La Guerra nelle Dolomiti. La mina del Castelletto delle Tofane

La Guerra nelle Dolomiti. La mina del Castelletto delle Tofane

Scheda

Se l'occupazione di Cortina d'Ampezzo, avvenuta il 29 maggio 1915 da parte delle truppe della IV° Armata, era stata indolore, altra musica aspettava i fanti italiani nell'approccio alle difese austriache nel gruppo dolomitico delle Tofane ed alla testata della Val Travenanzes. A dominare la strada che dal paese saliva al passo Falzarego era la posizione chiamata del Castelletto, un roccione appoggiato alla Tofana I° di Roces: gli austriaci avevano scavato nel suo interno diverse gallerie con feritoie che davano sulle posizioni italiane e dalle quali spuntavano le bocche di mitragliatrici e cannoncini a tiro rapido, era perciò inespugnabile agli assalti delle fanterie. A farne le spese era stato il V° gruppo Alpino in ottobre, andato all'assalto con due battaglioni aveva ottenuto un risultato praticamente nullo. Dalla relazione fatta dopo la battaglia: "il Castelletto si presenta come una appendice della Tofana di Roces, a forma di una balconata a ferro di cavallo contornata alla periferia di numerose guglie. Dietro alla balconata e nel corpo stesso di questa appendice rocciosa numerose grotte costituiscono l'abitazione dei difensori, offrendo sicuri ed invisibili appostamenti ad abili tiratori isolati, a mitragliatrici e ad artiglierie leggere."
Il 19 novembre il Comando Italiano di settore prendeva la decisione di far saltare il Castelletto. A progettare e dirigere i lavori per la costruzione della galleria di mina vennero chiamati gli ingegneri Malvezzi e Tissi, ufficiali del 7° reggimento alpini. Il 3 gennaio 1916 iniziarono i lavori a ridosso della gran parete della Tofana di Roces con lo sbancamento di 660 metri cubi di roccia per far sorgere le baracche d'alloggio per truppe ed ufficiali del gruppo di lavoro, che prese il nome di "Distaccamento del Castelletto". Il nemico che aveva subito intuito la gravità della minaccia, fece del suo meglio per ostacolarla col tiro continuato di grossi obici. A farne le spese fu il sottotenente Tissi, che, ferito gravemente ad una spalla, dovette abbandonare l'impresa. Al suo posto venne mandato un altro ufficiale, Mario Cadorin. Il lavoro di ricognizione e rilievo topografico continuò fino a febbraio inoltrato e si svolse a non più di 50 - 150 metri dalle posizioni austriache, con l’attrezzamento diversi camini e pareti di roccia con scale e corde fisse da parte degli alpini. I mezzi utilizzati per la perforazione furono, da metà febbraio a fine marzo, mazza e pistoletto e si ottenne con ciò un avanzamento giornaliero assai limitato; fu ricavata la caverna per il macchinario Sullivan e 14 metri di galleria. Non si deve dimenticare che i lavori avvenivano in inverno tra abbondanti nevicate e valanghe, i macchinari furono smontati e trasportati a braccia dagli alpini al riparo della caverna ed al suo interno rimontati per iniziare la perforazione meccanica. Il 2 aprile 1916 risultarono a disposizione di Malvezzi e Cadorin due impianti: il primo era costituito da un motore a benzina modello Aquila della potenza di 40 cavalli, accoppiato mediante cinghia ad un compressore Sullivan e fissato ad un basamento in cemento nella caverna all'inizio della galleria; il secondo era un motore a benzina da 15 cavalli, accoppiato ad un compressore Inghersoll e montato su di un carrello a quattro ruote. I compressori producevano aria compressa a 7 atmosfere, ciascuno nel proprio serbatoio, da cui partivano le tubazioni che arrivavano ai martelli perforatori; per lo scavo in roccia si utilizzarono diversi tipi di perforatori, leggero Butterfly-Inghersoll, pesante e telescopico della ditta Sullivan. Il materiale si rivelò tutto di prim'ordine. Le squadre di minatori lavorarono su quattro turni di sei ore ciascuno con circa 25-30 operai per squadra. Se l'orario può sembrare leggero, tuttavia non va dimenticato che esso avveniva in ambiente angusto, con aria viziata dai gas delle mine usate per spaccare la roccia e tra la polvere sollevata dai perforatori. Ogni gruppo compressore aveva una squadra di motoristi che garantiva 24 ore di assistenza continuativa. L'esplosivo utilizzato durante i lavori fu la classica gelatina esplosiva, poi si passò alla dinamite potenziata con gelatina, i fori da mina furono sovraccaricati così da ottenere materiale ben sminuzzato e di facile trasporto. La sezione della galleria variò da mt. 1,80x 1,80 a mt. 2x2; al suo interno fu montata una ferrovia tipo Decauville con relativi vagoncini che servì allo sgombro del materiale roccioso, il quale finiva in un canalone non visibile dal nemico. L'avanzata giornaliera della galleria fu in media di 5 metri, con punte anche di 6 metri. Complessivamente furono scavati oltre 500 metri di gallerie ed asportati 2200 metri cubi di roccia viva. Inoltre, poiché gli austriaci avevano intercettato i lavori e stavano approntando una galleria di contromina, furono eseguite parecchie modifiche in corso d'opera. La carica totale fu di 35 tonnellate di sola gelatina esplosiva al 92% di nitroglicerina. Agli inneschi provvide il Genio della IV° Armata con 15 tubi metallici caricati a gelatina e fulmicotone, la miccia era imbevuta di acido pirico e con accensione tramite innesco elettrico di una cartuccia di fulmicotone. Il 3 luglio iniziarono i lavori di caricamento della mina che proseguirono fino alle ore 15 del 9 luglio, venne poi intasata la galleria che portava alla camera di scoppio con calcestruzzo e sacchi di terra. La mina esplose alle ore 3,30 del giorno 11 luglio 1916 e rispose perfettamente sia rispetto ai calcoli che agli effetti pratici, polverizzando parte del Castelletto e permettendo la sua conquista.


Paolo Antolini

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Principali esplosivi
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I principali esplosivi utilizzati nella Grande Guerra
Bibliografia
Relazione Ufficiale del sottotenente ing. Luigi Malvezzi del 7° reggimento Alpini
Malvezzi L.
1916 Edito in proprio