Il Resto del Carlino

Il Resto del Carlino

1885 | oggi

Scheda

Il quotidiano “il Resto del Carlino” vide la luce il 20 marzo 1885 inventato da quattro giovani giornalisti: Giulio Padovani, Alberto Carboni, Francesco Tonolla e Cesare Chiusoli. Era dato come resto a chi acquistava un sigaro del valore di 8 centesimi e lo pagava con un Carlino del valore di 10. Essendo richiesto anche dai non fumatori, il giornale fu messo in vendita nelle edicole. Poiché i 4 erano bravi giornalisti, ma pessimi amministratori, il quotidiano sarebbe fallito, se non fosse stato rilevato da Amilcare Zamorani, che ne fece l’organo della sinistra democratica e radicale.

Il giornale divenne in pochi anni il più diffuso della città, superando la conservatrice “Gazzetta dell’Emilia”. Nel 1909 gli eredi di Zamorani vendettero il quotidiano ad un gruppo d’agricoltori e industriali zuccherieri della regione, i quali gli diedero un orientamento di destra. Questa linea fu in parte attenuata da Mario Missiroli, divenuto direttore il 28 aprile 1919. Contrari alla linea missiroliana e desiderosi di controllare il giornale, i fascisti diedero il “bando” al giornalista alla fine del 1920 e bastonarono l’amministratore Achille Gherardi. Il 5 aprile 1921 Missiroli se ne andò e la direzione fu affidata a Nello Quilici, un fascista di piena fiducia d’Italo Balbo, mentre all’amministrazione andò Filippo Naldi, già direttore negli anni della guerra. Poiché né l’uno né l’altro erano di gradimento dei fascisti bolognesi, ripresero le aggressioni, in particolare contro Quilici.

Nel 1923 nuovo cambio della guardia. Arrivò Tomaso Monicelli, con una lettera di Mussolini, il quale gli ordinò: il giornale «dovrà avere l’anima fascista» (“il Resto del Carlino”, 5 agosto 1923). Monicelli fu accreditato come il proprietario, avendo 7.073 azioni su 8 mila. Gli furono affiancati tre gerarchi fascisti: Giuseppe Bottai, Francesco Meriano e Roberto Forges Davanzati. La linea del giornale risultò gradita ad Arpinati sino al giugno 1924, quando Monicelli condannò il delitto Matteotti. Il settimanale del Fascio bolognese “L’Assalto” iniziò una durissima campagna contro il Puttano, Tommaso-testadi-vipera, Giuda Monicelli e Tommaso-trenta denari. Il 21 gennaio 1925 Monicelli se ne andò e Arpinati su “L’Assalto” scrisse che il giornale «deve passare sotto il controllo del fascismo bolognese» (“L’Assalto”, n. 8, 1925). Il Consorzio produttori zuccheri, che controllava la stragrande maggioranza del pacchetto azionario e che lo aveva consegnato fiduciariamente a Monicelli, lo assegnò in parte a Germano Mastellari e in parte al senatore Giovanni Agnelli della FIAT. Poi, con un giro d’azioni rimasto sconosciuto, la maggioranza del pacchetto finì nelle mani d’Arpinati. Mentre i direttori cambiavano a seconda degli umori del PNF, (a Monicelli successero Widar Cesarini Sforza nel 1925, Giorgio Pini nel 1928 e Achille Malavasi nel 1930) Arpinati restò il padrone del giornale sino al 1933, quando fu arrestato e inviato al confino. Le azioni finirono a Roma, presso la direzione del PNF, per cui il giornale divenne di proprietà del partito. Furono licenziati tutti i giornalisti arpinatiani e divenne direttore Giorgio Maria Sangiorgi, sostituito nel 1936 da Armando Mazza. Nel 1940 il PNF cedette, ad un prezzo irrisorio, il giornale a Dino Grandi. Giovanni Telesio, già addetto stampa di Grandi quando era ambasciatore a Londra, fu il nuovo direttore.

Dopo il 25 luglio 1943, con la caduta del regime, Mastellari accampò diritti di proprietà sul giornale, sostenendo di essere stato espropriato dal PNF. Grandi - per evitare rappresaglie, essendo stato il principale cospiratore contro Mussolini, alla riunione del Gran consiglio del fascismo - fuggì all’estero e affidò il giornale all’ex deputato liberale Alberto Giovannini*, il quale lo diresse durante il periodo badogliano. Dopo l’8 settembre 1943 i redattori - mentre Giovannini si rendeva irreperibile, perché ricercato dai nazifascisti - decisero di sospendere le pubblicazioni, per non collaborare con l’esercito invasore. Il rinato regime fascista e il comando tedesco obbligarono il giornale a riprenderle il 16 settembre 1943. Il quotidiano - diretto da Pini - uscì per tutto il periodo della lotta di liberazione, pubblicando solo notizie di fonte tedesca tradotte in italiano. Il 20 aprile 1945 uscì l’ultimo numero.

Nel corso del tempo innumerevoli e prestigiosi sono stati e continuano ad essere sia i direttori che i redattori e i collaboratori a vario titolo: Enzo Biagi e Giovanni Spadolini per citarne solo due. Chiunque compia una ricerca storica sulla città, non può fare a meno di consultare anche le antiche raccolte.

Sul sito Storia e Memoria di Bologna è possibile sfogliare integralmente il Resto del Carlino per il periodo 1915-1919 e 1939-1944

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Pini Enrico

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Praduro e Sasso (oggi Sasso Marconi, BO), 19 Luglio 1928

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Documenti
Donne nella Guerra (Le)
Tipo: PDF Dimensione: 130.43 Kb

Testo tratto da: Gida Rossi, Da ieri a oggi: (le memorie di una vecchia zitella), Cappelli, Bologna, 1934. Trascrizione a cura di Lorena Barchetti

Resto del Carlino (Il)
Tipo: PDF Dimensione: 2.08 Mb

Il Resto del Carlino, anno 1 n.1, 20 marzo 1885. Bologna, Società Tipografica Azzoguidi

Sonetti della Sgnera Cattareina (I)
Tipo: PDF Dimensione: 4.18 Mb

Alfredo Testoni, I sonetti della Sgnera Cattareina, Zanichelli, Bologna, 1917. Estratto del capitolo 'La Sgnera Cattareina e la Guerra'.

Gioie di Bologna (Le)
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Le gioie di Bologna - Strenna di Natale e Capodanno - 200 caricature, Stabilimenti Tipografici Riuniti, Bologna, 1919. Illustrazioni di Alfredo(?) Zaffagnini

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