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Francesco Giovanni Sampieri

13 settembre 1790 - 19 ottobre 1863

Scheda

Francesco Giovanni Sampieri era nato il 13 settembre 1790, unico figlio del senatore Luigi e di Maria Luisa Vincenza figlia di Leopoldo De Gregorio marchese di Squillace. Rimasto orfano del padre a 7 anni e a 14 della madre, sviluppò interessi soprattutto mondano-musicali. Nel 1807 fu aggregato all’Accademia Filarmonica come compositore, iniziando, in linea con la tendenza del tempo, una produzione principalmente operistica, destinata a rimanere nell’ambito di un diligente dilettantismo nel solco della crescente moda rossiniana. L’attività di compositore, svolta sulle prime con discreto successo, si interruppe nel 1825, dopo la non felicissima esecuzione del Pompeo in Siria alla Scala, e una altrettanto poco fortunata replica a Bologna nella primavera del 1827. Più duratura e meglio apprezzata, e testimoniata dall’epistolario ora custodito nella Palatina di Parma (Migliorini, L’amico), fu la sua attività di mecenate e organizzatore, la prima esplicata attraverso presentazioni, raccomandazioni e interventi che sfruttavano le sue molteplici conoscenze nel mondo teatrale; la seconda svolta principalmente nella sua villa di Casalecchio e, soprattutto, nella Società del Casino di Bologna, in cui per lunghi anni ricoprì l’incarico di direttore della musica (Calore, Francesco Sampieri). Meno sensibile al fascino della pittura che a quello della musica, Francesco Giovanni Sampieri fu il responsabile della dispersione della celebre quadreria raccolta dal ramo dei Sampieri da San Michele, che avevano casa in Strada Maggiore all’attuale n. 24, sotto la parrocchia di San Michele dei Leprosetti, e che si erano estinti prima della fine del ’700 con la morte senza eredi nel 1774 di Valerio marito di Anna Malvezzi, e del prete oratoriano Ferdinando Francesco nel 1787 (ms. B 698/2, tav. 105; Giacomelli, Famiglie, p. 119; G. Roversi in Cuppini, p. 316).

Quest’ultimo, lasciando eredi i Sampieri dalla Mercanzia, volle che la quadreria fosse conservata nel suo palazzo e che, estinti i Sampieri, andasse all’Istituto delle Scienze (Galeati, Diario, B 91, c. 351). Nonostante ciò, fra la riprovazione generale (Marescalchi giudicava che Sampieri avrebbe dovuto piuttosto “mettersi a questuare, che fare un oltraggio simile a sé, alla famiglia e alla Patria”), “avendo il giovine Signor Francesco Sampieri figlio del defunto Senatore Luigi contrattata la famosa sua raccolta di quadri conosciuta sotto il nome di Galleria Sampieri col Principe Eugenio ora Viceré d’Italia, si spogliò detta Galleria di tutti quanti li quadri, tutti singolari, ed in N. 200 frà quali il famoso S. Pietro e Paolo di Guido, l’Agar del Guercino, ed il Ballo de’ piccoli Amori che festeggiano l’impresa del loro capo, che baciando in cielo la madre le addita il ratto di Proserpina in lontananza. Tutta detta Galleria fu venduta per lo prezzo di 15000 luigi cioè Scudi 66000 Romani” (de’ Buoi, Diario, p. 231; Preti Hamard, pp. 91-95). Sette dei 126 dipinti che componevano la galleria (oltre a 16 disegni e diversi cuoi decorati) furono acquistati dal ministero degli Interni per la pinacoteca di Brera, il resto fu venduto sul mercato. I quadri andati a Brera, oltre ai nominati SS. Pietro e Paolo di Guidi Reni, l’Abramo ripudia Agar del Guercino, la Danza degli Amorini di Francesco Albani, furono L’adultera di Agostino Carracci, La cananea di Ludovico Carracci, La Samaritana di Annibale Carracci, e la Pietà di Giovanni Bellini (Camurri, L’arte perduta, p. 134).

Nel 1818, ottenuta la dispensa papale, sposò a Roma la cugina materna Anna De Gregorio. Dal matrimonio, prematuramente concluso con una separazione nel 1844, nacque, nel 1829, un’unica figlia, Carolina (presentata al fonte battesimale da Carolina duchessa di Berry), poi maritata con il conte francese Dionigio Talon e morta nel 1916. Francesco Giovanni Sampieri fu cavaliere dell’ordine militare di Santo Stefano e del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Pur non essendosi mai occupato attivamente di politica, incorse nelle ire del Governo Pontificio, che gli vietò per qualche tempo il ritorno a Bologna, una prima volta nel 1829 (e dovette scrivere una lettera di scuse, di cui i giornali dettero notizia), e ancora nel 1831, quando a Firenze fu sentito “parlare da fanatico Liberale” e compose un inno patriottico per il teatro (Migliorini, p. 27). Del resto, già nel 1815, in occasione del tentativo di Gioacchino Murat, aveva musicato l’inno “Giunta è l’ora, volate o Guerrieri”, su testo di Paolo Costa (Spadoni, n. CXXXIX); e il cardinal Rusconi, ragionando sulle persone su cui il Governo Pontificio poteva contare, scriveva che Francesco Giovanni Sampieri lo si sarebbe potuto tenere presente soltanto “per i veri e distinti meriti dell’ottimo zio in breve cardinale” (A. Malvezzi, La Restaurazione, p. 165). Visse spesso, soprattutto negli anni della maturità, a Parigi, e nel 1861 ebbe la cittadinanza francese. Morì di gotta il 19 ottobre 1863 a Bologna, dopo essersi invano recato per curarsi a Napoli (Monari Rocca, In morte; Calore, Francesco Sampieri; Rossi, La Sampireina; Migliorini, L’amico; Sani, Bologna di ieri, pp. 168-170).

Silvia Benati