La necropoli etrusca nel cimitero comunale della Certosa

La necropoli etrusca nel cimitero comunale della Certosa

1869

DOCUMENTI
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A route to discover the Etruscan city in the modern Bologna.

La presenza di un sepolcreto di età etrusca nell’area dell’ex convento della Certosa fu riconosciuta, nel 1869, in maniera del tutto fortuita, con la scoperta di una tomba durante i lavori per la costruzione di un sepolcro nel “Chiostro delle Madonne”.
I numerosi oggetti etruschi rinvenuti sporadicamente e a più riprese fin dal 1801 nell’area cimiteriale, soprattutto nel “Campo degli Spedali”, non avevano mai destato particolare interesse negli archeologi dell’epoca. Il primo a comprendere la reale importanza archeologica della zona fu Antonio Zannoni, che, come ingegnere dell’Ufficio tecnico municipale, fu prontamente chiamato a supervisionare il rinvenimento di un pozzetto contenente una cista di bronzo. Da quel momento Zannoni si convinse della necessità di esplorare la zona e nel dicembre del 1869 diede avvio a quello che avrebbe rappresentato il primo scavo sistematico di una necropoli etrusca a Bologna e l’inizio di una grande stagione di esplorazioni archeologiche, che, negli anni immediatamente successivi, avrebbero rivelato la presenza di una sequenza pressoché ininterrotta di tombe etrusche lungo l’attuale via A. Costa, ad occidente della città.
Lo scavo nella Certosa durò quattro anni e venne forzatamente interrotto nel 1873 per il mancato rinnovo dei finanziamenti comunali, forse causato dai pessimi rapporti che ormai intercorrevano tra Zannoni e G. Gozzadini, presidente della Deputazione di Storia Patria per le Province di Romagna e consigliere comunale. Alla sospensione dei lavori le tombe portate alla luce erano 417, distribuite tra il “Campo degli Spedali”, il “Campo dei Cholerosi”, il “Chiostro degli Angeli”, la Chiesa di San Girolamo, le Cappelle e le Sale ad essa adiacenti. Tuttavia Zannoni era convinto che ancora molte fossero le zone degne di essere indagate, la maggior parte delle quali erano però occupate da edifici moderni.
Nonostante l’incompletezza, quella della Certosa è la necropoli di fase felsinea più estensivamente esplorata della città, quella che ha restituito il maggior numero di tombe, ma anche quella che è stata meglio scavata e documentata, grazie alla lungimiranza scientifica di Antonio Zannoni. Egli annotò minuziosamente tutti i dati individuati sul terreno, redasse piante generali e parziali, utilizzò per la prima volta la fotografia come documento di scavo, e, pratica non banale all’epoca, raccolse il materiale mantenendolo diviso per corredi. Tutta questa documentazione confluì poi nei monumentali volumi de Gli scavi della Certosa (1876-1884), ancora oggi una pietra miliare nella conoscenza della Bologna etrusca.
Tutta questa massa di dati ha consentito sinora di tracciare un profilo piuttosto preciso del sepolcreto dal punto di vista della cronologia, della topografia e del rito funebre, ma comincia ad essere utilizzata anche per arrivare a comprendere aspetti ben più complessi e labili, come la ritualità correlata alla morte e al seppellimento, l’articolazione sociale e politica dei gruppi che deponevano i propri defunti in questa necropoli, fino alla concezione che della morte avevano gli Etruschi di Felsina.
Le tombe rinvenute nella Certosa erano suddivise in quattro gruppi, distinti in senso est-ovest da un ampio spazio libero, e in senso nord-sud da una strada pavimentata con ghiaia larga 15 metri, di cui 11 di sede carreggiabile e i restanti occupati da due ampi fossi di scolo.
Questa strada, la cui monumentalizzazione ad opera della compagine cittadina si deve probabilmente collocare tra il 540 e il 530 a.C., costituiva l’ultimo tratto dell’importantissimo percorso viario che metteva in comunicazione Bologna con l’Etruria Tirrenica attraverso la Valle del Reno e che attraversava una vasta area destinata alla deposizione dei defunti fin dall’inizio dell’VIII sec. a.C. La sua sistemazione determinò quindi uno sviluppo strutturato dei diversi sepolcreti che via via si andavano estendendo ai suoi lati, con le tombe rigorosamente disposte in ordinate file parallele rispetto all’asse viario, secondo un ordine gerarchico che prevedeva la sistemazione delle sepolture di maggior prestigio in prima fila, a ridosso del ciglio stradale. Con questo tipo di assetto la città intendeva esibire, a chi vi si avvicinava, le capacità organizzative, economiche e culturali raggiunte.
