Un cimitero

Un cimitero "che si può chiamare Museo"

1801 - oggi

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Il Campo Carducci nella Certosa di Bologna

Dal canale You Tube "Storia e Memoria di Bologna". Scheda video descrittiva del Campo carducci nella Certosa di Bologna.

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Andrea Emiliani - La Certosa di Bologna
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Il Monumento ossario dei Caduti partigiani, intervista a Giancarlo Consonni

Dal canale You Tube "La Memoria di Bologna". Il Monumento ossario dei Caduti Partigiani nella Certosa di Bologna. Intervista a Giancarlo Consonni dell'Archivio Bottoni - Politecnico di Milano.

DOCUMENTI
Piccol Reno (Il)
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Il Piccol Reno - Foglio settimanale. 1845-1846. Tipografia San Tommaso D'Aquino, Bologna. Repertorio dei testi sulla Certosa di Bologna e di Quirico Filopanti. Trascrizioni a cura di Lorena Barchetti.

Giornale del Segretario
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Giornale del Segretario - Memorie dell'Alunnato. Periodo 1895 - 1897. Manoscritto conservato nel Collegio Artistico Venturoli di Bologna.

Cimitero Comunale di Bologna
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Cimitero Comunale di Bologna. Estratto dalla rivista “Il mondo illustrato – Giornale universale”, Torino, nn. 34, 35, 36, 38, 42, 1847. Testi di Savino Savini, trascrizione a cura di Lorena Barchetti.

Piccol Reno (Il)
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Il Piccol Reno - Foglio settimanale. 1845-1846. Tipografia San Tommaso D'Aquino, Bologna. Repertorio dei testi sulla topografia della Certosa di Bologna. Trascrizioni a cura di Lorena Barchetti.

Nel 1801, in netto anticipo rispetto all’editto napoleonico di Saint-Cloud (promulgato nel 1804 ed esteso all’Italia solo due anni più tardi) con cui si vietarono le inumazioni all’interno dei centri abitati, il soppresso monastero dei certosini di Bologna fu trasformato in un moderno cimitero comunale, rispondente alle più aggiornate istanze igienico-sanitarie, ma anche politico-sociali.
L’istituzione del nuovo cimitero suscitò accese polemiche sulla scelta - a cui nessuna legge ancora obbligava - di un tale “allontanamento” dei defunti dalla città e, soprattutto, sull’opportunità di predisporre “inumazioni di massa” nei campi della Certosa, dove le uniche differenziazioni previste, in ottemperanza ai più moderni principi giacobini di eguaglianza, erano quelle per sesso e per età. Nei primi anni del XIX secolo, Bologna si trovò, per tanto, al centro dell’ampio dibattito ideologico e culturale, che in quel tempo stava assumendo una portata internazionale, sul valore della memoria e sull’importanza dei sepolcri quali exempla virtutis. Presto però la nuova destinazione d’uso dell’antico monastero si rivelò alquanto opportuna sotto diversi punti di vista, in quanto coniugava istanze progressiste e tradizione.

Abbondantemente distante dal centro abitato, il nuovo cimitero rispondeva alle più aggiornate norme igieniche e la sua ubicazione, giusto a metà strada tra la città e il santuraio della Vergine di San Luca - che dal Quattrocento costituiva un imprescindibile riferimento della devozione felsinea -, ne faceva un ideale, quanto ineluttabile, trait d’union tra la dimensione terrena e quella spirituale. Al contempo gli ampi chiostri, scanditi da numerose arcate destinate alla sepoltura di chi in vita si fosse messo in luce “per virtù, per dignità o per qualsivoglia maniera di studi e di arti”, permisero agli aristocratici di mantenere l’antico privilegio di una sepoltura “distinta” che, loro malgrado, furono costretti a condividere con la ricca borghesia, classe emergente della società napoleonica.

