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Giuseppe Reggiani detto/a Pippo

4 luglio 1905 - 20 aprile 1939

Scheda

Giuseppe Reggiani, «Pippo», da Antonio e Teresa Broccoli; nato il 4 luglio 1905 a Budrio. Muratore.
Il 10 aprile 1922 prese residenza a Bologna.
Iscrittosi alla FGCI, ne divenne un propagandista ed un dirigente; la polizia fascista lo fece subito «oggetto di speciale sorveglianza».
Dal 1923 fu dirigente del Sindacato edili della provincia di Bologna. Il 2 novembre 1924 venne fermato, presso gli uffici della CCdL di Bologna, mentre partecipava ad un convegno sindacale comunista, e - rileva la polizia - «trovato in possesso di stampati invitanti all'adesione ai Sindacati Rossi di Mosca».
Partecipò al convegno della gioventù operaia comunista, che si svolse in Milano, il 23 marzo 1925, in veste di segretario della FGCI provinciale.
Dal luglio 1925, si rese irreperibile alle ricerche della polizia.
Stabilitosi a Milano, si occupò come muratore, poi in qualche officina, come meccanico e come manovale.
Nel giugno 1926, venne fermato a Lambrate (MI) da alcuni fascisti e portato al commissariato di PS fu perquisito. Trovato in possesso de "L'Unità" e de "L'Avanguardia", fu trattenuto in carcere per 10 giorni e quindi inviato a Bologna con il foglio di via obbligatorio. Qui sostò qualche giorno, per poi ritornare a Milano, sottraendosi alla vigilanza. Riuscì a sfuggire all'ondata di arresti che nel 1927 colpirono numerosi antifascisti nel Bolognese, mentre dal 10 giugno 1927 prese ufficialmente residenza a Milano.
Tra la fine dell'agosto e gli inizi del settembre 1927, venne nominato funzionario del PCI, e nella totale clandestinità compì varie attività nel territorio nazionale e all'estero, ivi compresa l'Unione Sovietica. Per il suo reperimento la polizia lo segnalò nel «Bollettino dei sovversivi», nelle circolari di ricerche alle questure del Regno e nella rubrica di frontiera. Il 4 marzo 1928 venne fermato dalla polizia cantonale di Bellinzona (Svizzera) perché munito di passaporto falso intestato a Pietro Bianchi.
Lasciò la Svizzera e rientrò in Italia.
Il 25 maggio 1928 fu arrestato a Torino e rinviato al Tribunale speciale con sentenza istruttoria del 26 settembre 1928, per «delitti contro i poteri dello Stato e complotto», per «appartenenza al partito comunista, dopo lo scioglimento ordinato dall'Autorità; propaganda comunista; uso di falsa tessera di identità». Il 10 novembre i giudici in camicia nera lo condannarono alla pena complessiva di 8 anni e 3 mesi di reclusione, all'interdizione perpetua dai pubblici uffici, a 3 anni di vigilanza speciale, al pagamento in solido delle spese processuali e alla confisca degli oggetti sequestratigli.
Venne successivamente rinserrato nel carcere di Perugia. Avendo l'ufficio politico della direzione generale di PS, l'intenzione di apprendere notizie sull'attività da lui e da altri svolta per conto del PCI, dal 1925 al 1928, il prefetto di Bologna, comunicò l'inutilità di farlo «sottoporre ad interrogatorio» sottolineandone «il carattere e la convinta fede sovversiva» nella certezza che «si asterrebbe dal fornire elementi utili». L'interrogatorio, tuttavia, avvenne l'1 giugno 1929, e dallo stringato verbale che lo registrò si ha conferma della sua fermezza. Così dichiarò: «Non ricordo i cantieri e le officine di Milano presso le quali fui occupato e quindi non posso indicarle. Soggiungo però, che quand'anche ne ricordassi i nomi e le località non le citerei avendo ragione di nutrire le mie prevenzioni circa le domande che V.S. mi rivolge».
