Casa di Rieducazione Professionale per Mutilati e Invalidi di Guerra

Casa di Rieducazione Professionale per Mutilati e Invalidi di Guerra

Bologna

Scheda

A pochi mesi dall'ingresso dell'Italia nella Prima Guerra Mondiale, avvenuto il 24 maggio 1915, si intravide quello che sarebbe stato il dramma finale per tutti i paesi coinvolti: un numero enorme di morti e, soprattutto, un numero spaventoso di feriti ed invalidi. Lo Stato italiano si trovò completamente impreparato in particolare nella gestione dei feriti, per il loro elevato e crescente numero, e per i costi economici da inserire nei bilanci delle spese statali, per la mancanza di strutture sufficientemente grandi e attrezzate alla cura dei soldati, per il rischio di generare nell’opinione pubblica un clima di paura e protesta. Si diffuse così una sorta di movimento dal basso, che, in collaborazione con le autorità pubbliche e militari, si organizzò in Comitati pronti a soccorrere lo Stato per il recupero dei feriti mutilati. Alle strutture ospedaliere capaci di curare i soldati mutilati, già presenti sul territorio italiano (a Bologna tale ruolo era ricoperto dall'Istituto Ortopedico Rizzoli), si giungeva dopo aver ricevuto le prime cure presso gli ospedali da campo; in seguito i feriti venivano dirottati presso i vari centri ospedalieri civili distribuiti sul territorio nazionale, trasformati in ospedali militari, e qui venivano curate ferite e amputazioni, fino alla completa guarigione.

Con lo scopo di reinserire poi questi uomini nella vita civile e riavviarli al mondo del lavoro sorsero, in varie città italiane, comitati per l’assistenza agli invalidi di guerra, in appoggio alla struttura dello Stato. Il Comitato bolognese, nato ufficialmente il 28 novembre 1915 per opera di un gruppo di cittadini dell’alta borghesia, si pose come obiettivo di “integrare e continuare l’azione tutrice dello Stato in favore dei soldati mutilati e storpi di guerra, educandoli al lavoro ed assistendoli nel miglior modo possibile, affinché ritornando essi nella vita comune, fossero di nuovo fattori di produzione, utili a loro stessi e alla Società.” Venne decisa la creazione di una struttura di accoglienza, ed in breve tempo venne individuato il luogo: un convento di suore posto nell’allora Foro Boario, oggi piazza Trento e Trieste. L’edificio, già requisito dall’esercito allo scoppio del conflitto, sorgeva adiacente al convento dei frati minori dell’Antoniano, e manteneva ancora geometrie interne adatte all’uso conventuale. In pochissime settimane, con i fondi del Ministero della Guerra e del Comitato, la struttura venne modificata al proprio interno e messa nelle condizioni di accogliere 60 posti letto, mentre alcune sale vennero adattate ad uso scolastico mediante la realizzazione di aule e laboratori.

Il Comitato nominò direttore della struttura l’ing. Dino Zucchini, che rimase direttore fino al giugno 1919, quando lasciò il posto al colonnello d’artiglieria Bacialli, di stanza a Bologna, il quale rimase alla direzione della struttura fino alla chiusura definitiva del gennaio 1922. I lavori di adattamento dell’edificio, meglio conosciuto allora come “conventino”, si conclusero alla fine di marzo del 1916, e il 6 aprile entrarono i primi 16 soldati da rieducare. Come detto, la struttura fu pensata per 60 posti letto, ma ben presto ci si accorse della necessità di un ampliamento: venne portata prima a 100 posti, e poi, mediante la requisizione dell’ala dell’Antoniano adiacente al conventino, nel 1918 si raggiunsero i 175 posti letto (cui si aggiungevano 20 allievi esterni i quali, domiciliati in città, dormivano fuori dalla Casa). Si decise di accogliere nella struttura non solo i soldati bolognesi, ma anche quelli provenienti da altre zone del paese. La rieducazione professionale cominciava dall’alfabetizzazione elementare, frequentata da analfabeti e da chi non aveva terminato la classe seconda, e poteva giungere fino alla formazione impiegatizia per chi aveva già anni di scuola alle spalle.

L’istruzione generale si alternava, durante la giornata, a quella professionale. La scelta poteva cadere sulle seguenti possibilità: lavorazione di oggetti di vimini, treccia di paglia, canna d’India, truciolo; sartoria; falegnameria; tornitori in legno, intarsiatori, intagliatori; legatoria per libri; calzolai; tornitori e aggiustatori metallici; telegrafia Morse; coniglicoltura, apicoltura, bachicoltura. Per un certo periodo funzionò anche la scuola di automobilismo, grazie a speciali protesi da adattare sul volante e sul cambio, ma per mancanza di benzina e per problemi burocratici legati alla concessione della patente di guida agli invalidi venne interrotta. La formazione dei mutilati si completava poi con attività ricreative di vario genere, come la scuola di canto corale, la scuola di musica, e, importantissima per il morale dell’invalido, la scuola di ciclismo.

Davide Valentini

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La Città Rossa nella Grande Guerra
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Orfani, vedove e invalidi come conseguenza alla Guerra
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Invalidi e mutilati di guerra
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