Palazzo Gnudi Scagliarini

Palazzo Gnudi Scagliarini

DOCUMENTI

Costruito letteralmente a cavallo del canale che porta l’acqua del Reno in città, si trova al n. 77 di via Riva Reno. Il palazzo affonda le sue origini nella prima metà del ‘500, quando i Malvasia acquistarono un gruppo di case allo scopo di unificarle. Passato in proprietà prima ai Fibbia e poi agli Zambeccari, fu venduto nel 1747 a Raffaele Gnudi, uomo di affari di modeste origini arricchitosi grazie alla sue conoscenze e al suo operato presso la Camera Apostolica.

Nel 1758, alla morte di Raffaele i tre figli maschi (Antonio, Francesco e il canonico Giovanni Ludovico) si divisero i beni e il palazzo: a piano terra, a destra dell’ingresso, c’erano le stanze adibite all’attività del banco della famiglia Gnudi, a sinistra l’appartamento del canonico Giovanni Ludovico, nel terzo appartamento la madre di Antonio, Teresa Zambler. Al primo piano erano alloggiati Antonio con la moglie e il fratello Francesco.

Nel 1775 Antonio, il più dinamico tra i tre fratelli, comincia l’ascesa sociale: tra il 1776 e il 1796 maritò i propri figli alla più importante nobiltà bolognese e romagnola. Nel 1786 riceve finalmente il titolo di Marchese di Porretto e Piumazzo. Nell’ottica di questa scalata sociale si colloca la riedificazione del palazzo di città: dal 1785 al 1789, si svolsero infatti diversi lavori di modifica su progetto dell’architetto Francesco Tadolini. La loggia tra i due ingressi rendeva autonomi i diversi appartamenti dove continuarono a vivere i fratelli e la madre.

Antonio, impegnato nella scalata sociale, non lesinò sulle spese per la decorazione del suo palazzo e chiamò i migliori decoratori dell’epoca: Serafino Barozzi, Giacomo Rossi, i Pedrini padre e figlio, Vincenzo Martinelli e David Zanotti: molte però di queste sale sono però andate distrutte del bombardamento del 1944. Nel 1801 la ricchezza della famiglia Gnudi cominciò a declinare, con la conseguente vendita dei beni della famiglia, escluso il palazzo che passò in eredità alla famiglia Stagni e poi, dopo diverse vendite, alla famiglia Scagliarini. Fu poi l’Avvocato Arturo Scagliarini che lasciò alla sua morte, avvenuta nel 1943 il palazzo al Regio Ricovero di Mendicità di Bologna, denominato poi Istituto di Cura e Riposo Giovanni XXIII.

La facciata è opera di Francesco Tadolini e presenta i caratteri tipici della tradizione tra cui la bicromia, che sottolinea gli elementi decorativi, e il bugnato liscio. L’alto portale neoclassico è sormontato dal balcone e dalla portafinestra, ornata alla sommità da sculture raffiguranti le allegorie dell’Abbondanza (a dx) e della Sapienza (a sx), attribuite a Petronio Tadolini, fratello e collaboratore di Francesco. All’interno dell’appartamento di Antonio i sovrapporta in stucco sono generalmente attribuiti a Luigi Acquisti e datati al 1786 circa, mentre la decorazione pittorica è di difficile attribuzione. Nella cosiddetta sala della “ Vittoria alata che incorona la Nobiltà" la decorazione del soffitto è ancora senza attribuzione anche se alcuni propongono il nome di Fancelli, attivo anche nel salone. Nella sala di Flora e Zefiro la volta è attribuita a Filippo Pedrini per la leggerezza e la grazia del tocco. Nell’archivio della famiglia Gnudi sono stati ritrovati solo i pagamenti a Domenico Pedrini, padre di Filippo: è però assai probabile che il figlio abbia lavorato alle dipendenze e sotto la guida e la responsabilità del padre.

Vero capolavoro dell’edificio è la Galleria degli Stucchi, decorata nel 1789 da Giacomo Rossi plastificatore, scultore e letterato. Vastissimo è infatti il repertorio di motivi grecizzanti usati per comporre le candelabre che scandiscono l’alternarsi di specchiere, pannelli ad alto rilievo e nicchie con coppie di figure allegoriche. Sempre di Giacomo Rossi sono i due gruppi di figure femminili nelle nicchie, quasi a tutto tondo, chiaramente ispirate alla classicità greca.
Il soffitto invece è opera di Petronio Fancelli (quadraturista) e del figlio Pietro Fancelli (figurista). In realtà i pagamenti sono tutti a nome del padre ma nelle sue memorie Pietro ricorda queste figure come opera sua. La quadratura è composta da architetture dalle forme sode e ben definite da un contrasto chiaroscuro, arricchite da putti e figure allegoriche fortemente lumineggiate, eseguite da Pietro.

La volta di è opera di Giuseppe Valiani (eseguita nel 1790), che rappresenta al centro l’Olimpo con le principali divinità, e agli estremi Mercurio con tutti i suoi simboli e Apollo, con la corona d’alloro e la lira, che guida il carro del sole.
Due piccole sale spiccano poi per la bellezza della decorazione: la sala di Diana, attribuita a Pietro Fancelli per i tratti delicati del volto della dea, e la sala del Sacrificio di Ifigenia di Gaetano Gandolfi (alcuni suoi pagamenti sono registrati nel 1789). Serafino Barozzi fu infine l’autore della decorazione degli ambienti del Banco Gnudi a piano terra, databili al 1791 circa.

Michela Cavina

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