La confisca dei beni ecclesiastici

La confisca dei beni ecclesiastici

27 dicembre 1796 | 7 luglio 1866

Scheda

A partire dalla metà del XVIII secolo si era venuta consolidando in tutta Europa una mentalità culturale favorevole alla soppressione delle congregazioni religiose e all’incameramento dei loro beni: la Rivoluzione Francese poi, esasperando il laicismo dei philosophes, vedeva nei religiosi dei nemici: essi infatti non soltanto erano per lo più sostenitori della monarchia, ma lo stesso abito che portavano era segno di una disuguaglianza, cioè di un privilegio che doveva essere abolito; l’essere membri di una comunità non poteva che essere sentito in contrasto con uno Stato che riconosceva soltanto i diritti dell’individuo, aboliva le corporazioni e limitava pesantemente il diritto di associazione; anche i voti religiosi che i religiosi avevano professato venivano considerati come una violazione dei diritti personali.

D’altra parte, dietro la soppressione degli ordini religiosi stavano anche motivazioni di carattere economico, maturate nei decenni precedenti, che la Rivoluzione portò a un punto di rottura: la politica dei sovrani illuminati e i nuovi compiti assegnati allo Stato richiedevano infatti maggiori disponibilità finanziarie e gran parte delle tensioni innescate dalla crisi delle società d’ancien régime si erano infine scaricate sulla consistenza e sul peso economico e sociale dei beni della Chiesa. A questa dinamica non poteva essere estranea Bologna, una città che, con poco più di 70.000 abitanti, contava una settantina fra conventi e monasteri, spesso assai provvisti di beni temporali, con un migliaio di frati e monaci, altrettanti sacerdoti e più di 600 monache professe.

Così il 27 dicembre 1796, appena sei mesi dopo l’ingresso del generale Bonaparte a Bologna, il Senato cittadino ordinava di sopprimere tutti i monasteri con meno di 15 individui bolognesi; inoltre ogni ordine religioso poteva avere in città un solo monastero; venne infine data facoltà al Senato di sopprimere o riunire i monasteri femminili, che furono anche obbligati a porre all’asta i loro beni. Ai religiosi bolognesi dei monasteri soppressi venne data una pensione (per altro pagata utilizzando i beni ecclesiastici), mentre quelli “forestieri” vennero semplicemente cacciati dalla città. In base a questa legislazione, tra 1796 e 1799 furono soppressi oltre 40 istituti religiosi. L’8 giugno 1805 un altro decreto soppresse i conventi con meno di 24 individui, imponendo altresì il numero chiuso di conventi e di religiosi in tutto il territorio del Regno: in città rimasero aperti 12 conventi, spesso costretti ad ospitare altre comunità religiose.

Infine, con decreto del 25 aprile 1810, Napoleone soppresse tutti gli “stabilimenti, corporazioni, congregazioni, communità ed associazioni ecclesiastiche di qualunque natura e denominazione” eccettuate le suore di carità e poche altre congregazioni aventi finalità educative e vietò a chiunque “di vestir l’abito di veruno ordine religioso”. L’azione contro monasteri e conventi non risparmiò neppure le parrocchie cittadine: con decreto del 22 giugno 1805, infatti esse furono ridotte da più di 40 a 18. Più della metà degli immobili confiscati venne venduto ai privati per risanare la finanza pubblica: da questo punto di vista, tuttavia, l’operazione si risolse in un insuccesso relativo: le compere non furono molte, i prezzi di vendita furono inevitabilmente bassi per l’improvvisa abbondanza di offerta rispetto alla domanda e in aggiunta vennero accordate ai compratori notevoli dilazioni nei pagamenti. Le soppressioni ecclesiastiche andarono insomma a beneficio esclusivo di alcuni privati, che accumularono risorse ingenti.

Il rimanente fu destinato ad ospitare edifici pubblici quali carceri, ospedali, istituti di assistenza, caserme; nell’area del convento di San Girolamo venne costituito il Cimitero cittadino, mentre i locali del convento di Sant’Ignazio servirono per l’Accademia di Belle Arti e la Pinacoteca. La restaurazione pontificia non comportò un ritorno allo stato di cose precedenti la rivoluzione. Molti degli ordini religiosi principali vennero reintegrati e diverse chiese che erano state sconsacrate furono restaurate e riaperte al culto, ma al tempo stesso fu sancita la legittimità delle proprietà acquisite nel periodo napoleonico. Nel 1859, con la fine del governo pontificio, la legislazione ecclesiastica del Regno di Sardegna si estese anche all’Emilia.

Qualche anno dopo, con legge del 7 luglio 1866, vennero soppressi tutti gli ordini religiosi e i loro beni immobili vennero destinati alle amministrazioni locali. A Bologna, la soppressione riguardò 18 conventi ma, dal momento che era in corso la terza Guerra di Indipendenza e gran parte dei locali era a disposizione dell’esercito, le amministrazioni comunali e provinciali per entrare in possesso degli immobili a loro destinati dovettero avviare col demanio militare trattative laboriose, raggiungendo infine risultati non soddisfacenti rispetto alle attese. Nonostante la legge prevedesse un trattamento particolare per gli edifici di culto, anche questi furono colpiti, sebbene in misura diversa: la chiesa di San Francesco, ad esempio, venne adibita ad uso militare un ventennio, mentre il portico antistante quella di San Domenico venne abbattuto in spregio ai “frati dell’Inquisizione”. Soltanto nei decenni successivi una serie di restauri avrebbe riportato quegli edifici all’antico splendore.

