Scheda

Nel 1866 il pittore Pietro Poppi (Cento, 1833 - Bologna, 1914) avvia insieme a Roberto Peli la ditta Peli, Poppi & C. con sede in via San Mamolo 102: a distanza di un anno Poppi risulterà poi partecipare anche allo Stabilimento Fotografico dell'Emilia, fondato nel 1865, cui risulterà proprietario a partire dal 1869. La cultura artistica di Poppi fu fondamentale nell'indirizzare la specializzazione della ditta verso l'ambito delle descrizioni urbane e delle riproduzioni di opere d'arte. Scorrendo i titoli delle fotografie coi numeri inventariali più antichi attribuiti dalla ditta agli scatti, si osserva una netta preponderanza di vedute urbane e di opere scultoree del cimitero della Certosa: tutti soggetti di forte attrattiva estetica ed intellettuale per un pittore.
Sull'attività prettamente artistica di Pietro Poppi è utile rievocare le parole di Renzo Grandi il quale scrisse come “in Accademia per un solo anno aveva frequentato, diciassettenne, i corsi di ornato, presentato da Francesco Cocchi: senza lasciarvi altra traccia notevole. La prima segnalazione è del Bellentani nel '55 per una 'Nebbia autunnale'; nel '56 un più notevole 'temporale' mostra quanto gli abbiano fruttato i consigli e l'esempio del Fontana. Ma già a seguire dall'anno dopo prevalgono temi senza lustri romantici, come la 'campagna lambita da corrente di fiume' e il 'Paese nelle vicinanze di Bologna', che sembrano suggerire un desiderio maggiore di obiettività, di aderenza ad un vero più castigato o solo fedele. (…) In questo momento il Poppi può dirsi pittore affermato, se la 'campagna' risulta acquistata, già al 1857, dalla principessa Letizia Murat Pepoli.”
Solo dopo qualche anno dall'avvio dell'attività imprenditoriale si assiste ad un investimento economico per diffondere il proprio lavoro: nel 1871 viene pubblicato il primo catalogo, contenente 400 immagini con vedute di Bologna e Ravenna e della Regia Pinacoteca, ora Pinacoteca Nazionale. Il catalogo si impose sia per la qualità esecutiva sia per le dimensioni piuttosto notevoli dei positivi, 21 x 27 cm. Nel 1879 aumentano le ambizioni, e viene realizzato un nuovo catalogo in lingua francese, contenente foto di dimensioni 36 x 45 cm che riprendevano non solo il territorio locale, ma anche le città di Ferrara, Ravenna e Urbino.
La consacrazione nazionale avviene nel 1888 in occasione dell'Esposizione Emiliana di Bologna: non solo fu nominato unico concessionario fotografico della manifestazione, ma si aggiudicò anche la medaglia d'oro e un premio speciale da parte della regina d'Italia. Tale podio valse ulteriori riconoscimenti e commissioni di rilievo, tra cui nel 1889 il titolo di Fotografo governativo per la Repubblica di San Marino e la medaglia d'argento all'Esposizione italiana di Architettura di Torino nel 1890. Il vastissimo repertorio di immagini realizzato nel corso dei decenni costituisce oggi una fonte primaria per comprendere il volto urbano della città di Bologna nell'Ottocento. Diversamente, fu scarsa l'attenzione verso i ritratti fotografici, ambito in cui si specializzarono altre aziende bolognesi, quali la Sorgato, Angiolini e Lanzoni.
Le fotografie giunte fino a noi coprono il periodo che va dal 1867 ai primissimi anni del '900 e documentano una città molto diversa da quella attuale, nel momento di radicale trasformazione economica, architettonica e urbanistica dopo l'Unità d'Italia, da città medievale ancora cinta dalle sue mura trecentesche ad un moderno agglomerato urbano in espansione verso la campagna. Le foto della fotografia dell'Emilia costituiscono ancora oggi un mezzo fondamentale per comprendere visivamente un momento cruciale dello storia di Bologna.
Nel 1907 Pietro Poppi, ormai anziano, cede l'azienda a Luigi Monari e Armando Bacchelli e questi la cederanno a loro volta, fino a che nel 1921 viene registrata la chiusura definitiva dell'azienda. Nel 1940 l'ultimo proprietario, Alfonso Zagnoli, vendette l'intero fondo di lastre e positivi alla Cassa di Risparmio di Bologna, consentendo così di salvare il più importante fondo fotografico ottocentesco della città.

