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Angelo Raffaele Serrantini

1900 - 1958

Scheda

Serrantini Angelo Raffaele. Della sua vita prima della nascita della RSI, non si sa molto, ma nella primavera del ’44, Serrantini arrivò a capo dell’UPI bolognese con il grado di colonnello, dirigendo interrogatori violenti dentro la facoltà di Ingegneria e nella caserma della 23ª Brigata Nera.
Insieme al tenente dell'UPI Bruno Monti, è stato provato dagli atti processuali, che Serrantini presenziò alla tortura del partigiano Giovanni «Paolo» Martini, al quale venne applicato un cerchio di ferro alla testa e stretto a poco a poco per strappargli notizie sulla sua attività partigiana. Dopo essere stato torturato per nove giorni, fu fucilato al cimitero della Certosa il 14 dicembre 1944.
Inoltre, si rese complice dello stupro di Giannina Molinari, vedova di Egisto Felisati, partigiano della 7ª GAP bolognese ucciso dalle brigate nere il 19 settembre 1944.
Su Serrantini caddero i sospetti degli stessi repubblichini per l’assassinio dei quattro professionisti bolognesi Busacchi, Maccaferri, Pecori e Svampa, del novembre 1944.



Biografia post 45

Nei giorni successivi la Liberazione Serrantini sfuggì ad un rastrellamento a Brescia operato dai partigiani comandati da Giacomo Masi e si rese irreperibile (Testimonianza di G. Masi in L. Bergonzini, La Resistenza a Bologna, vol. III, cit.).
L’11 ottobre 1947 il “Giornale dell’Emilia” pubblicò la notizia dell’imminente processo a Serrantini con l’elenco di 22 capi d’imputazione, senza però far cenno ai fatti della Facoltà di Ingegneria. Sul processo non furono pubblicate notizie fino a tutto il 1948.
Grazie ai depistaggi forniti dall'Anagrafe cittadina, dalla Questura bolognese e bresciana, riuscì a farsi credere ucciso dai partigiani e a sfuggire alle maglie della giustizia. Morì in Calabria nel 1958 sotto il falso nome di "Mario Bonesi".
Risulta oggi sepolto al cimitero della Certosa di Bologna nella tomba di famiglia, nella stessa zona dove si trova il Monumento Ossario dei Caduti Partigiani. Nonostante sia sepolto nella tomba di famiglia, i nostalgici della RSI lo rivendicano caduto il 21 aprile 1945 e «senza tomba».
Sulla sua lapide vi è un’iscrizione, che pare irridente verso tutti i patrioti e partigiani che ha torturato e ucciso: «Dov’è più sentimento vi è più martirio».