MULTIMEDIA
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Stefano Gobatti - Elegia da "Massias"

Stefano Gobatti (1852-1913), Elegia da "Massias". I Musici dell'Accademia. Direttore: Luigi Verdi. Certosa di Bologna, Sala del Colombario, 14 ottobre 2010. Trascrizione per archi di Luigi Verdi.

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Adorate le stelle che non passano mai

Da You Tube: sintesi della rassegna in Certosa "Adorate le stelle che non passano mai", edizione 2009. Interventi di Gian Mario Anselmi, Fra Paolo Garuti. Coro Arcanto, Coro Verdianeum.

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Farinelli

Carlo Broschi detto Farinelli: Inter flores. Certosa di Bologna, Sala del Colombario, 14 ottobre 2010. I Musici dell'Accademia. Direttore: Luigi Verdi. Trascrizione per archi di Luigi Verdi

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Vincenzo Vela - Monumento Murat

Vincenzo Vela, Monumento Murat, 1865. Certosa di Bologna, sala del Colombario.

DOCUMENTI

Si data al 1833 l’avvio del grandioso cantiere della Sala del Colombario, progettata da Luigi Marchesini (1796-1882), il cui nome originario era però quello di Galleria a Tre Navate. Il grandioso corpo architettonico viene completato molto più tardi ma verrà mantenuta la severa partitura architettonica che riprende temi e volumi dalle rovine dell’antichità, in particolar modo da quelle romane delle Terme di Caracalla e della Basilica di Massenzio. Diversamente dal ricco sviluppo planimetrico e di alzato, la decorazione architettonica risulta semplicissima, differenziandosi al gusto più ornatistico di Ercole Gasparini (1771-1829), anch’egli attivo in Certosa nei primi due decenni dell’Ottocento.
Nel 1878, a levante del Colombario, inizia la realizzazione della Corsia, “compresa fra la galleria del Colombario a mezzogiorno e la cella della Nobile Famiglia Pepoli a tramontana”, come recita il Capitolato per l’appalto redatto il 20 giugno e, conservato nel ricchissimo Archivio Storico Comunale. Il tecnico incaricato, Antonio Dall’Olio (1836-1925), concluderà il lavoro nel 1882: sulla base dei disegni di Monti ed ispirandosi a quanto si andava costruendo in quegli stessi anni, attinge al repertorio eclettico in modo che la Corsia possa felicemente integrarsi con le strutture architettoniche precedenti e possa servire come trait d’union alle future costruzioni che si erigeranno nelle aree circostanti, man mano che questa “grande casa dei morti”, per citare Carducci, s’ingrandisce.

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