Monteverde Giulio

Monteverde Giulio

8 Ottobre 1837 - 3 Ottobre 1917

Note sintetiche

Scheda

Protagonista della scultura italiana post-unitaria, realizzò diverse opere che assunsero fama internazionale, tali da essere replicate sia da lui stesso che da altri artisti. Bistagno in provincia di Alessandria è la città di nascita, Genova la sede della formazione, mentre Roma dal 1865 è sede dello studio in cui lavora fino alla morte. Vicino alle posizioni naturalistiche del maestro Santo Varni, se ne allontana con l'opera di stampo verista Primi giochi o Bambini che giocano con un gatto (1867) e Bimbo che scherza con un gallo (1875), mentre a Genova l'Angelo per il Monumento Oneto (1882) lo rende precoce interprete delle novità di gusto simbolista. Quest'opera giovanile gli viene richiesta in più repliche ed una la esegue per la propria tomba al Verano di Roma. L'Angelo Oneto fu un successo internazionale, tanto che si contano a decine le repliche non autografe eseguite per tombe nei cimiteri di ogni continente.

La consacrazione avviene con il Colombo Giovinetto (1870), Il Genio di Franklin dell'anno successivo ed ancor più con Eduardo Jenner che inocula il vaccino al figlioletto (1873) che vince la medaglia d’oro alla Esposizione universale di Vienna dello stesso anno e che nel 1878 ottiene un simile successo alla Esposizione universale di Parigi. Da questo momento sono moltissime le commissioni che riceve per monumenti pubblici in Italia ed all'estero, quali il Mazzini (1878) per Buenos Aires in Argentina. Nel 1889 viene nominato Senatore del regno, sancendo anche il suo ruolo politico e di personaggio influente della cultura nazionale. Per la città di Bologna esegue due monumenti: quello dedicato a Vittorio Emanuele II (1888) in origine posto al centro di Piazza Maggiore ed ora ai Giardini Margherita, ed a Marco Minghetti (1896), collocato nell'omonima piazza.

Angelo De Gubernatis nel 1906 ne dà una descrizione fisica: "di statura aitante, la rossa barba olimpica, i grandi occhi azzurri, e non poco il curioso costume del cinquecento che porta nel suo studio e che colpisce la fantasia dei touristes e specialmente delle touristes che vanno a trovarlo". Il critico ne elogia il carattere tale che "quando poteva dormire sugli allori; dotato, insieme ad una incontestata superiorità artistica e della fortuna, non concessa a tutti i valenti, di essere il beniamino della fama, l'enfant gaté della pubblicità, le commissioni dall'Italia e dall'estero gli piovvero tanto numerose quanto più saliva la parabola della sua rinomanza". Pur non aderendo mai pienamente al Liberty, opere come 'Idealità e materialismo' (1899-1911) lo vedono interpretare i tempi nuovi con un'opera di virtuosismo estremo. Alla sua morte la famiglia dona parte delle opere dello studio alla Galleria d'Arte Moderna di Roma, e sue sculture sono ora collocate nella Gipsoteca a lui intitolata a Bistagno.

Così lo ricorda Ferdinando Resasco nel 1918.

Non userà chi scrive la consueta formula di queste occasioni: - “Vi parlo di lui e delle opere sue, perché gli fui amico”. V’è un precedente di più: prima di essergli amico era già segnalato alla mia attenzione quale studente all’Accademia di Belle Arti di Genova. Io era quindicenne, e tanti ce ne volevano per essere ammessi ai corsi preliminari. Frequentavo la scuola elementare di figura, in cui insegnava certo professore Tubino. La scuola era attigua alla rotonda, classica creazione del Barabino, in cui era insegnante di scultura il celebre Santo Varni. Fra i suoi allievi eravi Giulio Monteverde già adulto. E’ una storia dolorosa; anzi, oggi, gloriosa: Monteverde, intagliatore in legno, avente bottega e alloggio in via Rivoli, frequentava quelle due ore giornaliere del corso accademico. La mia scuola guardava in quella di scultura; i due maestri passavano spesso a discorrere assieme e io udivo il Varni dire talvolta al Tubino accennando a un giovane alto, barbuto e indefesso allo studio: - “Quello vuole proprio rubarmi il mestiere! – Ha un bell’ingegno, ma è impaziente di giungere ad alta meta”.

