Casa del Soldato

Casa del Soldato

Bologna

Scheda

Le case del soldato erano centri a accoglienza e conforto per i soldati. Nacquero e si diffusero su vasta scala, in tutta la zona di fronte, su iniziativa di padre Giovanni Minozzi che, dopo l'esperienza come Cappellano militare nella Guerra in Libia, decise di fondare una rete di centri di accoglienza per i soldati: “il 12 dicembre 1916, l’Intendente Generale dell’Esercito, con lettera n. 39009, comunicava la costituzione dell’Ufficio speciale Case del Soldato in zona di Guerra affidandone la direzione al Cappellano Don Giovanni Minozzi per incarico del Comando Supremo”.

Il 20 giugno 1915 nasce a Bologna la Casa del Soldato, una importante istituzione che aveva il compito svolgere un'assistenza materiale e morale ai soldati di stanza a Bologna, spesso prossimi a partire per il fronte. Anche Bologna infatti nel 1915, pur trovandosi distante dal fronte, era stata dichiarata zona di guerra e come tale idonea ad accogliere l'iniziativa della Casa del Soldato. In effetti la città, per motivi geografici e strategici, era luogo di passaggio privilegiato per lo smistamento di uomini e risorse da dirigere al fronte. La Casa del soldato di Bologna aveva come sede estiva i giardini Martinetti in via San Vitale 40 e come sede invernale prima i locali del Circolo Galvani (Palazzo Malvasia di via Zamboni) per il periodo 1915 – 16 poi del teatro Contavalli.

La Casa del Soldato di Bologna viene fondata per iniziativa di don Antonio Bottoni, supportato dalle donazioni e dalla partecipazione dell'élite dirigente cattolica bolognese che in questo modo poteva dare il proprio attivo contributo a sostegno della guerra. Era diretta da un comitato direttivo che ne gestiva le spese e ne promuoveva le attività. Secondo le parole dello stesso fondatore, ne “fecero parte uomini di ogni condizione sociale, uniti tutti da un unico, concorde sentimento: quello di aiutare i soldati a compiere con amore l'alto dovere, cui erano chiamati”. Il primo presidente fu il senatore Nerio Malvezzi De' Medici, importante esponente del partito cattolico conservatore. Cattolico liberale, si era adoperato in diversi saggi per riconciliare i rapporti tra Stato e Chiesa, cercando di sanare la frattura tra l'aspirazione nazionale unitaria italiana e l'identità cattolica. Allo stesso modo l'opera della Casa si configurava come anello di congiunzione tra assistenzialismo di ispirazione cattolica e sostegno nazionalista e militarista all'impresa bellica. L'assistenza al soldato aveva il compito di infondere la coscienza che “la Nazione era con lui nella grande lotta, ch'egli era stato chiamato a combattere per gli alti destini della Patria”. La presidenza della Casa passò nel 1917 al deputato Francesco Cavazza che sostituì il conte Malvezzi.

L'”assistenza morale” doveva “fortificare il coraggio del soldato e a temprarne le supreme risoluzioni”. Fu per questo motivo che le autorità militari da subito ben accolsero l'iniziativa e la sostennero: ci fu una cordiale collaborazione sia con l'autorità militare, sia con i vari Comitati sorti, per la guerra coi quali ebbe rapporti sempre ottimi”. L'istituzione sopperiva a servizi che la caserma non poteva sostenere, come la scrittura e l'invio di corrispondenza ai familiari dei soldati, l'organizzazione di feste e conferenze a sfondo patriottico, l'organizzazione di corsi elementari di alfabetizzazione, la gestione del tempo libero con spettacoli di burattinai, l'assistenza legale gratuita (redazione di testamenti, svolgimento di pratiche relative a esoneri dal servizio, proroghe, contratti agrari e commerciali etc.) e, dopo Caporetto, l'accoglienza dei militari superstiti in fuga dalle terre invase.

Secondo le parole stesse di don Antonio Bottoni l'istituzione aveva le finalità “di raccogliere, durante le ore della libera uscita, in un luogo conveniente, fuori della caserma, i soldati di stanza a Bologna e di passaggio”. I soldati nel tempo libero infatti normalmente affollavano le osterie e le piazze. Nelle ore di libera uscita, provenienti da ogni parte d'Italia, vagabondavano senza meta per la città, spesso in gruppi di corregionali, senza integrarsi nella vita cittadina: “ si raccoglievano su le gradinate di S. Petronio per conversare, o sotto il portico della Mercanzia. Curvi su muriccioli di cinta, per scrivere ai loro cari”.

