Monumento di Steno Torchi

Monumento di Steno Torchi

1923

Scheda

I cimiteri sono luoghi pieni di storia. Persone e fatti si sedimentano in questi spazi, manifesti e specchi della città vivente. Bologna non si sottrae a questa legge universale, e passeggiando nella necropoli della cittadina felsinea possiamo incontrare episodi, personaggi, uomini e fanciulli vissuti nel passato del capoluogo emiliano. Tra le pieghe della storia della Certosa, nel Chiostro IX, è nascosta la vicenda del quattordicenne Steno Torchi, dilaniato da una bomba trovata e raccolta all'indomani della Prima Guerra Mondiale. Le memorie di tutte le guerre sono ben incise nei cimiteri, sia nelle storie individuali, come quella di Steno e delle migliaia di deceduti che ogni conflitto porta ineluttabilmente con sé, sia nei monumenti collettivi o commemorativi. In particolare, l’epigrafe dedicata al giovane Steno racconta la guerra, l’elevato tasso di mortalità infantile dell'inizio del ventesimo secolo, il mondo angoscioso della morte.
La frase dell’epigrafe cogli altri via rivolati due piccoli miei svela che la madre aveva perso già due figli, prima della morte di Steno. Ciò che oggi appare una terribile sciagura, però, all’epoca era tristemente frequente, tragicamente quotidiano. All’inizio del XX secolo il tasso di mortalità infantile era altissimo (il numero dei morti in Italia da 0 a 5 anni nel periodo tra 1870 e 1920 si aggira intorno ai 260mila), e le differenze in base alle condizioni economiche e culturali della famiglia del nascituro erano poche: mors aequo pulsabat pede tra i bambini del popolo analfabeta e tra i figli delle famiglie nobili. Ma l’epitaffio di Steno racconta soprattutto la terribile vicenda della morte di questo ragazzo in un modo che sarebbe impensabile oggi. Il sentimentalismo con cui è affidata ai posteri la memoria del giovane scomparso, destinato a rimanere per sempre un bambino caro ai maestri / indulgenti per il cuore tuo bello, è nostalgico, malinconico e allo stesso tempo realistico. La giovialità del ragazzo in vita, e le tragiche circostanze della sua morte sono raccontate esplicitamente. Quest’aspetto della descrizione dettagliata non è per nulla raro nelle tombe ottocentesche e della prima metà del ‘900, un’epoca in cui il cordoglio si rispecchia nella testualità delle iscrizioni funebri. La situazione muta a partire dalla Seconda Guerra Mondiale, si opta per tombe più discrete, che non vogliono farsi notare (basti pensare alle steli appiattite dei cimiteri odierni e al fatto che il monumento sia stato progressivamente abbandonato in favore della lapide, o, al massimo, della cappella).
Il grande rilievo bronzeo che decora il sepolcro dedicato a Steno Torchi nel 1923, opera di Alfonso Borghesani, narra la vicenda anche iconograficamente, con una figura maschile, allegoria del Male, che offre la bomba al fanciullo, e un grande angelo, rappresentante il Bene, che lo accoglie nell’aldilà. Attraverso questo monumento il volto e la voce di Steno continueranno a vivere per sempre tra i corridoi e le arcate della Certosa.

Genny Bronzetti

Gennaio 2013

Testo tratto da: R. Martorelli (a cura di), La Certosa di Bologna - Un libro aperto sulla storia, catalogo della mostra, Tipografia Moderna, Bologna, 2009

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