Difatti, l’allievo Monteverde aveva fretta. A un concorso aspirò alla pensione di 1500 lire annue, per gli studi di perfezionamento a Roma, derivante dal lascito Traverso, anch’esso dell’arte di Fidia. L’intagliatore di via Rivoli vinse il concorso, e colla moglie, due bambini, più uno nascituro, s’avviò a Roma, cui mancava ancora un lustro per diventar capitale del Regno d’Italia. Scelse un modesto locale in via Sistina; lo ammobiliò, collo stesso mobilio in propria fattura trasportato da Genova; dapprima volle stabilirvi il proprio studio, che poi trasportò a parte in via della Purificazione. Nota particolare, tanto più trattandosi d’uno scritto intitolato all’idealità femminile. Per quanto le risorse della pensione fossero grame, la buona consorte, signora Rosa, istillò nel marito il principio di fidar sempre in sé stesso e nell’arte, che un dì gli avrebbe procurato onori e fortuna. Basti citare il fatto che, quando l’artista, da un gruppo de’ suoi bambini, trescanti con gatto, trasse tema per una scultura di genere (che poi doveva ricevere all’estero il battesimo di capolavoro) essendogli stato offerto L. 5000 per l’acquisto, la moglie lo sconsigliò dal vendere, osservandogli che, se tanta era l’offerta, il valore dell’opera doveva essere certo superiore. Difatti, il mirabile gruppo marmoreo, spedito nel 1868, alla mostra internazionale di Monaco di Baviera, vi ottenne la grande medaglia d’oro; quindi venne acquistato per lire 10.000 dal Re del Wurtemberg.

Staglieno e Due angeli
La prima commissione in arte, lo scultore, figlio di Bistagno per nascita, e di Genova per l’avviamento agli studi, l’ebbe per questo caso. Nel cimitero di Genova era stato collocato, per conto della famiglia Pratolongo, un monumento marmoreo dove l’arte aveva molto a desiderare. L’architetto dell’opera non cessava di farne le rimostranze alla famiglia, finchè questa gli chiese a chi avrebbe potuto convenientemente rivolgersi, quando avesse deciso di sostituirvi qualche cosa di meglio. Fu allora che l’architetto, ch’era pur professore all’Accademia, propose l’artista che recentemente aveva vinta la pensione Traverso, e già inviava da Roma promettenti saggi. La famiglia Pratolongo accettò il consiglio, Monteverde plasmò allora il primo di quei bellissimi angeli, che ispirati soavemente all’idealità femminile, elevano la mente a superni pensieri di religione e pace. Lo scultore era allora nel suo trentesimo anno d’età. Circa vent’anni dopo, maturo di studi e di gloria, ideava altro angelo per altra tomba, nel cimitero di Genova, la scultura ch’ebbe fama di rivoluzione nell’arte, non più l’angelo che richiama la gentilezza femminea nel sembiante, ma in tutta la squisitezza della forma, in tale espressione profonda, divina e in si delicata maestria del panneggio, da darci, il perfetto capolavoro. Tale l’”Angelo della resurrezione” per la famiglia Oneto.

“Il dramma eterno”
Mi trovavo a Roma al principio del 1891, quando, fatta una visita al magnifico studio Monteverde, in piazza dell’Indipendenza, l’artista mi fece vedere un lavoro destinato a Staglieno: il gruppo “Dramma Eterno” per la tomba Celle. Il gruppo era tuttora in gesso. La morte che tronca la vita; questa simboleggiata nelle purissime forme d’una fanciulla. Al tocco della morte si annienta in lei ogni senso; non è la lotta: è il trionfo dell’orrido sulla bellezza, che chiamasi vita. Come idealizzarla meglio che nella venustà e nel rigoglio femmineo? I due contrasti accoppiati nel gruppo, che rimase una delle migliori concezioni del Monteverde, impressionano fino al raccapriccio.
L’artista, mentre osservavo l’opera ancora in gesso, mi oppose un quesito: - Le pare questa una cosa disdicevole a un camposanto? – Tutt’altro – dissi, nell’impressione: - Là è il suo posto. –Pure v’è chi contraddice: le sorelle del morto, cui va eretto il monumento. – Comprendo ch’esse vorrebbero la donna più panneggiata. – Appunto. Qui è la questione. L’autore del Jenner passò a narrarmi che, avuta la fastosa ordinazione (il defunto aveva lasciato all’uopo circa 200.000 lire) e concepito il soggetto, aveva chiesto all’Accademia di villa Farnese se poteva indicargli una buona modella. Gli si presentò con quella commendatizia una ragazza a servizio come cameriera presso una famiglia che doveva lasciare Roma. La giovane, timida e inesperta, non aveva prima d’allora, posato mai in alcuno studio; spogliatasi che fu – mi disse l’artista – ebbi subito in lei la visione della scultura greca, e in questo ideale passai a plasmare la figura. Ora la prego di leggere il mio contratto coi committenti. Lo scultore trasse la carta e me la die’ a leggere: Per la verità dovetti rispondere: - Qui il contratto parla di figura a metà drappeggiata. – E così dovrà essere, per l’osservanza del contratto! – concluse l’artista.