Al contrario di altri importanti cimiteri monumentali di inizio Ottocento - tra cui va ricordato in primis il Père Lachaise di Parigi - che erano prevalentemente di ispirazione paesistica, con tombe e monumenti sparsi nella natura, il cimitero di Bologna rappresentò la più compiuta espressione dello spirito neoclassico: costituito da una netta prevalenza di “architettura costruita”, la sua parte monumentale si articolava quasi esclusivamente al coperto in continuità con la tradizione delle sequele di sepolcri nelle chiese, in perfetta consonanza con le istanze filosofico-letterarie di cui il carme foscoliano costituì l’apice. Già nel 1802 era stato previsto che lo spazio cimiteriale - allora organizzato sulla base del grande piano dell’architetto Ercole Gasparini, che aveva quale nucleo di espansione il cinquecentesco Chiostro della Cappella - sarebbe divenuto insufficiente nell’arco di circa un decennio. Dopo gli interventi di Angelo Venturoli che progettò la Sala della Pietà (adattando l’ex refettorio dei certosini e collegandolo alla sottostante cantina attraverso un’ampia apertura ellittica connotata da un’elegante scala a rampe incrociate) e la Sala delle Tombe, lungo ambiente coperto a volta, nel 1822 fu predisposto un importante ampliamento dello spazio cimiteriale attraverso la realizzazione ex novo del grande Chiostro Maggiore. Nei decenni successivi gli architetti Luigi Marchesini e Giuseppe Tubertini proseguirono nell’operazione di adattamento all’uso sepolcrale di ulteriori spazi e lo stesso fecero, nella seconda metà del secolo, Coriolano Monti, Antonio Zannoni e Antonio Dall’Olio.
Nel primo Novecento il camposanto si sviluppò soprattutto ad est dove vennero realizzati significativi interventi architettonici che costituiscono un’espressione tarda e affascinante del gusto eclettico: negli anni Venti fu aperto un nuovo ingresso monumentale ad opera di Roberto Cacciari ed Enrico Casati e nel 1933 fu inaugurato il sacrario dei caduti della Grande Guerra (progettato da Filippo Buriani e terminato da Arturo Carpi), realizzato intorno al grandioso monumento di Giulio Ulisse Arata dedicato ai caduti per la rivoluzione fascista ed inaugurato appena un anno prima. L’esigenza della celebrazione dei caduti si ripropose, purtroppo, un ventennio più tardi. Nella seconda metà degli anni Cinquanta, ad opera di Piero Bottoni, fu eretto un singolare monumento ossario dedicato ai caduti partigiani, opera neocorbusieriana imponente e di forte impatto visivo.
Come più volte è stato rilevato, il Cimitero della Certosa di Bologna conserva una delle grandi raccolte di scultura degli ultimi due secoli, in particolare contiene la più ricca esposizione di arte neoclassica italiana e non è difficile immaginare come, soprattutto nei primi decenni dell’Ottocento, costituisse una sorta di importante “cantiere-museo” che favoriva scambi e confronti tra i numerosi architetti, plasticatori e pittori impegnati nella celebrazione della memoria dei bolognesi illustri. Non deve dunque stupire se la Certosa venne definita dallo scrittore Aleksandr Turgenev un "Cimitero che si può chiamare museo" (1834).
Nei primi tre lustri del XIX secolo, in ottemperanza alla tradizione pittorica e scenografica felsinea, i sepolcri ricavati negli archi del Chiostro della Cappella vennero ornati in prevalenza da pittori. Un fenomeno, questo, forse unico al mondo, che si risolse in favore della scultura a partire dalla metà degli anni Dieci per ragioni concomitanti: in primis a causa della difficile conservazione di tali opere ubicate all’aperto, ma anche a seguito di un lento mutamento di gusto in direzione neoclassica alla cui attuazione, nel capoluogo emiliano, si era fortemente dedicato il letterato piacentino Pietro Giordani che, dal 1808 al 1815, aveva ricoperto il ruolo di prosegretario della storica Accademia di Belle Arti di Bologna. In seguito, infatti, furono soprattutto i plasticatori locali, sufficientemente aggiornati sulla grande scultura funeraria neoclassica (ed in specie canoviana) e al contempo abbondantemente rispettosi degli stilemi e del virtuosismo tecnico peculiari della tradizione tardobarocca felsinea, ad aggiudicarsi la maggior parte delle commissioni relative ai monumenti da realizzarsi alla Certosa.
