Scheda

Lo scrittore Charles Dickens (Portsmouth, 1812 - Gadshill, 1870), ci offre nelle Impressioni d’Italia edite nel 1846 una ‘pittoresca’ descrizione di Bologna celebrandone l’arte, e lasciando pagine vivaci su luoghi e persone incontrate. Lo scrittore si fermò a Bologna nel novembre del 1844. Al centro del suo racconto è il ricordo della visita alla Certosa, meta privilegiata del viaggiatore colto nell’Ottocento. Sulla sua permanenza è stato dedicato un libro, Dickens a Bologna e una visita memorabile alla Certosa, edito da Minerva nel 2012.

Testo tratto da CARLO DICKENS (1845–46) di Raffaele Belluzzi in Bologna, Album - Storico. Bologna, Stabilimento Tipografico Successori Monti, 1882.

Sia come si vuole, la mattina del giorno seguente che era una domenica, mi trovai nel simpatico Cimitero di Bologna, tra le maestose tombe e i marmorei colonnati, in compagnia di una brigatella di contadini, e guidato da un Cicerone bolognese, un piccolino, tenero oltre ogni credere dell'onore della sua città e attentissimo a distogliere la mia attenzione dai monumenti meno belli, mentre poi non rifiniva mai di magnificarmi quei belli. Come ho detto, era un omettino, ma d'un umore giovale ed amabile, con due occhi e dei denti così lucenti, che nella sua faccia non mi pareva di veder altro che occhi e denti. Osservai un momento che egli guardava in atto pensoso una certa zolla erbosa, e gli domandai chi mai fosse sepolto là sotto. “I poveri, signore” mi rispose sorridendo e stringendosi nelle spalle, intanto che s'era fermato e rivolto verso di me. Giacchè bisogna sapere che egli mi precedeva sempre d'alcuni passi, levandosi sempre il cappello ogni volta che mi introduceva in una qualche nuova tomba. “I poveri, signore, qui non ci sono che i poveri!…. Che bel luogo! Com'è allegro! Che bel verde! Com'è fresco! Pare un prato!… Qui ho cinque miei figliuoletti, signore” (e alzava tutte le dita della mano destra per indicarmi il numero che aveva detto, cosa che i contadini italiani fanno sempre ogni qualvolta hanno a dire un numero che può essere compreso in quello delle dieci dita), “cinque figliuoletti sepolti, proprio li, un poco più a destra. Ma! Quel che Dio vuole!… Che bel luogo! Che verde! Com'è fresco ! Pare un prato!”

Mi guardò fisso in volto, e vedendo che io era addolorato per lui, tirò una presa di tabacco (tutti i ciceroni tirano tabacco), facendo contemporaneamente un piccolo inchino, parte come per scusarsi di aver toccato un soggetto così rattristante e parte in onore dei suoi figliuoletti e del suo santo protettore. Non si può immaginare un piccolo inchino più spontaneo e più naturale di quello. Subito dopo si levò il cappello e m'invitò a seguirlo in un altro monumento: i suoi occhi ed i suoi denti splendevano anche più di prima.

C'era lì nel cimitero, dove il mio piccolo cicerone aveva sepolto i suoi figliuoletti, un impiegato addetto al cimitero stesso, in brillantissima uniforme. Il piccolo cicerone mi sussurrò all'orecchio che se io avessi regalato un paio di paoli (circa dieci pence) a codesto funzionario come gratificazione pei di lui servigi, egli non se ne sarebbe offeso. Mi misi a guardarlo con aria incredula; e nel vedere quel cappello a due punte, quei guanti di pelle lucida e quell'elegante uniforme guernita di bottoni scintillanti, rimproverai il piccolo cicerone con una forte scossa del capo della proposta che mi faceva. - Giacché, quanto a splendore esterno, quell'uffiziale non era da meno dell'usciere della bacchetta nera della Camera dei Comuni, e l'idea di offerirgli, come direbbe Geremia Diddler “una cosuccia come dieci pence”, mi pareva mostruosa. Con tutto ciò quand'io mi feci il coraggio di presentarglieli se li prese di gran cuore, e si levò il cappello facendomi un inchino che valeva il doppio di quel che io gli avevo dato. A quanto sembrava, l'uffizio di costui era quello di mostrare e spiegare alla gente i monumenti del luogo; ciò che è certo, è che lo faceva in realtà, tanto che confrontando l'incarico di quest'uffiziale “colle istituzioni della mia benemerita patria” come fa Gulliver a Brobdignag, non potevo trattenere delle lagrime di orgoglio e di gioia. Egli si muoveva lentissimamente, poco meno di una tartaruga; si soffermava quando la gente si soffermava, per dar loro agio sufficiente d'appagare la curiosità, e di tratto in tratto, bisogna convenirne, accordava anche loro il tempo per leggere le iscrizioni delle tombe. Non era né sciamannato, né insolente, né rozzo, né ignorante. Parlava il suo dialetto con grande proprietà, e sembrava che considerasse sé stesso come una specie di maestro dei visitatori, a cui incombesse il carico di mantenere il rispetto fra di loro e verso la sua propria persona. Sarebbe desiderabile che a Westminster si lasciasse entrare la gente a vedere i monumenti senza far loro pagar nulla, come è l' uso di Bologna, ma non sarebbe desiderabile di aver là un uffiziale come questo per portiere.