Difatti, in una successiva visita mi presentò uno schizzo a penna, anzi due, in cui il gruppo, riprodotto da opposte parti, dava la figura della donna coperta dal drappo, dal ventre in giù. Il panneggio venne però plasmato con tale magistrale finezza da far credere che il tutto fosse opera così concepita, e tale che lo stesso viluppo, avvolgente vita e morte, fosse cosa appositamente studiata.
Fattasi con tale riforma la fusione del gruppo in bronzo per Staglieno, dove ora riposa in ampia nicchia delle gallerie superiori, con decorazione architettonica splendida di marmi policromi, il senatore artista, sapendo ch’io volevo riprodurre il monumento in un mio libro d’arte sul camposanto, non ebbe difficoltà che, oltre il monumento qual è esposto a Staglieno, riproducessi nel libro il gruppo quale io vidi nel modello in gesso, e quale do oggi a riprodurre per la rivista.

Un’ammirabile Madonna
E’ quella che posa in altra nicchia di Staglieno, sulla tomba della famiglia dei banchieri Balduino. Quale distanza e quanta diversità dalle solite madonne, scolpite o effigiate su tela! Qui è una grazia, una verità e una naturalezza ammirabili. La Madre divina (pensò Monteverde) non esclude che debba essere rivestita umanamente, la dignitosa naturalezza d’una donna che, come qui sente la gioia della creatura che da lei nacque, proverà un giorno maggior dolore che donna abbia mai sentito. Tale l’idealità religiosa dell’artista, che sovra altra tomba di Staglieno – quella per la famiglia Baroni Podestà – collocò più tardi un Cristo crocefisso, anch’esso oggi famoso, e intenso con novità di concetto e forma. Come il pittore Nicolò Barabino ebbe l’idealità di Madonne che si scostavano, con novità d’atteggiamenti, da quanto fino allora avevano immaginato altre scuole, così il Monteverde, nella sua ammirabile scultura, pure attenendosi a un seicentismo non di maniera, seppe dare l’impronta e la freschezza del nuovo alla sua Madonna.

I monumenti del Duca e della Duchessa di Galliera
La coppia così cospiquamente benemerita di Genova ebbe dalla riconoscenza del Comune monumenti insigni: quello pel Duca eretto in vista al porto, cui il generoso patrizio aveva assegnati venti milioni, per ingrandirlo e dotarlo d’opere necessarie; quello per la Duchessa collocato nel piazzale dipendente dal sontuoso ospedale, opera del suo cuore. Nello studio di Roma potei trovare l’illustre artista mentre dava gli ultimi tocchi alla superba statua della Munificenza. Il monumento pel Duca di Galliera, conforme all’ordinazione del Comune, doveva essere simbolico. Ed ecco una maestosa figura di donna a personificare la Munificenza. A destra è fiancheggiata dal suo benefico genio, che ispira l’atto grandioso; ai piedi le è simboleggiato il commercio, cui la munificenza fornirà nuove inspirate risorse. La figura benefica campeggia grandiosa e solenne e si compiace nei vasti e nuovi orizzonti dischiusi dal suo buon genio.
A tutt’altra forma e concetto d’arte doveva ispirarsi il monumento per la Duchessa. Qui l’idealità ebbe il suo compito tracciato nella stessa donna benefattrice. Raffigurarla dinanzi al superbo ospedale da lei voluto. Non pose drammatiche, ma l’intellettuale e generosa patrizia, intenta ad osservare dal suo seggio matronale immani miserie onde è afflitta l’umanità e a provvedervi, ispirata dal buon genio.