Otello Sangiorgi

English text

From half of XVIII century, in all Europe, a cultural mentality which supported the suppression of religious congregations and the appropriation of their properties was getting stronger and stronger: besides, the French Revolution, by exasperating the laicism of the philosophes, considered men of religion as enemies. In fact they not only were monarchic sustainers, but the dress they wore was symbol of inequality, that is, a privilege that had to be abolished; being members of a community could not but be seen in contrast with a State that only recognized individual rights, abolished corporations and widely limited association right; the religious vows that men of religion professed were considered as a violation of personal rights.

On the other hand, behind the suppression of religious orders, there were also matters of economic nature, (grown/developped) during the previous decades, that the Revolution brought to a breaking point: the policy of the enlightened sovereigns and the new duties assigned to the State required a bigger financial supply and most (tensions) initiated by the crisis of the ancien régime finally fell upon the consistency and the economic and social importance of the Church’s goods. Bologna couldn’t let these events pass by, being a city that, with a few more than 70.000 inhabitants, counted seventy convents and monasters, often endowed of secular goods, with one thousand friars and monks, the same number of priests and more than 600 professed nuns.

Then, on December 27, 1796, six months after general Bonaparte entered Bologna, the city Senate ordered to suppress all the monasters having less than 15 Bolognese people; moreover, every religious order might have in a city only one monaster; finally, the Senate was given the faculty of suppress or reconstitute the nunneries, which were also obliged to put on (sale/auction) their goods. The Bolognese men of religion who lived in the suppressed monasters were given a boarding house (what’s more, paid with ecclesiastic goods), while the “foreigners” were simply banned from the city. According to this kind of legislation between 1796 and 1799 more than 400 religious institutes were suppressed. On June 8, 1805, another decreet suppressed the convents having less than 24 people, imposing an established number of convents and men of religion all over the Kingdom’s territory: in the cities, 12 convents remained open, often forced to give hospitality to other religious communities. Finally, with the decreet of April 25, 1810, Napoleon suppressed all the “stabilimenti, corporazioni, congregazioni, communità ed associazioni ecclesiastiche di qualunque natura e denominazione” (“plants, corporations, congregations, communities and ecclesiastic associations of every type and denomination”) except the charity nuns and a few other congregations with educative scopes and forbade to anyone “di vestir l’abito di veruno ordine religioso” (“to wear any kind of religious dress”). The action against monasters and convents wasn’t kind even toward the city parishes: with the decreet of June 22, 1805, in fact their number was reduced from more than 40 to 18.

More than half of the confiscated estates was sold to privates to reinforce public finance; yet, from this point of view, the operation nearly ended without success: the purchases weren’t so many, the selling prices were inevitably low for the sudden high quantity of supply towards demand and, in addition, the buyers could get noticeable postponements in payments. The ecclesiastic suppressions, in the end, were benefic exclusively for some privates, who accumulated high quantities of resources.
The rest was (destined) to host public buildings such as jails, hospitals, (assistance) institute, barracks; in the area of the convent of S. Gerolamo it was created the city Cemetery, while the rooms of the convent of S. Ignazio were useful for the Fine Arts Academy and the Picture Gallery. The Papal states restoration didn’t bring about a return to the conditions preceding the revolution. Several of the main religious orders were reconstituted and different churches that had been (sconsacrate) were restored and reopened to the people, but at the same time, it was established the legality of the properties acquired in the Napoleonic period. 

In 1859, at the end of Papal government, the ecclesiastic legislation of Sardinia Kingdom also extended to Emilia. A few years after, with the law of July 7, 1866, all religious orders were suppressed and their real estates were sent to local administration. In Bologna, the suppression concerned 18 convents but, since the third Independence War was taking place and most of the (locals) were at the army’s disposition, the provincial and town administrations, in order to get the estates designed to them, had to carry out intricate negotiations with the military government property, obtaining, in the end, results not as satisfactory as they expected.
Although law reserved a particular treatment for religious buildings, even when these were hit, though in a different manner: San Francesco’s church, for instance, were adapted to military purpose for twenty years, while the portico in front of S. Domenico’s church, was knocked down as a disdain toward the “frati dell’Inquisizione” (“Inquisition friars”). Only during the following decades, a succession of restorations would have brought those buildings to their ancient beauty.

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Bibliografia
Cent'anni fa Bologna. Angoli e ricordi della città nella raccolta fotografica Belluzzi
Sangiorgi Otello, Tarozzi Fiorenza (a cura di)
2000 Bologna Costa Editore
L'utilizzazione dei patrimoni edilizi delle corporazioni religiose soppresse in Bologna, dall’epoca napoleonica agli anni postunitari (1796-1870)
Ravaioli R.
1982
La soppressione degli ordini religiosi a Bologna durante la Repubblica Cisalpina e il Regno napoleonico
Mesini C.
1973
Stato e Chiesa. La legislazione ecclesiastica fino al 1867
D'Amelio G.
1961 Milano Giuffrè
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