Come tutti i cimiteri monumentali, anche quello di Bologna costituisce, per chiunque si appresti allo studio della scultura dell’Ottocento e del Novecento, un osservatorio privilegiato. Se, infatti, agli inizi del XIX secolo gli scultori avevano alcune altre occasioni di lavoro in chiese e in residenze signorili, in seguito tali possiblità andarono progressivamente scemando e, se si escludono i monumenti pubblici delle epoche postunitaria e postbellica, la scultura ebbe pochi altri luoghi di concretizzazione.
L’elenco degli artisti – alcuni di notorietà internazionale, altri di fama unicamente locale – che hanno arricchito il cimitero bolognese è lunghissimo e, in questa sede, ci si può solo limitare ad evidenziare, attraverso la loro opera, l’evoluzione degli stili e del gusto, espressione del susseguirsi delle mutazioni sociali e culturali.
Nei primi decenni dell’Ottocento le opere funerarie apparivano soprattutto esemplificative del singolare connubio, tutto bolognese, tra la volontà di adeguamento iconografico ai grandi modelli neoclassici e un attaccamento ad oltranza nei confronti della tradizione artistica locale basata sulla ricchezza materica e sui valori scenografici di derivazione barocca. Solo nell’inoltrata età della Restaurazione, si assistette ad una semplificazione formale di matrice purista, perfettamente in linea con le coeve istanze politicoculturali, che si accompagnava ad una sempre più diffusa prevalenza dei simboli religiosi in sostituzione di quelli laici e massonici. Tale tendenza stilistica, nella seconda metà del secolo, si fuse ad una rappresentazione realistica della vita e della morte che determinò una nuova, anche se diversa, eclissi dell’iconografia religiosa: il monumento funerario divenne soprattutto un importante mezzo di autocelebrazione della moderna classe imprenditoriale, attraverso cui era palesato il successo economico raggiunto. Verso la fine del secolo, l’emergere delle tendenze simboliste, da leggersi nell’ambito della generale crisi delle certezze positiviste e del diffuso sviluppo di nuovi orientamenti spiritualisti di marca decadente, favorì l’affermazione di figurazioni, di carattere sia religioso che profano, connotate da un’aura ambivalente e misticheggiante cui sovente si coniugavano le valenze simboliche e cariche di mistero tipiche del repertorio floreale profuso negli eleganti monumenti liberty.
A partire dal primo dopoguerra si impose la volontà di celebrazione dell’amor patrio e dell’eroismo, che si concretizzò soprattutto nei grandiosi monumenti dedicati ai caduti, sintesi eccelse di architettura e scultura. Per tutto il Ventennio si affermarono modelli e stile di reminiscenza classicista, quasi a gettare un ponte ideale tra i tempi moderni e l’antichità romana a cui la coeva cultura italiana faceva risalire le proprie origini e a cui direttamente intendeva ricollegarsi. Anche in un “luogo della memoria” come la Certosa sovente si esaltarono, con grande sinteticità formale, concetti traboccanti di vitalità come la sanità fisica e lo sport. A prevalere, nel secondo dopoguerra, furono invece temi laici e sociali diversi, quali il lavoro e gli orrori delle tragedie belliche da poco vissute.
Più di recente si è andata affievolendo la prassi della realizzazione di importanti monumenti funerari in favore di uno sviluppo architettonico generalmente indifferenziato che meglio corrisponde alla contemporanea esorcizzazione della morte e al conseguente e diffuso disinteresse per i luoghi e il culto della memoria. Lo storico cimitero di Bologna, come molti altri, sembra aver perduto così le valenze di “cantiere artistico” e di “museo in divenire” che lo hanno connotato fin dalla sua istituzione.

Emanuela Bagattoni

Testo tratto dal catalogo della mostra "Luce sulle tenebre - Tesori preziosi e nascosti dalla Certosa di Bologna", Bologna, 29 maggio - 11 luglio 2010.

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