Per comprendere l'entità del fondo conservato presso le Collezioni d'Arte e di Storia della Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna è utile riportare le parole messe a stampa da Giancarlo Roversi nel catalogo edito dalla stessa Fondazione nel 1980.
“Complessivamente le schede compilate assommano a 3212. Di esse 2139 riguardano Bologna che egemonizza la raccolta con un 66,59% che sale al 70% se vi si comprendono alcuni gruppi della sezione Miscellanea come le 38 immagini dell'Esposizione Emiliana del 1888 (schede nn. 2954-2991) e le 75 della Mostra d'Arte sacra in S. Francesco (schede nn. 2992-3066), tutte di estrazione prettamente bolognese (ma, di rigore, si potrebbero aggiungere anche le immagini di altri gruppi della stessa sezione). Una percentuale così massiccia si spiega anche con la diaspora di parte dell'archivio della 'Fotografia dell'Emilia' durante la sua trentennale appartenenza ad Alfonso Zagnoli allorché numerose lastre relative a varie città dell'Italia centro-settentrionale in cui Poppi operò vennero disperse, distrutte o cedute a fotografi delle singole località ove potrebbero ancora trovarsi. Mancano infatti all'appello le fotografie di città quali: Arezzo, Bergamo, Brescia, Camerino, Crema, Cremona, Fidenza, Firenze, Lucca, Milano, Padova, Pavia, Perugia, Pisa, Pistoia, Prato, Roma, Siena, Treviso, Udine, Urbino, Venezia, Verona, Vicenza e qualche altra per un totale di oltre 500 pezzi solo rispetto al catalogo del 1888. Città tutte ritratte in gruppi più o meno cospicui di vedute, di cui chi scrive possiede molti esemplari originali su carta albumina ricevuti in dono nel 1965 dai pittori-fotografi Giuseppe e Alessandro Vettori. Miglior sorte ebbero le lastre riguardanti le località dell'Emilia Romagna anche se il salasso fu ugualmente notevole. Oggi con 613 pezzi conservati (schede nn. 2282-2894) rappresenta appena il 19% dell'intera raccolta. (…) Le immagini di località della provincia di Bologna (schede nn. 2140-2281) ammontano a 142 e costituiscono solo il 4,4% della raccolta nella sua globalità. Anche per esse si è verificata una dispersione non indifferente anche se meno sensibile di quella avvenuta per le altre città appena ricordate. (…) Le perdite subite sono infatti assai gravi. Per averne un'idea basta dare un'occhiata al CP/2 del 1888 oppure ai numeri piuttosto alti di catalogo di talune fotografie posteriori. Numeri che tuttavia non debbono trarre in inganno e far pensare a perdite immani. Val la pena ribadire che l'archivio Poppi non ha mai toccato i 12.000 e passa pezzi. (…) La ragione che induceva in passato i fotografi a 'biffare' e a eliminare molte vecchie lastre dipendeva dal fatto che le immagini in esse raffigurate non erano più lo specchio fedele del volto di un edificio o di una città; un volto, quest'ultimo, che mutava in fretta e che faceva invecchiare le fotografie, provocandone l'immancabile obsolescenza. Era, in sostanza, abbastanza scarsa in molti dei vecchi fotografi una mentalità 'filologica' tale da stimolarli a conservare le lastre 'antiquate' di edifici o luoghi trasformati al fine di documentare ai posteri una situazione non più riscontrabile.”

Roberto Martorelli

Il fondo Poppi è pubblicato integralmente nel sito delle Collezioni d'Arte e di Storia della Cassa di Risparmio in Bologna.

Bibliografia: Franco Cristofori e Giancarlo Roversi (a cura di), Le fotografie. 1- Pietro Poppi e la fotografia dell'Emilia, Bologna, Cassa di Risparmio in Bologna, 1980; Renzo Grandi (a cura di), Dall'Accademia al vero - La pittura a Bologna prima e dopo l'Unità, catalogo della mostra, Bologna, 1983; Giuseppina Benassati, Angela Tromellini (a cura di), Fotografia & fotografi a Bologna, 1839-1900, catalogo della mostra, Casalecchio di Reno, Grafis, 1992

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