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La Città Rossa nella Grande Guerra

La storia di Bologna durante il primo conflitto mondiale raccontata nel video di Alessandro Cavazza e Lorenzo K. Stanzani

All’interno della biblioteca del Museo del Risorgimento di Bologna si trova conservato un fondo il cui materiale è appartenuto con molte probabilità a Cesare Belluzzi, medico chirurgo bolognese, fratello di Raffaele Belluzzi, uno dei fondatori del Museo del Risorgimento, nonché direttore nel 1893. L'entrata nelle collezioni del Museo si deve all'acquisto sul mercato antiquario nel 2012, con il contributo dell'Associazione Amici della Certosa.

Il fondo è composto da 193 carte-de-visite attraverso le quali si possono osservare numerosi ritratti di familiari e conoscenti del suo proprietario in gran parte conservati all’interno di due album originali, in cui il nome del soggetto è stato meticolosamente appuntato a mano.

Le carte-de-visite, fotografie rettangolari di piccolo formato, furono una usanza per poter conservare in casa album di famiglia, nei quali riporre e collezionare i ritratti della cerchia familiare e sociale. La nascita di questa tipologia di ritratto avviene nel 1854 a Parigi grazie al fotografo Disdéri. Le carte-de-visite ebbero un immediato successo internazionale e dopo pochi anni anche a Bologna aprirono diversi studi fotografici che offrivano questa tipologia di fotografia dai costi relativamente bassi. Questo formato, oltre ad altri più grandi, offriva la possibilità di acquistare anche immagini di personaggi famosi, tanto che nelle famiglie borghesi o nobili agli album famigliari spesso si aggiungevano quelli dedicati alle celebrità, costituendo un manifesto degli ideali politici ed artistici. Tra gli studi locali più noti vi erano Angiolini, Fotografia bolognese, Peli, Poppi, Sorgato.

Vanno a completare la raccolta 24 luttini sia fotografici sia a tema sacro e alcune immaginette devozionali. L’utilizzo della fotografia nella realizzazione dei ricordini funebri è legato proprio alla diffusione dei ritratti fotografici su carte-de-visite. Gli annunci di morte presenti nella raccolta coprono un arco temporale che va dal 1880 al 1905 circa.

In questi luttini il volto del defunto, solitamente incorniciato da un’ovale, ricalca la scelta dell’effigie fotografica posta sulla stele della tomba. Sul retro dei luttini sono riportati i principali dati anagrafici del defunto seguiti da una frase che ne commenta poeticamente e soprattutto religiosamente la biografia e le circostanze della morte: «Non valsero le cure più affettuose / le miti aure dei campi / i tuoi ventiquattr’anni / per serbarti alla vita / o Maria / vissuta e morta come un fiore / mentre gli angeli che ti rapirono / esultano circondandoti in alto / noi quaggiù non possiamo che piangere pregando», oppure, «Pietro Giovannini / di anni XXX / da lento morbo consunto / assistito da suoi confortato da Dio / raggiunse in cielo la sorella Carolina», sono solo alcuni esempi di celebrazione del ricordo di queste vite spesso precocemente interrotte.

Il fondo Belluzzi mostra le più frequenti iconografie funebri tra le quali ritroviamo le Crocifissioni, gli Hecce Homo, le Pietà e i transiti di San Giuseppe; anche il paesaggio cimiteriale rientra nel repertorio delle immagini a cui è riservato il ruolo di ricordo del defunto. Questo luogo, ritrovo dei parenti in preghiera sul sepolcro, diventa spazio di manifestazione delle forze divine. In un luttino risalente al 1900 troviamo una curiosa mescolanza di monumenti funebri di varie forme sui quali appare il Cristo argenteo affacciatosi da uno squarcio nel cielo, irradiato dalla luce divina. Frequenti sono gli angeli della morte che rivestono la funzione di traghettatori delle anime, possono essere rappresentati come custodi delle tombe o mentre cospargono di corone floreali le sepolture; la loro presenza conforta il pianto dei parenti rimasti. Comune è l’iconografia dell’angelo-giardiniere, che recide un giglio simboleggiante l’anima del defunto. In un altro ricordino funebre datato 1898 sono infatti raffigurati alcuni angeli intenti a cospargere di ghirlande una tomba sulla cui lapide è inciso «Regrets eternels», rimpianti eterni a cui rendono omaggio questi protagonisti cimiteriali.