Dei quattro gruppi in cui si dividono le tombe della Certosa, i due più consistenti sono quelli posti a nord della strada, vale a dire il I e il III, sebbene per entrambi non sia accertata l’attendibilità dei limiti. Se infatti del I gruppo Zannoni non poté verificare il limite orientale, rimasero forzatamente inesplorati anche i limiti occidentale e settentrionale del III. Quanto agli esigui gruppi collocati a sud della strada, non è escluso che anticamente formassero un’unica area di sepoltura, in virtù della presenza, mai accertata, di altre deposizioni distribuite lungo l’intero margine viario. In tutti i gruppi sono attestati tanto il rito dell’incinerazione, quanto quello dell’inumazione, con una netta prevalenza del secondo, che ha un’incidenza di circa due terzi sul totale delle deposizioni. L’utilizzo dei due riti sembra prescindere da scelte topografiche, dal momento che le tombe ad incinerazione sono mescolate a quelle ad inumazione, senza evidenti criteri di selezione dello spazio, tranne alcuni casi, in cui s’individuano nuclei omogenei per cronologia, rito funebre e struttura, che inducono a pensare alla presenza di raggruppamenti famigliari e/o sociali. Ai due riti sono associate varie tipologie di strutture tombali, alcune delle quali sono indifferentemente impiegate per l’uno o per l’altro rituale. Le tipologie comuni ad entrambi sono la semplice fossa scavata nel terreno e la fossa con apprestamenti lignei, costituiti da un’intera cassa o da un semplice assito posato sul fondo. Esclusivamente correlate all’inumazione sono i tipi tombali di maggiore impegno strutturale, vale a dire la fossa con apparato ligneo e copertura in ciottoli e la fossa con rivestimento interno e copertura in ciottoli. Proprio delle incinerazioni è invece il pozzetto, il più delle volte semplice, solo in pochi casi foderato di ciottoli.
Considerando la distribuzione spaziale di queste diverse tipologie, si nota come quelle dai caratteri più monumentali, e generalmente quelle più antiche, siano prevalentemente collocate nei pressi della strada sepolcrale, che fungeva da polo d’attrazione per la sepoltura dei defunti appartenenti ai gruppi elitari. Analoghi raggruppamenti di tombe notevoli si riscontrano anche nella parte estrema del sepolcreto, quasi a marcare i due termini dello spazio destinato alla sepoltura.
Sulla base dei materiali che compongono i corredi è possibile definire l’utilizzo della necropoli Certosa entro un arco temporale che va dalla fine del VI agli inizi del IV sec. a.C. All’interno di questo lungo periodo, la preferenza nei confronti di uno dei riti funebri o di una delle tipologie tombali sembra variare sia su scala cronologica, sia in conseguenza della progressiva evoluzione dell’ideologia funeraria e dell’organizzazione sociale della città. Sembra perciò di ravvisare una prevalenza di incinerazioni in grande fossa tra la fine del VI e la metà del V sec., fase alla quale segue un momento di generale contrazione del sepolcreto, in cui tuttavia spiccano alcune inumazioni in fosse monumentali con apprestamento ligneo o rivestimento e copertura di ciottoli. Dalla seconda metà del V si afferma la cremazione in pozzetto, tipologia che è spesso stata messa in relazione con una nuova concezione salvifica dell’oltretomba, su cui interviene verosimilmente l’introduzione dal mondo ellenico del culto e dei misteri di Dioniso.
Ogni tomba è destinata ad ospitare un solo defunto accompagnato dagli oggetti di corredo. Delle 417 sepolture rinvenute nella Certosa, circa la metà conservano totalmente o in parte il corredo. Le restanti ne erano già prive al momento della scoperta, a causa di antiche spoliazioni, oppure non è più possibile attribuire loro con certezza materiali ancora conservati in Museo ed etichettati come senza provenienza.
Il complesso degli oggetti che accompagnano il morto allude indistintamente al consumo del vino e del cibo nell’ambito del simposio e del banchetto, aspetti fondamentali dell’ideologia funeraria etrusca. Ciò che si intende sottolineare attraverso di essi è il particolare status sociale ed economico del defunto, capace in vita di consumare e offrire la preziosa bevanda, e, dopo la morte, di continuare questa pratica nell’aldilà. Variano invece considerevolmente la composizione del corredo e l’associazione degli oggetti, in relazione a rituali di seppellimento diversificati a seconda del rito funerario, della struttura tombale, dell’epoca, dell’articolazione sociale ed economica della comunità e, non ultimo, del sesso, dell’età e delle scelte individuali della persona.