Il monumento Bellini a Catania “Norma”
Eccola l’ispirata ed infelice sacerdotessa, nell’atto d’intonare verso l’astro che inargenta le notti, la più sublime delle invocazioni. Verdi, che nella magione di Genova voleva commensale il Monteverde, ogni qualvolta lo sapeva nella città che fu culla a’ suoi studi, quando osservò la figura di Norma, resa nella fotografia del monumento di Catania, ebbe a dire che bisognava avere altamente intuita la “Casta Diva” per dare all’arte una statua così perfetta. Da Giuditta Pasta, prima interprete della melodia immortale, alle Dive canore che successivamente auspicarono dall’ara d’Irmin sull’atteggiamento, lo slancio, l’ispirazione non furono certo più solenni di quanto si ammira nella figura plasmata da Monteverde. In questo monumento, che è reputato tra le migliori opere del Monteverde, sono altrettanto ammirabili, oltre la statua del musicista, che posa in alto, con espressione magnifica, le altre statue di contorno al piedistallo, ricordanti Sonnambula, I Puritani e Il Pirata. I sette gradini che, dalla base poderosa vanno alle quattro statue rievocanti i capolavori, recano incise le note delle melodie più salienti.

Il gruppo del “Pensiero” nel monumento a V.E.II a Roma
Non altrimenti che d’un gruppo di creazione classica poteva decorare lo scalone principale del monumento al Gran Re, in Roma, l’artista che da questa città e dai suoi monumenti immortali, aveva tratto ispirazioni e studi. Ed ecco il superbo gruppo, dove pur domina l’idealità femminile, anche nella magnifica e robusta figura dell’alato pensiero. In quel volto, che dice un poema di storia, è tutta l’espressione della bellezza, come lo è altresì nella figura della sapienza e in quella del genio delle armi. La figura del “Lavoro” che ottiene la meritata mercede, sembra un campione di greca scultura e bene completa l’altissima concezione. Il mirabile gruppo di fulgenza aurea del Monteverde sorge a sinistra del principale scalone, mentre a destra elevasi simmetricamente al “Pensiero” il gruppo di Jerace; l’“Azione”. In altro reparto della colossale opera del Sacconi, ammirasi il gruppo del “Sacrificio” di Bistolfi, e quello di Ximenes “Il Diritto”. Così il genio dei nostri scultori più illustri ebbe a provarsi a vicenda, nei simboli che affermano la ragion d’essere del grandioso ricordo, consacrato alla memoria del primo sovrano della nuova Italia.

“Idealismo e materialismo”
L’ultimo gruppo simbolico di Monteverde. A vederla, sembra l’ardita e fresca concezione d’un giovane, ed è invece l’opera matura e assai meditata di chi, circa mezzo secolo prima, concepiva “Il genio di franklin”. Il materialismo è nella irruente rotta, a cui gli valgono gli ordegni moderni ed è irrequieto di arrivare alla agognata meta; ma l’idealismo corre di lui più rapido, per quanto appaia che il moto sia unisono e simultaneo. L’idea sorpassa la stessa rapidità dell’elettrico, perché corre i monti, gli oceani, i cieli, l’infinito. Il materialismo ha la forza, l’audacia, l’energia, ma non ha la pura bellezza dell’idea, e fedele ai suoi inveterati concetti, l’artista simboleggiò questa nella donna. L’opera apparve al pubblico la prima volta nella mostra del 1911 a Villa Giulia. L’artista presupponeva che il nuovo lavoro dovesse suscitare critiche e commenti; invece non destò che ammirazione sincera.