Dato questo quadro, fu ben chiaro a don A. Bottoni che il bisogno primario era quello di garantire una corrispondenza con le famiglie a uomini dispersi, costretti a partire, quindi sradicati dalla loro realtà comunitaria. In tal modo la sede estiva della Casa in via San Vitale fu dotata di 36 tavoli, ciascuno con due calamai, allineati sotto due grandi padiglioni. Vista l'esenzione dalla tassa postale concessa alle truppe mobilitate, i soldati affollavano i padiglioni per spedire lettere e cartoline illustrate a scopo propagandistico, fornite dalla Direzione Militare o dalla Fratellanza Universale americana. Fu anche disegnata dal prof. Yobbi (illustratore per Il Secolo XX una rivista popolare illustrata) una cartolina simbolica dedicata alla Casa del Soldato. Secondo le stime di Bottoni nei cinque anni di attività dell'istituzione (1915-1920) furono distribuiti 2.121.700 fogli di carta e 2.974.000 cartoline illustrate. Il numero è particolarmente rilevante se consideriamo il fatto che molti soldati erano analfabeti. Era infatti necessario il servizio di volontari, tra cui alcuni illustri come il senatore Malvezzi, che ai banchetti mettevano su carta notizie e pensieri per i militari non scolarizzati.

La Casa del Soldato, nella sua attività di preparazione e formazione delle coscienze individuali dei soldati al conflitto, operò anche sul piano dell'alfabetizzazione e della cultura. Vista la forte esigenza di comunicare e relazionarsi con le famiglie lontane, i soldati affollavano quotidianamente la Casa del Soldato. Il contatto diretto con i soldati e la crescente consapevolezza di una mancanza di istruzione, evidenziò la necessità di “combattere l'analfabetismo, elevare mediante la istruzione la coscienza dei soldati, educarla al sentimento del dovere, al culto della Patria e delle cose nobili e sacre”. In sostanza il problema dell'analfabetismo, presente soprattutto, secondo Bottoni, nei contingenti provenienti da Mezzogiorno, Toscana, Veneto e Romagna, era uno spunto importante anche per “nazionalizzare” uomini di diversa estrazione e cultura. Il prof. Igino Supino inaugurò all'interno della scuola anche un ciclo di conferenze con “proiezioni su monumenti antichi delle terre occupate dal nemico, nonché di Venezia, di Padova, di Verona, e delle altre città fatte bersaglio dal tiro degli areoplani tedeschi”, un concreto esempio del tentativo di sensibilizzare le coscienze dei soldati nei confronti della causa italiana anche sotto un profilo culturale. Alla disciplina della caserma veniva affiancata “l'assistenza morale ed educativa” di professori e maestre volontari che così potevano esprimere il loro fervore patriottico. Le iscrizioni sempre in crescita resero insufficienti i locali adibiti a scuola. Per questo motivo dal 1° febbraio 1918 i 358 iscritti (di cui facevano parte anche mutilati della Casa di Rieducazione), furono trasferiti nei locali dell'Università con il beneplacito dell'allora rettore Vittorio Puntoni. Ai corsi elementari fu affiancato un corso professionale il quale rimase in attività fino al settembre del 1920, con la finalità di fornire i titoli di studio necessari a un migliore reinserimento dei soldati nella vita civile.

La formazione del militare era curata anche grazie ad eventi e celebrazioni organizzati dalla Casa del Soldato. Le feste, celebrazioni e anniversari hanno avuto un ruolo fondamentale, sin dall'Unità, per la formazione dello Stato – nazione, come veicolo privilegiato di trasmissione degli ideali di attaccamento alla Patria. In tempo di guerra l'esigenza di formare coscienze pronte al sacrificio si faceva ancor più pressante così ufficiali, professori e autorità politiche tennero conferenze per sottolineare le origini e necessità del conflitto presente. Ebbero luogo una ventina di incontri che trattavano di storia del Risorgimento, un tema strategico che forniva facili giustificazioni ideologiche al conflitto ed evocava risentimenti verso il nemico austriaco. Altre conferenze sulle innovazioni belliche furono promosse dall'Ufficio Stampa e Propaganda del Corpo d'Armata, a testimonianza della forte collaborazione che la Casa ebbe con le autorità militari. In risposta al prolungarsi del conflitto e alla diffusione del malcontento, la frequenza delle conferenze fu aumentata. Complessivamente furono organizzate 205 conferenze nei cinque anni di attività della Casa. Anche gli anniversari avevano un ruolo strategico ed erano ben tenuti in considerazione. Le ricorrenze celebrate erano l'8 agosto, anniversario della cacciata degli austriaci da Bologna che per il settantenario venne tenuto da Luigi Rava, e il 20 settembre, in ricordo di Porta Pia. L'11 novembre 1918 più di 6000 soldati festeggiarono il compleanno del re Vittorio Emanuele III in corrispondenza della fine del conflitto a livello europeo. Sul fronte italiano l'armistizio con l'Austria era già stato firmato il 4 novembre: un anno dopo, nel 1919 don Bottoni annota come la commemorazione della vittoria fosse stata festeggiata pubblicamente a Bologna solo dalla Casa del Soldato nella nuova sede di palazzo Pepoli, in tacita polemica con la giunta socialista.

