Chiostro III

Chiostro III

Scheda

Il Chiostro III o della Cappella, esteso dietro l’abside della chiesa di San Girolamo, fu costruito durante i lavori di ampliamento dell’originario nucleo del monastero certosino, accrescimento iniziato alla metà del XV secolo e conclusosi nel 1588.
Intorno al porticato erano allineati gli alloggi dei monaci, ricostruiti nel XVI secolo secondo la tipologia di piccole case a tre piani con orto e piccola loggia di pertinenza, isolate da muri di recinzione: la cella vera e propria occupava il piano intermedio, mentre negli altri piani trovavano collocazione il laboratorio, la cantina e il granaio per sostentare la vita dei monaci eremiti. Al centro del chiostro vi era un pozzo sormontato da un’edicola a cupola su quattro colonne. Dopo la soppressione degli ordini religiosi il Chiostro III fu il primo ad accogliere le tombe del nuovo cimitero pubblico a partire dal 1801. A quell’epoca nel chiostro rinascimentale furono erette molte tombe monumentali affidandone la progettazione agli artisti più famosi del tempo, come gli architetti Marchesini, Venturoli e Gasperini, gli scultori Putti e De Maria, i pittori Fancelli e Basoli - solo per ricordare i più famosi - che operarono a fianco dei diversi colleghi, decoratori e figuristi della gloriosa Accademia bolognese delle Belle Arti, fra i quali spiccano Gaetano Caponeri, Giovan Battista Frulli e Onofrio Zanotti.
Nel corso dei decenni si assiste ad una preponderante realizzazione di tombe dipinte - un vero e proprio unicum europeo - i quali rappresentano scorci prospettici che spesso si aprono sulla natura, in cui campeggiano sarcofagi e monumenti funerari. A partire dal 1815, con la fine dell'esperienza giacobina e il ritorno del governo pontificio, si assiste ad una radicale mutamento. L'Accademia delle Belle Arti viene chiamata ad approvare i progetti dei monumenti e impone l'esecuzione di monumenti in scultura, tollerando quelli in pittura solo se ne imitavano uno in scultura. Bologna era però una città in cui era difficile e costoso importare grandi blocchi di marmo ed è per questo motivo che il Chiostro III presenta un numero impressionante di monumenti in stucco, gesso e scagliola: altro aspetto che rende questo luogo unico nel panorama neoclassico. Passeggiando sotto il portico si può rilevare la presenza di alcuni monumenti in marmo e pochissimi in bronzo: dopo l'Unità d'Italia la città avvia un prepotente sviluppo industriale, consentendo alle nuove famiglie di erigere monumenti in materiali pregiati. Ricordiamo come esempio significativo la Desolazione di Vincenzo Vela, simbolo delle mancate aspirazioni risorgimentali italiane, qui collocata nel 1875 nella cappella Gregorini Bingham. Dopo l'unità d'Italia la Certosa assumerà uno sviluppo urbanistico notevole e sarà quindi nei nuovi spazi architettonici che le famiglie trovarono spazi per erigere memorie in materiali pregiati, lasciando sostanzialmente intatto l'aspetto neoclassico del Chiostro III.
Altro aspetto da rilevare è la presenza di diverse memorie dedicate a esponenti dell'aristocrazia europea, che per diversi motivi decise di essere sepolta in Certosa, molto probabilmente anche per il fascino e l'unicità del luogo rispetto al panorama cimiteriale di primo Ottocento. Leggendo le epigrafi è possibile riconoscere cognomi forestieri quali Matuszevic, Galitzin, Solà, Demaklis. Giungono così diverse opere rilevanti di artisti forestieri e italiani, trasformando il Chiostro in una vestrina dell'arte plastica italiana.
La denominazione di Chiostro della Cappella deriva dalla realizzazione nel primo decennio dell'800, a metà del braccio sud, di una grande cappella detta dei Suffragi, progettata dall’architetto Ercole Gasparini, poi demolita da Antonio Zannoni e trasformata nell’atrio della Galleria degli Angeli. Dell'elegante architettura neoclassica si è salvato il portico a cassettoni con frontone che si affaccia sul Chiostro.
Il chiostro, a pianta rettangolare, è circondato nei quattro lati da un portico costituito da ventuno arcate, nei lati minori est e ovest, da ventiquattro nel lato meridionale, con il pronao della cappella che si apre a metà del braccio, e da ventidue arcate più un varco scoperto che comunica con il Chiostro Maggiore, nel lato settentrionale. Gli archi a pieno centro e le volte a crociera sono sostenuti da esili colonne composite di macigno/pietra con basi attiche, che poggiano su un muretto con funzione di stilobate. I capitelli delle colonne e i peducci del sottoportico mostrano motivi decorativi del repertorio rinascimentale: aquile, delfini, testine alate, cornucopie, festoni vasi e fogliame, ecc. Tra gli archi con ghiere in macigno modanate, i pennacchi intonacati accolgono oculi ciechi; una trabeazione con modanature classiche termina la costruzione. Sul lato sud è rimasto intatto l'originale accesso monastico dal Chiostro grande agli altri spazi del cenobio. Attualmente il varco in macigno cinquecentesco - decorato a motivi classici - collega il Chiostro III al Chiostro delle Madonne o dell'Ossaia. Attraversando il 'Corridoio affrescato', è possibile ammirare il ciclo di affreschi seicenteschi del monastero: unico superstite della decorazione certosina al di fuori della Chiesa di San Girolamo.
A partire dal 1801 la struttura ha subito pesanti demolizioni tra cui quelle di parte dei portici nord e sud per realizzare il viale che porta al Nuovo ingresso del cimitero detto dei 'Piangoloni' (1809) e la Cappella dei Suffragi, ma anche la demolizione delle murature di diversi archi per accedere ai nuovi ambienti cimiteriali: Chiostro V o Maggiore, Recinto Monaci, Loggiato delle Tombe. Anche la realizzazione dei monumenti ha contribuito alla radicale trasformazione del luogo: tamponatura di porte e finestre, demolizioni dei muri per l'esecuzione di cappelle. Il pavimento in cotto che oggi si rileva è il risultato della trasformazione da spazio claustrale a cimitero, in quanto per ogni arcata mediamente vennero realizzati 4 pozzetti: uno corrispondente al monumento che occupa il muro dell'arco, tre per le semplici sepolture le cui lapidi si trovano nel muretto tra le colonne del portico. In questo modo il pavimento originario venne totalmente distrutto e mediamente si scese di 2 metri per realizzare lo spazio verticale in cui collocare man mano le bare. Nel corso di due secoli la pavimentazione in cotto ottocentesca ha subito modifiche e in diversi casi anche la sostituzione con una lapide in marmo. L'originale omogeneità è poi andata persa anche con la sostituzione delle piastrelle ammalorate con altre che non hanno la medesima grana e colore superficiale.

Licia Giannelli

2008, ultimo aggiornamento aprile 2013

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