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Pace libertà lavoro

17 ottobre 1920

Schede

Alla vigilia delle elezioni amministrative dell’ottobre 1920, l’Associazione di difesa sociale di Bologna -un’organizzazione politica finanziata da industriali, commercianti e agrari - indirizzò un appello agli «uomini d’ordine», invitandoli ad unirsi per difendere «con ogni mezzo e con ogni energia i nostri principii, la Patria, la città, la famiglia, la nostra vita».
Se «non provvediamo oggi», concludeva l’appello che porta la data del 17.10.1920, «potrebbe essere troppo tardi il tentare di farlo domani».
Era la seconda importante iniziativa politica assunta nel giro di un mese dall’Associazione di difesa sociale. La prima era stata l’incarico affidato al Fascio di combattimento di Bologna di reclutare e organizzare 300 uomini armati.
Per indurre i partiti di destra e di centro a costituire un unico blocco antisocialista - com’era stato fatto nelle amministrative del 1914 l’Associazione chiese al prof. Giuseppe Ruggi di promuovere e coordinare personalmente l’iniziativa. Era un anziano clinico che militava nelle file della destra conservatrice. Si trattava di un atto formale perché all’interno dell’Associazione erano già stati presi tutti gli accordi.
In pochi giorni Ruggi riunì gli esponenti dei gruppi di destra e del centro - ad eccezione del PPI, perché i cattolici avevano deciso di presentarsi da soli - e varò la lista “Pace lavoro libertà”.
Il blocco elettorale stabilì la sede presso quelle del Fascio di combattimento, dell’Associazione radicale e del Gruppo nazionalista bolognese. Paolo Cappa, direttore del quotidiano cattolico “L’Avvenire d’Italia”, lo definì «il blocco della paura».
Durante la campagna elettorale, i comizi della lista “Pace lavoro libertà” furono protetti da squadre di fascisti armati. Attenendosi alla linea concordata, gli oratori sostennero che ai socialisti sarebbe stato impedito di insediarsi a Palazzo d’Accursio, se avessero vinto le elezioni, come nel 1914. Il 29.10, in un comizio Aldo Oviglio disse che «bisognerà, in seguito, usare altre armi, se mai quella del voto - causa l’atteggiamento di un partito che non volle aderire al blocco - fosse insufficiente a liberare la città da uomini che apertamente professano di volersi servire della conquista del comune come primo passo verso l’evento della rivoluzione».
Subito dopo Bruno Biagi sostenne la «necessità di prepararsi ad altre lotte, dopo aver con ogni energia esperimentato l’arma del voto» (“il Resto del Carlino”, 30.10.1920).
Il 31.10.1920 i bolognesi diedero 20.195 voti al PSI (58,2%); 8.706 a “Pace libertà lavoro” (26,5%) e 5.093 al PPI (15%). Essendo maggioritaria la legge, al PSI andarono 48 consiglieri e 12 alla destra. Nessuno al PPI.
Il 21.11, quando la seconda amministrazione socialista si insediò a Palazzo d’Accursio, i fascisti assalirono la sede comunale e provocarono una strage. [O]