La fine!
Crudele quanto inattesa, benchè non mancassero più alla funesta data 3 ottobre 1917, che cinque giorni perché il grande artista compiesse l’ottantesimo anno, tre mesi innanzi egli aveva risposto ad una mia lettera, in cui (prendendo occasione dell’offerta da lui annunziata al Municipio di Genova d’un suo autoritratto da collocarsi nel palazzo Bianco, vicino al famoso gruppo del Jenner) gli avevo espresso il voto, vivissimo in molti, ch’egli si facesse ideatore del simulacro di Cristo Risorto, da collocarsi sull’altare centrale del tempio di Staglieno; degna opera di complemento monumentale, per cui era riuscito vano bandire dodici anni innanzi un concorso. L’illustre senatore mi rispose con questa nobilissima lettera: “Roma, 5 luglio 1917. Egregio Cavaliere, Mi fa piacere che la causa di avermi diretto i suoi caratteri sia stata il dono che spero fra non molto tempo di fare al Municipio di Genova del mio autoritratto. Accolgo volentieri, in massima, la sua buona idea che venga finalmente deciso di mettere la statua di Cristo Risorto sull’altare della chiesa del Cimitero di Staglieno. La sua idea è bella ed il soggetto sublime. Ora, prima materiale, avrei bisogno di vedere un disegno od una fotografia dell’altare eseguito dal di lei padre architetto G.B. Resasco, e la misura della grandezza della statua.Lavoro ancora e l’esercizio non è chiuso; la mia testa sia ancora al suo posto e le braccia tengono ancora forte il mazzuolo e lo scalpello, malgrado che fra tre mesi compirò il mio ottantesimo anno e perciò spero dare ancora una mia opera alla città di Genova che mi ritiene tra i suoi figli prediletti, e ne vado fiero. Saluti distinti e cordiali dal suo aff.mo GIULIO MONTEVERDE “

Come appare dal documento, tanto più apprezzabile dacchè nella mia lettera di proposta avevo ricordato all’artista insigne che il prezzo della statua prefisso nell’abortito concorso, limitavasi a L. 15.000 (e tale somma non avrebbe oggi compensato che la pura spesa materiale), il creatore di tante opere eccelse nutriva tuttora piena fiducia nelle proprie forze. Ma conosciuta la preziosa lettera, amici miei che avevano di recente incontrato a Roma il senatore Monteverde, mi dissero che da qualche tempo era deperito e sofferente. In agosto si recò alla sua villa di Castel Gandolfo, e la cadde gravemente infermo. Ne ritornò in settembre a Roma, qui lascio di dirne oltre alla affettuosissima figlia Erminia, che assieme alle sorelle Luisa e Corinna, assistette il padre adorato e dopo la sua morte mi scriveva:
“…Papà nostro era ritornato da Castelgandolfo in condizioni abbastanza soddisfacenti, tanto che egli esprimeva spesso il desiderio di ritornare nella sua Genova, per la quale serbava nel cuore sentimenti di memore riconoscenza. Pur troppo la sua salute andò peggiorando, e quando vedemmo che ogni speranza era perduta, provammo uno schianto indicibile! Tutto quello che la scienza potè suggerire per salvare quella preziosa esistenza, tutte le nostre cure assidue a lui prodigate con amore filiale, fatto di devozione, furono vane, e quella nobile vita si è spenta serenamente, dolcemente, nelle braccia delle sue figlie che egli adorava. La sua scomparsa ha lasciato in noi una desolazione indicibile e un ricordo che non morrà nei cuori che tanto lo amarono ed apprezzarono!”

In altra successiva lettera la stessa figliuola del sommo artista mi ragguagliava in tali termini sul lavoro sacro di cui gli avevo fatta proposta, e alla cui adesione il Consiglio comunale di Genova, sul referto fattogli dalla Giunta, aveva risposto con unanime plauso: “Il mio povero papà aveva accolto con entusiasmo la proposta che ella fece a Lui di affidargli l’esecuzione della statua del “Cristo Risorto” e già nella sua mente creatrice si formava il concetto da tradurre quel divino soggetto. Pur troppo il suo desiderio fu spezzato da una inesorabile legge!!...” All’arte sacra di Staglieno – nel cui Famedio noi avremmo voluta deposta, di diritto e d’onore, la venerata salma – venne così a mancare un capolavoro!

Ferdinando Resasco. Tratto da "La lotta per la vita e per l’arte" ne "La donna – Rivista mensile illustrata" – Anno XIV – N° 304, Torino 15 Aprile 1918. Trascrizione a cura di Lorena Barchetti

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La Donna - rivista mensile illustrata. N. 304, 15 aprile 1918, anno XIV, Torino.

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Camposanto di Genova - 32 vedute. Opere di A. Apolloni, G. Benetti, A. Besesti, L. Bistolfi, G. B. Cevasco, P. Costa, G. De Paoli, F. Fabiani, G. Monteverde, G. Navone, L. Orengo, A. Rivalta, A. Rota, S. Saccomanno, G. Scanzi, G. B. Villa.