Veronesi Pietro

Veronesi Pietro detto Pirola trai dita

29 Luglio 1859 - 14 Luglio 1936

Note sintetiche

Scheda

Pietro Veronesi (1859 - 1936), rimasto orfano a 7 anni iniziò la sua carriera artistica come fattorino di un fabbro. Con gli anni però si era affezionato al suo mestiere provando molta soddisfazione nella lavorazione del ferro. Purtroppo a causa di un infortunio, nel quale perse il medio e l’indice della mano destra - fatto che gli fece guadagnare il soprannome di “pirola trai dita” - perse la forza necessaria per la presa e dovette cambiare mestiere. In passato aveva già incominciato ad esercitarsi nelle ora libere con la creta e qualcuno dei suoi lavori fu mostrato allo scultore Salvino Salvini (1824-1899) che lo assunse come garzone all’Accademia di Belle Arti.

Visti i suoi progressi Salvini chiese al Municipio una borsa di studio che consentisse al piccolo aiutante di frequentare i corsi: di fronte al rifiuto gli consentì però di assistere alle lezioni come uditore. Anni più tardi non era più uno sconosciuto e umile scalpellino, tanto che iniziò a lavorare il marmo per lo scultore Enrico Barberi (1850-1941) e cominciarono ad affluire le commissioni, sfruttando la sua arte per i monumenti funerari, busti e medaglioni. Una specialità di Pietro Veronesi era quella di essere uno dei pochissimi in Italia a lavorare tutti i tipi di marmo senza l’aiuto di garzoni o aiutanti, facendo sempre tutto da sè: dall’armatura per sostenere la creta, agli imballaggi per la collocazione del suoi lavori; dall’acquisto del marmo alla sua sgrossatura.

Nel 1882-1883 Pietro Veronesi partecipò inoltre al concorso per la realizzazione del monumento commemorativo a Giuseppe Garibaldi nella città di Bologna. Il concorso, indetto fra gli artisti italiani, prevedeva la realizzazione di un monumento equestre in bronzo di almeno 9 metri di altezza per la somma di 60.000 lire. Al concorso parteciparono, oltre al Veronesi, i grandi artisti italiani del tempo tra cui i bolognesi Carlo Monari, Arturo Orsoni, Ettore Sabbioni, Alfredo Neri, Tullo Golfarelli e altri ancora. Pietro Veronesi nell'arco della sua carriera realizzò oltre cinquanta opere per la Certosa di Bologna. Ricordiamo la tomba Gangia nel campo del Chiostro VII; il rilievo, busto e medaglione della stele Berti Pichat nel braccio a ponente della Galleria degli Angeli; il busto e la figura della bambina del cippo Oppi nel braccio sud del Chiostro VI e il monumento a Paolo Atti nel portico sud del Chiostro VI.

Nella pubblicazione L'esposizione illustrata della provincie dell'emilia in Bologna 1888, Pietro Veronesi viene ricordato così:
"Pietro Veronesi il nome d'un ignoto che si rivela, cimentandosi per la prima volta contro i confronti, sempre apparecchiatori di sorprese. Questo giovane, dopo pochi studi preliminari, si applica tradurre in marmo le sculture altrui, ma poi volle tentare di tradurre qualche concezione propria, e ideò il Nerone colla gola trafitta dal pugnale del liberto rimasto fedele, che ora si vede nella nostra Esposizione. E lavorò di polso, modellato con larghezza e con finissima osservazione; ma specialmente pregevole il tecnicismo dello scalpello e del trapano, che il Veronesi adopra con abilità rarissima, non levigando paurosamente come fanno tutti i lavoranti da marmo. Un vero sforzo d'abilità concentrato nella bocca spalancata, dove si vedono tante parti nascoste modellate in modo da sembrare vero. A questo primo tentativo il Veronesi ha fatto seguire una statua, alquanto maggiore del vero, che rappresenta Vercingetorige rinchiuso nel carcere Tulliano per morirvi d'inanizione. Il corpo infelice del patriota steso al suolo, si solleva sul gomito e la mano brancicando incontra un osso umano. E nel buio eterno di quel carcere l'eroe, non abbattuto dagli strazi della fame, e animato dal pensiero di avere salvato la patria dalla vendetta romana, pensa forse che quell'osso scarnato fu parte un giorno di altro eroe, di qualche martire ignorato. Il concetto elevato di quest'opera la migliore promessa data dall'autore, tanto più che per la giusta corrispondenza delle membra, si deve convenire che se ci si trova davanti alla prima opera d'un artista nascente, quest'opera perciò sforza a considerarlo non come un novizio. Sarebbe iperbole dannosa a lui, affermare che egli sia riuscito per intero nel tentativo, ma debito di rivelare il vigoroso principio che potrà condurlo a produrre opere di alto valore. (...) A. Gatti"

Ma l’opera decorativa più nota la realizzò nel 1896 per l’accesso monumentale alla Montagnola dalla nuova via Indipendenza, noto come il 'Pincio' di Bologna. La fontana che venne collocata al centro della scalea, venne modellata da Diego Sarti (1859-1914) e scolpita in marmo di Carrara con Veronesi: dentro una conchiglia sormontata dallo stemma cittadino, una ninfa su un cavallo marino viene assalita da una piovra. Sarti, in considerazione del contributo di Veronesi, fece apporre la sua firma sul marmo insieme alla propria. Il nostro per la Scalea della Montagnola eseguì un rilievo di sua ideazione raffigurante “il ritorno dalla vittoria di fossalta”: una battaglia avvenuta nel 1249, tra lo svevo re Enzo e l'esercito del Comune di Bologna. In diverse pubblicazioni dedicate alla storia 'minore' di Bologna lo scultore viene spesso ricordato, sia per le sue capacità tecniche sia per il carattere bonario e ironico, tipicamente petroniano. Luigi Cervellati così lo descrive nel volume 'Certosa Bianca e Verde' (1967): "Quando la via Rizzoli era ancora un corridoio, dall'alto della buvette Buton, lo scultore Pietro Veronesi la dominava con l'aitanza della sua persona e con la sua vigilante arguzia popolaresca. Non c'era persona che gli passasse accanto senza che l'arguto scultore mormorasse qualcosa sotto i suoi baffoni. Profittando della quasi identica pronuncia che hanno nel dialetto bolognese le parole conte e conto, quando gli passava vicino un preteso conte romagnolo abbastanza mal ridotto, lo scultore diceva: E' un conto sbagliato! Quando passava qualche straccioncella che avrebbe voluto darsi delle arie, lo scultore si arricciava i baffi e, a mò di galanteria, esclamava: Che straccio di splendore! Ma il Veronesi usava a quei tempi una frase ancor più caratteristica per lodare tutto quello che, statua o pittura o persona viva, si mostrasse animato, penetrato da un qualche notevole accento. In questi casi lo scultore Veronesi diceva brevemente: Benissimo, c'è del gas!"

Nel 1888 risultava avere residenza e studio fuori porta Zamboni, al n. 29. Pietro Veronesi morì a Bologna nel 1936, riposa nella Certosa di Bologna, portico est del Nuovo braccio del Chiostro Maggiore, arco 2, al fianco della moglie Rita Cacciari (1866-1945) e della madre Teresa Bianchi (m. 1908).

Carolina Calegari

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