E dopo aver detto dell'arresto del 1926 e di essere divenuto funzionario del PCI, proseguì: «... mi recai in molte città per assolvere all'incarico affidatomi, finché nell'aprile 1928 fui arrestato a Torino e denunciato perché trovato in possesso di materiale del partito al quale appartengo» senza rivelare alcun altro particolare. Poi continuò: «Sono stato in Russia, sempre per incarico del mio partito, rifiuto, però, di precisare l'epoca della missione da me eseguita in detto Paese. Oltre a quanto ho detto non posso e non voglio aggiungere altro ed invano V.S. mi farebbe qualsiasi altro ragionamento o formulerebbe altri consigli, oltre quelli che già ha formulato. Sono e resterò quello che sono e quindi mi rifiuto di dare qualsiasi indizio delle persone che ho avvicinato e dell'attività da me spiegata, anche se ciò potesse essermi chiesto a fin di bene per me».
Il 14 novembre 1932, dopo quattro anni e mezzo di carcerazione venne dimesso dal penitenziario di Civitavecchia (Roma) in occasione dell'amnistia per il decennale fascista e rinviato a Bologna. Benché fosse prosciolto da misure di libertà vigilata, venne costantemente sorvegliato. Non trovò alcun lavoro e, nel marzo 1933, si recò a Trieste per espatriare; passò in Jugoslavia dove fu arrestato, e poi, di carcere in carcere, in Svizzera dove riacquistò la libertà. Il 28 novembre 1934 in Francia, venne arrestato, assieme a Camillo Montanari e a Ruggero Parenti, poiché trovato in possesso di documenti falsi e di materiale di propaganda comunista. Dal tribunale di Parigi il 10 aprile 1935 furono tutti e tre condannati a 6 mesi di carcere; poi, con Montanari, fu assolto in appello.
Nel luglio successivo, assieme a molti altri comunisti, venne espulso dalla Francia per «attività rivoluzionaria». Raggiunse l'URSS. Nel maggio 1938, approdò, con un postale repubblicano (attraverso il blocco marittimo posto dai fascisti fra Barcellona e le Baleari) in Spagna — dove la guerra civile era in corso da due anni — «ingaggiato» dalla Agenzia giornalistica 'Trance Monde", col compito di lavorare alle emittenti radio antifasciste di Barcellona. Fu quindi redattore dell'AIMA". Continuò il proprio lavoro all'emittente radio di Barcellona fino all'ultimo momento che precedette la fine della resistenza al franchismo in Catalogna (gennaio 1939). Poi passò alla Radio di Madrid, situata in calle Alcalà, 62. Nel momento in cui la cosiddetta giunta militare presieduta dal capitano generale Casado, comandante di Madrid, propose ai franchisti «una pace onorevole attraverso trattative», tradendo l'esercito repubblicano e il fronte antifascista (8-9 gennaio 1939), lavorava alle trasmissioni dedicate all'Italia. Partecipò agli scontri contro i capitolardi, in difesa della sede del comitato centrale del partito comunista spagnolo.
L' 11 marzo venne fatto prigioniero assieme ad altri quattro giornalisti antifascisti stranieri (M. Bertha, portoghese; N. Gargov, bulgaro; H. Maassen, tedesco; A. Shields, americano). Tre giorni dopo — nonostante che gli fosse stata promessa la espulsione dalla Spagna - venne tradotto nel carcere di Valencia e, successivamente, consegnato alla polizia militare delle camicie nere italiane, sopraggiunte al seguito dei falangisti. Di lui non si ebbe più alcuna traccia, ma fu sicuramente fucilato dai fascisti italiani, così come tutti i connazionali «volontari antifascisti» caduti loro prigionieri.
Nella scheda della polizia della direzione di PS, conservata all'Archivio centrale dello Stato, venne registrato, il 15 maggio 1939: «è deceduto a Valencia il 20 aprile u.s.». [AR]