La Casa del Soldato era anche punto di attrazione e divertimento verso il quale la vita del soldato veniva polarizzata e allietata da forme di intrattenimento, come gli spettacoli di burattini. Bologna fece tesoro della tradizione dei famosi burattinai e scrittori Angelo e Filippo Cuccoli, attraverso Giulio Gandolfi ed Augusto Galli che diedero nuova vita allo spettacolo popolare, questa volta diretto non solo al popolo ma soprattutto ai soldati. Alle rappresentazioni partecipavano spesso anche i figli dei soldati chiamati al fronte e la cittadinanza stessa. Il grande successo riscosso da Fagiolino e Sganapino indusse la Casa ad erigere una lapide presso il Cimitero della Certosa, in ricordo dei celebri marionettisti bolognesi Filippo ed Angelo Cuccoli. Per il tempo libero i giardini Martinetti furono dotati di attrezzi ginnici e per il salto a cavallo; nella sede invernale fu istallato un cinematografo.

La Casa sopravvisse grazie alle numerose donazioni di privati e alla collaborazione con l'attivo tessuto associativo bolognese in sostegno della guerra, oltre al diretto sostegno dell'Amministrazione militare. Le collaborazioni con altri comitati in sostegno della guerra furono numerose: da menzionare nel 1918 la realizzazione, insieme all' “Associazione nazionale pei paesaggi e monumenti pittoreschi d'Italia” , dell'Esposizione Nazionale della Guerra. Lo stesso anno presso l'Università fu realizzato anche un corso di lingua inglese, grazie al supporto della Fratellanza Universale Americana.

La Casa del Soldato di Bologna fu un concreto esempio di assistenzialismo che evidenzia come la società, nella sua componente cattolica, durante il conflitto fosse fondamentalmente unita a sostegno dello sforzo bellico. Ingenti donazioni in denaro e generi di ogni tipo (sigari, pennini e calamai per scrivere, fogli, etc.), puntualmente registrate dai quotidiani locali con i nomi dei donatori, sostenevano le attività della Casa e dei militari. Un supporto morale ed economico arrivò anche dall'amministrazione militare che sin da subito investì sull'iniziativa fino ad acquisirne a conflitto terminato la direzione. In effetti la componente militarista e nazionalista prevalse sin da subito nella conduzione della Casa: il fine dell'istituzione era quello di fare dei soldati “buoni cittadini” e l'assistenza morale fornita ai soldati, nei propositi di don Bottoni, aveva lo scopo di rinvigorire l'identità nazionale. Non era prevista alcun tipo di assistenza spirituale o religiosa. La retorica del sacrificio, tipicamente cristiana, veniva piegata alla situazione corrente per giustificare la morte di centinaia di migliaia di uomini. Esemplare il ritrovamento di una immagine sacra della Madonna nei pressi di Podgora, donata alla Casa e adorata come cimelio sacro per la patria. Il culto del Sacro Cuore di Maria veniva inteso in senso nazionalista.

A ricordo dell'istituzione fu posta nella sede di via San Vitale una lapide commemorativa su delibera dell'ultima adunanza del Comitato Direttivo svoltasi nel 20 giungo 1920.

Nicola Lugaresi 



Bibliografia

A. Bottoni, Casa del Soldato. Bologna. 20 giugno 1915 – 30 giugno 1920, Bologna, Tipografia Cuppini, 1922.

C. M. Fiorentino, Malvezzi De' Medici, Nerio, in Dizionario biografico degli italiani, Vol. 68, Roma, Istituto della enciclopedia italiana,1986, pp. 350 – 352.

G. Gandolfi, Burattini di Guerra alla Casa del Soldato, Bologna, Tipografia Cuppini, 1917.

Statuto della Casa del Soldato di Bologna, 1921.

N. S. Onofri, Il Comune socialista, in Walter Tega (a cura di ), Storia Illustrata di Bologna, Vol. 4, Bologna dal’unità alla liberazione, Milano, Nuova Editoriale Aiep, 1990 p. 121- 140.

P. Pallottino, Storia dell'illustrazione italiana, Bologna, Zanichelli, 1988 p. 209.

Sito web dell'Opera Nazionale per il Mezzogiorno d'Italia fondata da padre Giovanni Minozzi



 

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Donne nella Guerra (Le)
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Testo tratto da: Gida Rossi, Da ieri a oggi: (le memorie di una vecchia zitella), Cappelli, Bologna, 1934. Trascrizione a cura di Lorena Barchetti

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