Tra le simbologie più diffuse troviamo la croce, spesso decorata da ghirlande e mazzi di fiori variopinti, in alcune raffigurazioni Dio in persona la porge all’anima del defunto, essendo questa l’unica via di salvezza: «On ne se sauve que par la croix. Requiescat in pace» recitano le brevi righe che accompagnano questo luttino, nel quale non mancano richiami d’oltralpe.

Il termine luttino (detto anche «pia memoria», «ricordino» o «annuncio di morte») indica quelle immaginette devozionali che riportano su di un verso la fotografia del defunto o mostrano un richiamo religioso al tema della morte. A partire dai primi decenni dell’Ottocento il luttino si diffonde in Europa e le più note stamperie, come per i santini, sono quelle francesi. In Italia per molti anni i luttini, e più in generale le immaginette devozionali, vengono importate dall’estero come si può vedere dalla presenza di numerose frasi di cordoglio in lingua francese che vanno a illustrare questi «souvenirs des morts». Negli ultimi decenni del secolo XIX si inizia a produrli in patria pur conservando l’impostazione dei paesi d’oltralpe.

Il lento mutamento della concezione della morte trasforma il lutto in un evento che riguarda l’intera comunità favorendo la diffusione di queste immaginette nelle quali ritroviamo la simbologia classica delle vanitas e dei memento mori, un proliferare di falci e lugubri crani, cippi spezzati e Requiescat in pace che vanno a far da decoro ai numerosi temi religiosi.

L’immagine dipinta del defunto, incorniciato in un ovale o in un rettangolo, viene inizialmente utilizzata dalle tipografie andando a sostituire il tema sacro. Con l’arrivo della fotografia, impiegata a livello industriale intorno al 1870, la morfologia del luttino si trasforma, solitamente la scelta fotografica è legata a quella del monumento funebre.

Al contrario del santino, vero e proprio prodotto ecclesiastico provvisto di imprimatur, il luttino, pur ricalcandone la medesima veste iconografica, si rivolge a un pubblico ristretto composto dai soli parenti, amici e conoscenti del defunto. La famiglia del caro estinto commissiona il ricordino funebre alle tipografie locali, facendone riportare i dati anagrafici e le principali notizie biografiche, spesso rappresentandolo fotograficamente, e accompagnandolo con una commovente e straziante epigrafe nella quale vengono esaltate le qualità che in vita lo distinsero: padre di famiglia esemplare, sposa esemplare, uomo di rara probità…tutte anime elette che santamente morirono.

Il Museo possiede anche una ampia collezione di luttini funebri dedicati ai soldati bolognesi caduti nella Grande Guerra. Questi documenti sono pervenuti negli anni immeditamente seguenti al conflitto, spesso quale donazione dei parenti, i quali in questo modo contribuirono a conservare la memoria dei propri cari.

Cecilia Cristiani

Bibliografia di riferimento: AA. VV, 7. Mostra nazionale immaginette sacre. Angeli nell'iconografia religiosa popolare, Cooperativa Confronto e rinnovamento, Campofilone, 1988; E. G. Grigioni, V. Pranzini, Santini. Piccole immagini devozionali a stampa dal XVII al XX secolo, Essegi, Ravenna, 1990; C. Turrisi, Il lungo viaggio. Santini e santini, Barbieri, Manduria, 1992; L. B. Lenoci, V. M. Talò, La pia memoria: il culto dei defunti nell'iconografia di piccolo formato, Barbieri, Manduria, 1994; V. M. Talò, Angeli...di carta. I messaggeri celesti nella devozione popolare, Barbieri, Manduria, 1997; E. G. Grigioni, V. Pranzini, Natura Sacra, Essegi, Ravenna, 1996; F. Muzzarelli, Formato tessera: storia, arte e idee in photomatic, Mondadori, Milano, 2003; E. Guena, Meraviglie di carta. Devozioni creative dai monasteri di clausura, Corraini, Mantova, 2012.

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