana. Gustavo Terry, per risolvere il problema, lo sottopose esperimentalmente a parecchi dotti di psicologia e di antropologia, i quali non rinunciarono all’occasione di prendere degli amenissimi granciporri, non distinguendo né meno, alcuni, la pupilla femminile da quella maschile (1908). Gli occhi sono, però, parte nobilissima dell’uomo: “quando si collegano con istorie d’arte o di passioni, infondono dolcezze e tormenti, posseggono lampi dal nero e dall’azzurro al verde, al giallo, al grigio, ai cento passaggi di toni diversi, ora soavi, ora circondati da abissi. Magnus pretendeva che più attraenti siano i puri azzurri, ma quanta seduzione nei meno definibili! Dopo il pianto vi si concentra l’anima: ammaliano nel sorriso e nel lieve strabismo quando brillano pensosi, o quando rovesciandosi le pupille si accendono nell’estasi” (Lioy).

L’occhio è – naturalmente – il protosingrafo della vigilanza: nelle sacre lettere il pastore delle anime è l’occhio della Chiesa che attende vigile al suo gregge, secondo le parole di Zaccaria; Atene era chiamata l’occhio della Grecia; il navigante dipinge l’occhio sulla prora dei vascelli, al di sopra dello sperone. La pupilla si trova spesso sui monumenti antichi, ed è l’emblema di Osiride, il Sole che getta gli sguardi su tutto il mondo (Plutarco). La pupilla mistica di Osiride – l’ouzait imbellettato – assicurava al morto la protezione e le virtù del Sole e della Luna. Quattro occhi riuniti gli concedevano la facoltà di vedere nelle quattro cose del mondo e di esservi in sicurtà. Nella geroglifica l’occhio – con pupilla o senza – preceduto da una linea ondulata – significava adorazione. Fra i segni tropici dell’arte cristiana precedente all’antropomorfismo (restituito in onore da Gregorio Magno) vi è l’occhio di Dio, di cui è simbolo, raffigurato nel triangolo nelle immagini sacre. (v. Triangolo). L’occhio è il segno simbolico dell’esperienza (de visu); contenuto nella mano destra è simbolo di beneficenza. Gli armeristi usano l’occhio per indicare giudizio retto e intelletto sveglio (Guelfi). Fu pure usato come geroglifico della architettura, e così modellato da Matteo de Pasti nella medaglia onoraria di Leon Battista Alberti (Gelli). La santa che si vede effigiata cieca e con due occhi nella coppa è Lucia, martire siracusana condannata alla perdita della vista dai feroci persecutori (304). (Es.: il fresco nella galleria Capitolina di Giovanni di Pietro detto lo Spagna). Un’altra santa Lucia, terziaria domenicana, di occhi ammalianti, se li cavò volontariamente, inviandoli ad un implacabile amante che disturbava i suoi voti di verginità."

Testo tratto da: Giovanni Cairo, "Dizionario ragionato dei simboli", Ulrico Hoepli, Milano, 1922 - febbraio 2022.

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