Il banchetto è dunque generalmente evocato da un grande vaso contenitore per il vino, come un’anfora o un cratere di produzione greca; da un vaso per berlo, come una kylix o uno skyphos attici; da vasi per versarlo, come brocche di varie tipologie, in ceramica attica o in bronzo di fattura etrusca; da una serie di strumenti per prepararlo, quali colino, mestoli, attingitoi di diverse capienze, di solito in bronzo. Allo svolgimento del banchetto si riferiscono poi i candelabri di bronzo e i tavolini e gli sgabelli di legno, elementi dell’arredo domestico, nonché le pedine e i dadi, funzionali ai giochi tipici di queste occasioni.
Questa serie di oggetti si ritrova ugualmente nelle tombe maschili e in quelle femminili, e una siffatta standardizzazione rende spesso piuttosto difficile il riconoscimento del genere del defunto. Pochi sono infatti gli oggetti ad esclusivo appannaggio dell’uno o dell’altro sesso, anche in conseguenza di un palese divieto rituale, propriamente bolognese, di deporre armi nelle tombe maschili. Le sepolture maggiormente riconoscibili diventano così quelle femminili, i cui elementi connotativi sono le parures di gioielli, gli strumenti per la filatura e la tessitura – conocchie, fusaiole e rocchetti – e gli oggetti da toilette insieme ai loro contenitori – specchi, vasetti per oli profumati, piccoli strumenti, ciste e cassettine. Altrettanto problematica è l’individuazione delle distinzioni di età, poiché spesso mancano segni di differenziazione tra adulti e bambini.
Le modalità di deposizione del corredo si diversificano ovviamente rispetto al rito funebre e alla struttura tombale. Nelle inumazioni gli oggetti si distribuiscono lungo il fianco sinistro del corpo, disteso supino con la testa a ovest, e deposto vestito o avvolto in una sorta di sudario. Di frequente il defunto reca in una mano un pezzetto informe di bronzo – l’aes rude – che fungeva da “obolo di Caronte” per agevolare il viaggio nell’aldilà, mentre piuttosto rare sono le offerte di cibo. Quanto alle incinerazioni, vi è una considerevole distinzione tra cremazioni in fossa e cremazioni in pozzetto. Nelle prime i resti del corpo, raccolti in un tessuto, giacciono presso il lato meridionale della fossa, laddove il corredo si concentra a nord. Nei pozzetti le ossa del defunto sono poste in un ossuario, costituita da un vaso ceramico di produzione locale, da un cratere attico figurato, o da una cista cordonata di bronzo. Da un pozzetto, la tomba n. 68, proviene anche la straordinaria situla in bronzo decorata a sbalzo da registri figurati, nota come “Situla della Certosa” e databile alla prima metà del VI sec. a.C., che, dopo essere stata conservata per quasi un secolo, venne riutilizzata come contenitore delle ceneri in una sepoltura femminile del primo quarto del V sec. Accanto all’ossuario, in queste tombe il corredo è di regola scarsissimo, se non addirittura assente.
La maggior parte delle tombe doveva essere indicata fuori terra da un segnacolo, costituito in prevalenza da un ciottolone di fiume o da una sfaldatura d’arenaria. Scarsamente attestati nella necropoli Certosa, rispetto agli altri sepolcreti coevi, sono i segnacoli di maggior impegno scultoreo e monumentale, vale a dire i cippi e le stele in arenaria. La loro ridotta incidenza sulla totalità delle tombe, che si quantifica in un 10%, è verosimilmente da attribuire alla posizione del sepolcreto della Certosa, il più lontano dall’area dell’abitato, e quindi quello in cui inferiore era la spinta alla monumentalizzazione, in confronto ad aree di deposizione più vicine alla città, dove il numero di stele e cippi è ben più considerevole.
I cippi, più frequenti tra la fine del VI e la prima metà del V sec., sono costituiti da un grande elemento sferico impostato su un basamento quadrangolare, decorato agli angoli da protomi d’ariete. Le stele possono avere forma pseudo-rettangolare superiormente arrotondata o presentare la cosiddetta forma “a ferro di cavallo”, peculiare ed esclusiva di Bologna. Sono decorate a bassorilievo con scene figurate disposte su uno o più registri, che provengono dalla tradizione locale così come dal repertorio iconografico greco. Le immagini più frequenti sono la rappresentazione del defunto a tutto campo, il viaggio verso l’aldilà su carro, il “prelevamento” del morto da parte di demoni ultraterreni, fino alla raffigurazione dei giochi funebri celebrati in onore del defunto sulle stele di maggior impegno e dimensione. Un solo frammento di stele nella Certosa recava il nome del defunto iscritto, elemento per altro assai raro ed esclusivo anche sulle stele degli altri sepolcreti.

Marinella Marchesi

 

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