Dopo il cimitero, sempre con un cielo del più brillante azzurro, visitai Bologna. Trovai che è una città antica e severa, con degli oscuri portici a colonne fiancheggianti le vie vecchie, e dei porticati più ariosi e più gai nelle parti nuove della città. Poi vidi degli edifizi sacri, ergentisi in brune masse, con molti mostri ringhiosi che adornano le basi delle colonne e molti uccelletti che svolazzano dentro e fuori delle commettiture delle pietre. Poi delle ricche chiese dalla struttura pesante; e un fumar d' incensi, e un tintinnar di campanelli, e sacerdoti in sfarzosi paramenti, e pitture, e ceri, e tovaglie adorne di merletti sugli altari, e croci e immagini e fiori artificiali.

C'è come un'aura grave e dotta che si libra e si stende su questa città, e che, mentre diffonde una mestizia che non dispiace al visitatore, basterebbe da sé a lasciargli di essa un'impressione particolare e affatto distinta fra tutte le altre città, anche senza la rimembranza delle due torri pendenti (costrutte in mattoni e abbastanza brutte, bisogna dirlo), che si inclinano l'una verso l'altra, come per farsi un inchino duro e stecchito. Viste nello sfondo di alcuna delle più strette vie, queste due torri chiudono la prospettiva in maniera singolarissima. Bologna vivrà anche in modo spiccato nella memoria del visitatore pei suoi istituti, le sue chiese, i suoi palazzi, e soprattutto per l'Accademia di Belle Arti, dove è schierato un esercito di pregievoli quadri, in ispecie di Guido, Domenichino e Lodovico Carracci. Ma se anche non ci fosse nulla di tutto questo e non ci fosse altro per rammentarvela che la gran meridiana tracciata sul pavimento della chiesa di San Petronio, sulla quale il raggio solare segna le ore in mezzo alla gente inginocchiata, resterebbe sempre una rimembranza fantastica e gradita.

Siccome la città riboccava di viaggiatori, trattenutivi da un' inondazione che rendeva impraticabile la strada di Firenze, io fui per conseguenza alloggiato su in alto, sotto il tetto dell'albergo, in un certo stambugio che non mi riusciva mai di trovare. V'era un letto grande abbastanza per accogliere una camerata di collegiali, nel quale io non potevo pigliar sonno. Il cameriere, che di solito veniva a visitarmi in questo tranquillo recesso, dove non avevo altra compagnia che quella delle rondini annidiate sotto l'ampia grondaia sporgente al di sopra della finestra, era un certo tale che aveva, riguardo agli inglesi, una sua idea fissa; e questa innocente monomania consisteva nell'aver sempre in testa Lord Byron. Io feci questa scoperta durante la colazione, perché avendogli detto a caso che le stuoie distese sul pavimento della camera erano molto adatte alla stagione, mi replicò in sull'istante che anche milord Biron amava assai questo genere di stuoie. Subito dopo, osservando che io non prendevo il latte, esclamò con grande enfasi che anche milord Biron non ne prendeva mai. In sulle prime credetti ingenuamente che egli fosse stato al servizio di Byron; ma no, mi disse di no. Egli si era fatta l'abitudine di parlare di Byron con ogni inglese che capitasse: ecco tutto. Egli mi assicurava che sapeva ogni cosa relativamente ad esso. In prova di che, egli connetteva con Byron qualsiasi oggetto, cominciando dal vino di Montepulciano che si beveva a pranzo (fatto su di un fondo posseduto già dal gran poeta), e terminando all'enorme letto, che era l'esatta copia di quello che aveva lui. Quando lasciai l'albergo, nel farmi l'ultimo inchino, mi assicurò che la strada che io dovevo percorrere era quella favorita da Byron per le sue cavalcate; e prima che i miei cavalli facessero sentire il loro scalpitio sul selciato, egli era già corso su alla lesta per le scale, scommetterei per andare a riferire a qualche altro inglese, alloggiato anch'esso in una camera solitaria come la mia, che il signore partito allora allora era il ritratto vivente di lord Biron.

Io ero entrato in Bologna di notte, quasi in sulla mezzanotte, e per tutta la strada, dal punto che fummo entrati sul territorio pontificio (che non è in ogni sua parte governato molto bene, essendo ora le chiavi di s. Pietro alquanto irruginite) il cocchiere non fece altro che tormentarci di continuo colle sue paure pei ladri notturni; e seppe poi montare in tal modo la testa anche al bravo corriere, che tutti e due s'affannavano, fermando ad ogni poco, a storcersi in su, a storcersi in giù per sorvegliare una valigia legata dietro la vettura, al punto che, io sarei davvero rimasto obbligato a chi mi avesse voluto usare la cortesia di prendersela e portarsela via in santa pace.

Trascrizione a cura di Lorena Barchetti, maggio 2016

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Bologna nella Restaurazione

Bologna nella Restaurazione, 1814 | 1873. Intervista ad Otello Sangiorgi. A cura del Comitato di Bologna dell'istituto per la storia del Risorgimento italiano. Con il contributo di Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna. www.vedio.bo.it

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Cimitero Comunale di Bologna
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Cimitero Comunale di Bologna. Estratto dalla rivista “Il mondo illustrato – Giornale universale”, Torino, nn. 34, 35, 36, 38, 42, 1847. Testi di Savino Savini, trascrizione a cura di Lorena Barchetti.

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